giovedì 21 febbraio 2008
rapido post
La voglia di scrivere per farvi sapere cosa vedo qui è tanta, ma le ultime giornate le ho passate o nel fango a visitare luoghi militari o appeso a mezzi di trasporto locali. Difficile tirar fuori il mac e postare qualcosa in queste condizioni. Invece di foto ne sto facendo tante.
Comunque sempre vivo, felice e inossidabile. Vi farò una relazione dettagliata al più presto.
P.s. Chi legge ma non ha voglia di scrivere perché non gli va di registrarsi, perché lo vede come un ostacolo insormontabile o perché è timido non si faccia problemi, non mi offendo. A me basta che se vi piace continuiate a leggere, se poi volete mandarmi un commento in forma privata mi scrivete a andrea.da.gasso@gmail.com
abbracci a tutti.
DAG
domenica 17 febbraio 2008
La gente che viaggia
Strada facendo abbiamo raccattato altri personaggi; primi fra tutti un'altra coppia di loro amici, anche loro qui per compravendita di merce. Mi trovo bene con loro, gente senza troppi complimenti che viene nel sud est asiatico da quindici, vent'anni, che ha passato tanto tempo alla ricerca del villaggio sperduto dove trovare merce nuova per rinnovare l'offerta, gente che conosce l'Asia come le proprie tasche.
Mi sto rendendo conto che viaggiando si incontrano gli individui più bizzarri. Nei nostri itinerari abbiamo racimolato gente davvero strana: Ricardo, un costaricano di cento chili, quarantotto anni e già nonno, che sta viaggiando da quattro mesi e tra poco andrà in Bangladesh (non so a fare cosa).
Anna, una berlinese un po' schizzinosa che insegna tedesco nel nord della Cina e che è venuta qui per curiosità verso questo popolo (e si è trovata pari pari in mezzo ai cinesi).
Noga, una ragazza con cui mi sono trovato, per un inghippo organizzativo, a dividere una stanza d'albergo durante il tour ad Halong Bay, la famosa baia dalle mille isole, dove hanno girato un sacco di film sul Vietnam. Noga è israeliana, ha ventitré anni, ed aveva un'espressione intimorita quando le è stato detto che doveva dividere la stanza con me.
Chi si immagina una graziosa fanciulla dall'aspetto mediorientale e una promettente notte nella stessa stanza ha deragliato prodigiosamente dalla realtà.
Noga, che per carità, è una persona educata e gentile, ha appena finito il servizio militare in Israele, dove aveva il ruolo di pilota incursore. Mi ha raccontato delle durissime esercitazioni che fanno fare ai ragazzi e alle ragazze in Israele durante il servizio militare, del lancio col paracadute in territorio nemico e dei quattro giorni senza mangiare per tornare alla base (di notte, mai alla luce del giorno). E' in grado di arrampicarsi su una fune con venti chili di munizioni attaccati addosso e sa usare praticamente ogni arma, dalla rivoltella all'M16 alla UZI, la mitica mitraglietta in dote all'esercito del Mossad. (Sì, Giovanni, proprio quella!)
Avevo in stanza una sorta di Rambo, ma più virile. La mattina ci siamo svegliati e le ho chiesto: "Come hai dormito?" E lei: "Good!" è andata in bagno e ha tirato una scatarrata che ha fatto tremare il muro.
Chiaro?
E poi un giapponese, il più strano di tutti. Si fa chiamare Tom, ma io gli ho dato il soprannome "Mafalda" per via della pettinatura. Ricardo, il costaricano suo compagno di viaggio da una settimana, dice di non avergli mai visto le orecchie. Ho subito legato con Tom, che sembra più giovane di me e ha cinquantadue anni. Tom fa agopuntura, cura il cancro con questo metodo alternativo, m visto che non lo può fare sulle persone per motivi legali lo fa sui cani. Molti guariscono. A chi gli chiede "Where are you from?" lui risponde entusiasta "Canada!" ma si vede lontano un miglio che non può essere canadese. Lui se ne frega, in effetti vive a Toronto. Per essere uno che vive in un paese anglofono ha il peggior inglese che io abbia mai sentito, è praticamente incomprensibile.
Ho preso un kayak per esplorare la baia di Halong, nonostante il freddo e il buio che stava arrivando. Lui è venuto con me, senza battere ciglio, neppure quando ha scoperto che non avevo mai messo piede in un kayak. Dalla barca madre ci avevano detto di tornare subito dopo il tramonto. Eravamo lontani quando gli ho chiesto :"Che ore sono?"
"Sebe no kurò!" (Seven 'o clock, nel suo giapponglese).
Siamo tornati. Coppia improbabile. Il giorno dopo siamo finiti su una spiaggia, e ho scoperto che studiava pure karate.
Inevitabile un'ora e mezza di kata e tecniche a confronto, memorabile.
DAG
lunedì 11 febbraio 2008
La stanza del matto
L'inverno ad Hanoi è freddo, nell'hotel da 19 dollari non c'è riscaldamento. C'è il condizionatore. Rotto.
