domenica 20 gennaio 2008

Mitakuye Oyasin

Avevamo pianificato, per la giornata di ieri, la visita ad alcuni luoghi di lutto per la cultura Lakota, tra questi Wounded Knee, il luogo del massacro in cui persero la vita più di trecento fra uomini, donne e bambini della tribù Lakota, massacro pianificato ed eseguito dall'esercito americano. Dopo aver visitato questi luoghi siamo tornati in albergo, a dire il vero abbastanza mesti anche noi, un po' per il tema della giornata, un po' per il tempo, che andava peggiorando, con neve ad intermittenza.

"Andiamo a letto presto, così domattina partiamo prima dell'alba e vediamo il sole sorgere dalla cima di Bear Butte", altra collina sacra.

Ero al computer quando, verso le sette e mezza (orario in cui volevo andare a dormire) suona il telefono della mia stanza.

"Ce l'hai un costume da bagno?" Era Austin, il mio amico-guida. "Si, perché?"

"Se vuoi possiamo andare ad un Inipi, ho saputo che alcuni amici hanno preparato la cerimonia per stasera"

L'inipi è la tenda in cui gli indiani d'America celebrano le loro cerimonie e recitano le loro preghiere, sotto la guida dello sciamano.

"Si, andiamo". Nessuna esitazione.

Intorno al falò si sono già radunati alcuni membri della tribù, e quando ci uniamo a loro questi ci salutano stringendoci la mano. "Hau", rispondiamo. Poche le parole scambiate, anche per via del freddo, ognuno pensa a tendere le mani verso verso la pira che, bruciando, scalda le pietre rituali.

"Lo fate anche voi, in Italia, questo?" mi chiede un vecchio dai capelli lunghi, in piedi di fianco a me.

"Certo... certo, magari non tutti i giorni, ma lo facciamo" Gli rispondo con un sorriso.

Dietro di noi, nel cortile di legno dal suolo innevato e gelato, sta l'Inipi, la tenda rituale. E' scura, bassa e circolare, a forma di igloo. Mi accorgo che qualcuno ha posizionato, davanti all'entrata, un teschio di bufalo, corna di cervo e un'ascia rituale. C'è una atmosfera di attesa, alcuni respirano profondamente, qualcuno rutta. Alimentiamo il fuoco, sempre di più, adesso fa veramente freddo, ci saranno venti gradi sotto zero, appena ci si allontana dal fuoco il vento ti taglia le guance e la neve (a queste temperature ridotta a sottili cristalli di ghiaccio) ha l'effetto di spilli che non danno pace. E' buio.

Ad un segnale convenuto, tutti cominciano ad allontanarsi dal fuoco, vanno di fianco alla tenda e si tolgono i giacconi, i cappelli. Io guardo Austin, senza capire. E' già a torso nudo mentre mi dice: "I vestiti li puoi lasciare su quella panchina, non c'è da temere".

"COSA???"

"Si, le calze mettile pure dentro le scarpe" è stata la sua risposta.

Non ho scelta.

Sono nudo, in costume da bagno, esposto ad una tormenta di neve a meno venti, con i piedi nudi sulla poca neve che copre la terra gelata, in piena notte. Sembra l'inizio del film "Trecento", solo che me lo sto vivendo sulla mia pelle, ammesso che ne abbia ancora una e non si sia trasformata in vetro.

Batto i denti, le ginocchia picchiano l'una contro l'altra senza controllo, ad uno ad uno entriamo nella tenda, dicendo la formula rituale: Mitakuye Oyasin, siamo tutti fratelli.

Mi siedo in terra, aiuto il vecchio irrigidito a sedersi di fianco a me, poi vengono portate le pietre roventi, color arancione, nella tenda, e il freddo comincia a diminuire, anche se tutti tremiamo ancora. Tutti tranne i vecchi, che sembrano insensibili al freddo.

Chiudono la tenda, le pietre incandescenti son l'unico riferimento visibile. Il sacerdote, dopo alcune formule rituali, butta acqua sulle pietre, la tenda si riempie di vapore.

Incomincia il sermone, metà in inglese metà in Lakota, intervallato da frequenti "Mitakuye Oyasin", siamo tutti fratelli.

Ad ognuno viene richiesto di pregare, ascolto le preghiere degli altri, quasi tutti si esprimono in inglese, pregano per i loro parenti, perché superino i momenti di difficoltà o trovino la forza per smettere con la droga o con l'alcool.

Qualcosa mi tocca ripetutamente un piede, ma non capisco cosa sia. Siamo seduti per terra, ma a queste temperature non ci sono insetti, poi è qualcosa di strano. Viene da me. E' il mio sudore che, gocciolando dal gomito, va a finire sul piede. Sono bagnato fradicio, sto gocciolando.

"E adesso vorrei chiedere anche a chi è venuto da lontano di esprimere la propria preghiera" dice lo sciamano.

E così anche io ho pregato, ad alta voce, ho pregato per la salute della mia famiglia e delle persone care, ho pregato perché la bellezza di questa terra arrivi al cuore di chi viene qui e per chi ha fatto in modo che io scoprissi questi territori e questa gente.

Un coro di "Hau" mi ha fatto capire che il gruppo approvava.

Mitakuye Oyasin.


DAG

La Montagna Sacra

L'America del Nord, geograficamente, è divisa in due dalla catena delle Montagne Rocciose, che fanno da spartiacque per tutti i fiumi e fiumiciattoli che la attraversano. Solo una montagna spicca, per la propria altezza, al di fuori delle Rocky Mountains, e si trova ad Ovest di queste. Indovinate dove si trova? Qui, nel South Dakota. Poteva non essere un posto sacro per la tribù Lakota? No. Infatti non solo è una montagna sacra, ma tra i luoghi sacri è il più importante, visto che sulla sua sommità andava a meditare Alce Nero, forse l'ultimo leader carismatico Lakota e autore di pensieri e meditazioni letti e riletti da oltre trent'anni (Alce Nero Parla).

Dopo una serie di tentativi andati a finire male, la mia guida e ormai anche amico, Austin, è riuscito a trovare una strada che non fosse chiusa per la neve troppo alta, fra tutte quelle che si avvicinano alla base della vetta. Abbigliati di tutto punto, maglie termiche, passamontagna e occhiali protettivi contro neve e vento, abbiamo iniziato la salita. Che, non starò tanto a dilungarmi, abbiamo interrotto per mangiare due panini rigidi (per il freddo) e fare qualche foto nei punti migliori. Salire è faticoso, quando si è coperti da così tanti strati la respirazione diventa difficile, sarà stato quello, sarà stata la macchina fotografica, ma mi sentivo spossato in modo anormale. Mi girava anche la testa e avevo gli straluccichi nello sguardo, ballava tutto! Mi sentivo un po' una chiavica, lo devo ammettere, ma non capivo perché. Ho chiesto ad Austin. "Troppo ossigeno per i tuoi polmoni", mi ha detto. "Hai già vomitato?" Ma che bella prospettiva! Perché, va a finire così? Mi ha spiegato che non andava per forza così, ma poteva succedere.

Non è successo, anzi, dopo quasi tre ore di salita siamo arrivati ad una scalinata in pietra ricoperta di ghiaccio, battuta da un vento molto forte, che aumentava la sensazione del freddo. Da meno quindici ti fa percepire meno trenta. La scalinata andava a finire in una piccola costruzione, sempre in pietra. Eravamo giunti alla sommità di Harney Pick, 7200 piedi (2160 m), il luogo di meditazione di Alce Nero, sovrastante foreste e rocce a perdita d'occhio, e vento che solleva neve farinosa dagli alberi in lontananza. Nessun altro rumore. Nessuna presenza umana per miglia e miglia. Nessun bisogno di parlare fra noi, solo lo sguardo e una felicità dentro, un senso di pienezza commovente.

Nota tecnica: a queste temperature bisogna sempre avere una batteria della macchina fotografica di riserva, che deve essere tenuta al caldo, magari nella tasca dei pantaloni. Il freddo uccide le batterie in pochi minuti. Il sistema autofocus può rallentare di molto (il mio si era bloccato) quindi bisogna scattare in fuoco manuale. Anche il software della macchina risulta così frenato dal freddo che le immagini scattate impiegano un secondo o due per comparire sul visore della fotocamera ed è sconsigliabile usare automatismi o funzioni program che imbolsiscono tremendamente l'apparecchio.

Sarebbe come voler suonare un violino sott'acqua. Scordatevi di fare più di tre foto se, per scattare, avete dovuto togliervi i guanti.


DAG

Messaggio Tecnico

Buongiorno o buonasera a tutti. Questo post è essenzialmnte un messaggio tecnico per tutti coloro i quali hanno scritto un comento e non se lo sono visto pubblicato.

Non so darvi una spiegazione precisa di quanto stia accadendo (presumo che la cosa si ripeterà, anche se è spiacevole) perché io ho autorizzato la pubblicazione di ogni post che ho letto finora.

Mi scuso quindi con chi non dovesse aver visto il proprio commento pubblicato. Il mio invito è quello di inoltrarlo nuovamente, se lo avete salvato nelle bozze. Grazie e scusate ancora.


DAG

venerdì 18 gennaio 2008

Tatanka!

Austin sarà la mia guida qui per questi giorni di lavoro. Non lo avevo mai visto, neppure in fotografia, ma all'aeroporto non ho avuto nessuna esitazione. Capelli neri con qualche filo grigio raccolti in un codino basso, naso all'ingiù, espressione fiera, molto seria, ma che si è aperta subito in un sorriso quando ha visto che lo guardavo con aria interrogativa. Ci siamo abbracciati. "Hau, kola", ciao amico, mi era stato detto di salutarlo così. Abbiamo iniziato subito a parlare, a pianificare l'itinerario di questi giorni attraverso i territori Lakota e le tradizioni, i luoghi sacri e i personaggi che hanno avuto un ruolo nella storia di questo popolo, che si divide in sette tribù, che subisce pressioni da parte del governo americano, che non riesce a ritrovare una propria unità sotto un unico leader carismatico.

Poi, a cena, siamo finiti a parlare del lavoro, delle nostre vite personali, e, ovviamente, di donne.

Every world is a village, ogni mondo è paese...

E io? che potevo fare se non mettere gli animali al primo posto nelle tappe della mia visita qui? Noleggiata una buona quattroruote siamo andati subito nel Custer State Park, il la distesa di colline che, in tutte le Black Hills, ospita il maggior numero di animali selvatici.

"Guarda, guarda là!" "Cos'è?" "Bison! Buffalo!" Un gruppo di bisonti. Su un prato.

Non ci si può avvicinare ai bisonti, sono troppo pericolosi e imprevedibili, e un esemplare sano corre veloce quanto un cavallo, anche se pesa tre volte tanto. E poi i rangers, se ti vedono, ti fanno un culo così, senza troppi complimenti. Meglio non scendere dall'auto quando c'è un bisonte in vista.

Rapido scambio di sguardi. Ragazzi, sono in macchina con un pellerossa, uno che è cresciuto in questi posti, cosa volete che faccia?

Avete capito.

La folle corsa a rotta di collo giù per la collina, in mezzo ai sassi che rotolavano sotto i piedi e il timore di cadere e rovinare la macchina fotografica ci ha fatto tornare alla macchina ansimanti e col fiatone, ma felici, almeno per me, per le immagini riprese. Sì, da vicino, qualche metro. Poi il rumore di un'auto che si avvicinava ci ha fatto fuggire. Noi. I bisonti, placidi come mucche. Madonna quanto puzzano i bisonti!


DAG

giovedì 17 gennaio 2008

Pace fatta?

Dài, pace fatta! Come con le persone, non mi piace mantenere il rancore neppure con le situazioni e quindi ho deciso che ho fatto la pace con Montreal. Complici due giornate di sole e un incredibile situazione metereologica.

C'erano cinque gradi sotto zero, ma sembravano sei sopra! L'aria asciutta non fa entrare il freddo nelle ossa, basta un maglione sotto la giacca e puoi andare in giro tranquillamente. Ha un che di sano. Sana è anche l'aria che si respira, così limpida e pulita (nei giorni precedenti o neve o pioggia o nuvolo) e tanto trasparente da far passare i raggi del sole, che picchiano caldi sulla mia guancia, mentre cammino goffamente coi miei stivali termici appena presi (temperatura di confort: -25!)

Preferisco dire che sono stato sfortunato io con il tempo e che mi ero fatto delle aspettative enormi (poi deluse) piuttosto che condannare un'intera città. Pace con Montreal, ha i suoi lati belli. E poi in luglio ci devo tornare, e ne riparliamo. Ecco, rimandata, non bocciata.


Tre aerei, dieci ore tra voli e attese, e mi ritrovo a Rapid City, in South Dakota, dove comincia il lavoro, principale motivo  di questo trasferimento nel continente nordamericano. Ho incontrato la persona che mi farà da guida in questi giorni e che mi spiegherà tutto di questi posti, ma di lui dirò in seguito, perché è un personaggio.

Fuori dalla camera del mio albergo (sta albeggiando) le strade sono bianche di brina, ci sono quattordici gradi sotto zero, poco distante vedo le colline che danno il nome a questa regione e un senso alla mia presenza qui. Le Black Hills. Territorio della fiera tribù Lakota. A presto.


DAG

sabato 12 gennaio 2008

Squirrels

Una città difficile. Oggi c'è il sole, il clima è sempre più mite, ho fatto una lunga passeggiata per cercare di entrare in sintonia con il posto, con la città. Gran parco di fianco alla casa in cui mi trovo. Mi sono diretto lì, nella speranza di trovarmi in un ambiente incontaminato, di imbattermi negli squirrels, gli scoiattoli, che a noi europei fanno sempre molta impressione, ci fanno sentire in un posto fatato. (Qui invece li disprezzano abbastanza perché distruggono i giardini davanti alle case e li considerano poco più che ratti. Un po' come se arrivasse un canadese in Italia e rimanesse estasiato di fronte ad una nutria)

Il parco di fianco a casa c'era, non era solo su Google maps. Era uno sterminato cimitero, circondato da una ringhiera di ferro nero. Dentro però si poteva fare una bella passeggiata. Tra le lapidi. Desolante come solo un cimitero con la neve che si scioglie può essere. Ho provato a salire in cima alla collina, giusto per continuare, per non demordere, per arrivare a vedere le cose dall'alto che, dicono, fa sempre bene. Tornanti con villette "deliziose", in pietra o marmo, perfette e perfettamente chiuse. Grossi SUV o BMW parcheggiati fuori, tutto così altero e ostile, esclusivo nel senso peggiore del termine. Qualche scoiattolo, sì, ma nascosto dietro alle ruote dei SUV.

Le persone ti salutano anche se non ti conoscono, così, per strada. Ma ovvio, quando non sei in centro incontri una persona ogni quaranta minuti, salutarla è il minimo!

L'altra sera siamo andati al cinema. Usciti (era l'una e mezza di notte) la mia amica ha proposto un giro al porto. "Non sarà pericoloso?" le ho chiesto, visto che avevo anche la macchina fotografica al collo. "No no, vedrai, non ci sarà nessuno di cui temere". Era vero, non c'era nessuno di cui temere. Non c'era proprio nessuno!

Ma non c'erano nemmeno automobili, barche, locali. Ringhiera, alcuni metri sotto si estendeva un lastrone di ghiaccio immenso, illuminato da lampioni gialli, racchiuso da lontane striscie di cemento. Quello era il porto.

Ragazzi non lamentiamoci più delle Cinque Terre, ok?

Sparuti taxi rallentavano passandoci affianco, sperando di averci come clienti; sembrava un puttantour al contrario.

Difficile trovare un'intesa con questo posto, che per ora rimane insensibile e muto.


DAG

martedì 8 gennaio 2008

Il mite Canada

Gennaio in Canada dovrebbe essere l'apoteosi del freddo, il trionfo della palla di neve, il paradiso dell'alce e la gioia del pattinatore.

Niente.

Caldo.

Quattordici gradi e la gente che va in giro in maglietta, perché qui non stanno tanto a formalizzarsi. Montagne e montagne di neve ai bordi delle strade, con un pisciolìo continuo che sbuca da sotto e fa le pozze intorno.

Ma nonostante il clima mite che inviterebbe a gironzolare, la città non invoglia granché, sembra la periferia di Stoccarda.

La gente si veste strettamente secondo la moda della Polonia dei primi anni ottanta. Not fashion addicted, direi; stiamo parlando di un posto in cui i ragazzi indossano magliette con su il teschio per sembrare cattivi.


Il Greyhound è una compagnia di autobus di linea, credo la più famosa, che collega praticamente tutti i centri abitati degli Stati Uniti. Il Night bus che ha percorso i circa mille km che separano New York da Montreal ha viaggiato verso Nord per tutta la notte, con due pipì-stop e un controllo alla dogana.

Porti droga con te? Ti droghi abitualmente? Non ho capito se erano domande rituali o se il doganiere ne volesse un po'.

In effetti la mia faccia non doveva essere delle più sane, a quell'ora.


DAG

domenica 6 gennaio 2008

la grande mela

Ovvero la grande tentazione, come ha ipotizzato qualcuno. Beh, è lei, è New York City, probabilmente il centro del mondo, almeno per certe cose. E son qui! Lasciatemi abbandonare almeno a cinque minuti di esaltazione, lasciatemi fare il figo!
Ieri ero a Broadway, ho fatto colazione da Starbucks, sono stato col naso all'insù per tutto il percorso, arrivando al WTC, dove sorgevano le torri. Qui gli americani non hanno messo in piedi nessun tipo di spettacolarizzazione. Il cantiere è immenso, un intero block è in fase di ricostruzione, i nomi delle vittime dell'attentato sono incolonnati su pannelli verdini. Verde speranza?
Ho visto delle ciccione immense dondolare i loro sciabordanti culoni davanti a me, ho visto i neri che camminano rimbalzando quasi avessero le molle sotto le suole, una palestra di Yoga (Power yoga, sorry...ma che è?) con gli spogliatoi a vista sulla strada (e c'era uno, lo dico per le fanciulle, con una fisicata imbarazzante) e poi ho visto le macchine della polizia, gli idranti colorati, i dettagli art déco degli edifici, le scale antiincendio, i baracchini degli hot-dog.
E sì, ragazzi, c'è, c'è.
DAG

Chissà che schifezze mangerai in Asia!

Aeroporto di Londra, dopo la prima sequenza decollo - atterraggio.
Bagel Street. Così si chiama il banchetto da cui mi sono lasciato tentare, dopo aver accumulato una fame cieca. Lo dico perché se dovessi esalare l'ultimo respiro dopo quello che mi hanno dato da mangiare sapete a chi rivolgervi.
Ho sempre esitato davanti alle casse di Mc Donald's, non che sia un salutista, ma sono nato e cresciuto in Italia! La patria del mangiar bene!
Evito ogni infiorettatura e vado dritto al sodo? Dài!
La brufolosa e cicciottella ragazza che mi ha servito ha riempito una ciambella dolce con della crema di formaggio, poi ha tirato fuori da un grosso sacchetto di plastica una generosa manciata di bacon fritto (freddo) e ha calcato bene il tutto.
Eh?
Fine.
DAG

giovedì 3 gennaio 2008

Sarete tutti con me

E poi la pianto di fare il sentimentale, come ha detto qualcuno.

Poche ore, poi le parole smetteranno di essere italiane: cèck in, bordin pass, fasten sit bèlt, plìs, de facchin bebi is cràing, aichènnòt slìp.

Immagino giganteschi poliziotti americani che mi scrutano, mi fanno la radiografia all'immigration. Immigréscion, scusa.

La mia foto sul passaporto fa pensare a facce che sarebbero state sospette anche ben prima dell'undici settembre, Azuz Marzouk sembra un putto del presepio in confronto a me. Mamma perché mi hai fatto così scuro? (si può dire terone nel blog?)

Ma ecco son qua. Il rumore della cerniera della valigia che si chiude esiste davvero, la sensazione di aver dimenticato qualcosa è sparita, tutto è pronto. Sguardo solenne che percorre tutta la sala, con sorriso di benevolenza. Non ho mai chiuso la porta di casa un modo tanto sacrale, ieratico.

Domattina, così presto da essere ancora notte, sarò sul vialone in fondo al quale si trova l'aeroporto, pochi chilometri dritti e semplici, guarderò avanti con serenità e fiducia, sicuro di compiere un passo importante, di cogliere un'occasione che capita una volta nella vita.

Spunterà il sole di fronte a me, l'aria fredda e limpida del mattino mi darà la sveglia, e solo allora una domanda si farà strada in me.

Cazzo, il gas? L'ho chiuso?

DAG

venerdì 28 dicembre 2007

l'ultimo giorno di lavoro

Ecco, è arrivato il momento. L'ultimo giorno di lavoro.

Oggi sono arrivato in casa editrice con la tranquillità del prepensionato, la flemma del nonno che è vicino alla fine del militare.

La consuetudine dei soliti gesti - accendi il computer, controlla la posta, accendi i flash e mentre si scaldano dai una pulita al piano da still-life, che ospiterà gli ultimi soggetti da fotografare.

Ci ho messo scrupolo e cura, ho coccolato ogni inquadratura e verificato ogni esposizione, ho messo ancora amore nel mio lavoro, goduto nel sentire la materia di quel che fotografavo, nel rendere giustizia ad oggetti non belli, accarezzarli con la luce, sicuro nei movimenti, movimenti che in un anno e mezzo ho ripetuto tutti i giorni, limandoli ed eliminando il superfluo. Come un pescatore che ripara le reti a fine giornata. Solo i gesti essenziali. Non è frenetico il mio lavoro, se si vuole. E' artigianale, è bello.

E dopo un anno e mezzo, intervallato dai saluti dei colleghi, tutti ancora saturi dal Natale appena trascorso, è passato anche l'ultimo giorno di lavoro, un giorno di sole invernale, un giorno in cui non ci credi che poi cambierà tutto, in cui gli altri ti dicono: "Beato te!" e tu hai paura perché stai per abbandonare le certezze che ti hanno dato da vivere fin lì. Si, beato io, vero, ma non mi sento come quello che rompe le catene perché è un ribelle. Non mi sento ribelle, ecco. E' molto difficile anche restare, continuare a lavorare sempre allo stesso computer, alle stesse pagine, lottare con umiltà per produrre qualcosa di buono. Ogni santo giorno.

Oggi ho amato i miei colleghi, non mi sono commosso nei saluti, ma nel vedere, al mio arrivo, le teste chine sulle tastiere, nel sentire i brevi scambi di informazioni su borderò e impaginati.

Come se tutti insieme fossero un solo amico, che non si spertica in dichiarazioni teatrali, ma c'è e ti da sicurezza. Grazie a tutti.

DAG

sabato 22 dicembre 2007

commenti riabilitati

Gentili Lettori, ho deciso, in seguito alle numerose lamentele pervenutemi, di rendere di nuovo pubblica la lettura dei commenti che, instancabili e numerosi, invierete al mio blog. In fondo non avevo considerato che il piacere di vedere pubblicato il proprio pensiero è un forte pungolo a lasciare anche solo una frase, una facezia, un motto, un lazzo.

Le vostre cazzate, insomma.

Quindi tranquilli, le potrete ritrovare World Wide!

DAG

lunedì 17 dicembre 2007

la sposa isterica

La sensazione di tempo che mi scivola fra le dita in modo incontrollato e incontrollabile mi fa inorridire, il Natale quest'anno si avvicina con le sembianze di un mostro che chiude tutto, che tutto intasa, ritarda, imbolsisce e frena.

L'agenzia per i visti del Vietnam vuole il piano dei voli per rilasciare il visto. La compagnia aerea vuole il numero del visto per emettere il biglietto elettronico. Come si fa? Oltretutto io passerò dal Vietnam alla Cambogia via terra, quindi senza prendere un aereo. Niente piano dei voli.

Tra diciotto giorni parto, diciotto, capisci?!?!?!?

Sono una sposa isterica. "Deve essere tutto perfetto! Capisci!?!?"

In realtà sotto sotto lo so, è come un esame all'università, non puoi pretendere di sapere tutto, c'è sempre un punto debole che se ti ci incarti fai la figura del pirla.

Dai, sconto Buona Volontà? Attenuanti Generiche? ...Dai...

Informazione tecnica per te, che stai leggendo il blog e siccome mi vuoi bene mi scrivi un commento: nessun commento verrà messo in chiaro. Ovviamente io li potrò leggere tutti e a tutti darò una risposta (sarà uno dei tanti compiti di questo viaggio) ma in sostanza per te non sarà possibile leggere i commenti degli altri. Che poi, dai, in fondo che te ne frega, sei sempre così impegnato! Avrai mica tempo da perdere così, va là!

martedì 11 dicembre 2007

pare un film

Paola ha il dono della sintesi. di qui o di là poco importa, conta il percorso.

La Zia ha aggiunto un po' della sua saggezza con taglio classico/mitologico.

Basta, il resto della filosofia lo sapete anche voi, non stiamo tanto a menare il can per L'Aia (Den Haag).

La storia del ribaltare tutto per mettere in ordine avete capito tutti dove portava, no? 

Il 4 gennaio arriverò a New York, e sarà un arrivo alla grande: JFK airport, un paio di notti a Manhattan. Si, a Manattan...Eh? pare un film...

DAG 

sabato 8 dicembre 2007

fuori controllo

Tutti noi abbiamo provato, almeno una volta, a mettere davvero ordine in casa. Ribaltare tutto, buttare via ciò che si è deciso che non serve, pulire e ricominciare a vivere in un contesto rinnovato, pulito, incoraggiante.
Sarà una bella faticata, ma vedrai dopo...!
A metà lavoro, quando tutto intorno è stato ribaltato, quando i sacchetti in terra rigurgitano carte (questo si butta o si tiene?) e quando in tutta casa non c'è più un piano d'appoggio libero, e per  camminare bisogna giocare a mondo, succede che la situazione precipita. E noi con essa. Non siamo più in grado di capire cosa vogliamo fare, se davvero volevamo mettere tutto a posto o abbiamo avuto un momento di interruzione dell'attività cerebrale.
Bivio.
Alcuni fanno un grande sforzo di volontà, lottano contro il maligno che sta per entrare in loro e portano a termine la titanica impresa, altri si imbattono nella scatola delle fotografie.
E lì è la fine.
Culo per terra, album tutti intorno, se ne stanno per un po' a guardare, con espressione idiota ma felice, tutti gli scatti degli anni passati, le ex fidanzate, i tramontini, gli amici cionchi all'aperitivo, il cane ormai trapassato - quant'era intelligente -.
Passano due ore.
Si accorgono che è buio, puzzano e hanno una fame tremenda. Domani devono andare di nuovo a lavorare, ché è lunedì.
Ordinano una pizza al telefono. la mangiano seduti per terra.
Vanno a dormire lasciando il cartone della pizza in mezzo alle cose, tanto si confonde.
Probabilmente gli uni e gli altri sono felici, perché alla fine si sono accorti che il loro percorso li ha portati di lì o di là.