La mattina dopo la colazione è inclusa, ti trovi ad aver mangiato pane soffiato, burro soffiato e a bere un caffè in una tazza soffiata. Tutte queste cose sono soffiate per soffiare via, appunto, gli insettini che le popolano. E le soffi tu!
Mi sembrava troppo.
Non per le condizioni di stanza né per la popolazione da soffiare via la mattina, ma per i soldi richiesti.
Diciannove dollari a notte mi avrebbero reso povero nel giro di poco tempo, e io non voglio fare ritorno anticipatamente per essermi adagiato nella mollezza orientale. Mi metto in cerca di un altro hotel, passando la mattinata a vagliare guesthouses e ad entrare ed uscire da camere che mi venivano proposte con gesti magnifici dai proprietari o dalle loro mogli. Alla fine trovo quel che fa per me.
Pensione "Darling Café", sette dollari a notte. La mia stanza ha le pareti in formica che ondeggiano pericolosamente se ti ci appoggi, rischiando di farti finire nella camera dei vicini. Non ho finestre, se non una che da sul corridoio. Nel corridoio c'è un'unica finestra, e fa un freddo cane. Tira proprio vento. Non capisco il motivo di questo vento. Mi avvicino e scopro che la finestra del corridoio non ha vetri. La finestra della mia stanza ha delle listarelle di vetro orientabili, con il meccanismo rotto. Ovvero non si chiudono. Nella stanza fa un freddo portentoso, sembra di essere sulle Dolomiti. Una patetica tenda color verde marcio servirebbe ad oscurare la stanza dalla luce che entra dal corridoio, peccato che quando la coppia di vicini giapponesi accende la luce, anche la mia stanza si illumina, perché la luce filtra sopra e sotto le "pareti". Privacy? La giapponese della stanza accanto ha un lievissimo fischio al naso.
Parliamo del letto. Se nell'hotel di lusso il letto te lo dovei fare tu, qui il problema non si pone. Perché tanto non ci sarebbe niente da fare, ovvero il lenzuolo non c'è. Neppure il coprimaterasso. Materasso e trapunta sfilacciata sintetica, pesante come una rete a strascico, di colore previdentemente marrone, con decorazioni beige a confondere.
Le pareti, il soffitto e la porta sono tendenzialmente bianche, non c'è nulla se non qualche sbavo, le viti che assemblano le "pareti" e le piattine della corrente che portano energia all'unica lampada, un tubo al neon azzurrognolo che conferisce all'ambiente un prezioso tocco da ospedale psichiatrico. Vi sto scrivendo da qui, sotto la trapuntona a strascico. Nella mia memoria riecheggiano ancora i commenti di alcuni fra voi: "Che culo, vai al caldo!"
Ho su il berretto di lana...
Ah! Vi parlo del bagno?
DAG
domenica 10 febbraio 2008
un mondo diverso
Esiste il mal d'Asia? So che c'è il mal d'Africa, mio nonno Giuliano me ne parlava spesso, ed è una sensazione di nostalgia (letteralmente il dolore del ritorno, da nòstos = ritorno e àlgos = dolore) che prende in modo inaspettato chi ha avuto modo di passare del tempo in Africa, a contatto con la gente del posto o comunque chi ha avuto esperienze reali al di fuori di un villaggio turistico in Kenia, ad esempio.
Ecco, questa stessa sensazione esiste di fatto anche per l'Asia? Intendo dire, è una cosa comune oppure la provo solo io? Perché adesso che sono qui ho la sensazione di aver lavorato da anni per poter finalmente tornare in questi luoghi, per poter di nuovo passeggiare fra una bancarella e una fermata di autobus, schivando pozzanghere e carrettini che minacciano continuamente il mio percorso, perché a volte, quando passo in mezzo ai vapori di una donna che cucina nel wok sopra un bidone pieno di braci, mi viene la pelle d'oca.
E guardo con ammirazione i ragazzi e le ragazze che si vestono seguendo sì una moda, che sono stravaganti per farsi notare, ma in modo tanto diverso da quello che ho visto in Europa e anche in America del Nord, in un modo che a me non sembra offensivo o aggressivo.
Vi ricordate i cartoni animati dei primi anni ottanta? I personaggi avevano i capelli acconciati in modo assurdo, tutti ciuffi e spari, magari colorati. Ecco, qui tendono a pettinarsi ancora allo stesso modo. E ne vanno fieri! L'estetica del posto fa sì che il tassista sia tutto contento di poter ospitare il suo cliente in un'automobile decorata come una fioriera, magari di un bel fucsia acceso, profumata come una baldracca della Parigi anni venti e con un'aria condizionata in grado di stroncare Armadouk sul colpo. E il loro entusiasmo è talmente genuino che alla fine vieni coinvolto anche tu e superata la differenza di gusti iniziale, gli dai ragione. E capisci che è giusto così. Sarebbe un po' come andare ad Haarlem e vedere tutte le mami in tailleur grigio e con una sobria pietruzza al collo, e qualche anellino discreto. Stonerebbe, no?
Il mal d'Asia, stavamo dicendo. Perché mi viene spontaneo essere attratto da un "ristorante" ricavato dal retro di un'autorimessa, in cui i tavoli sono malconci pianali in formica e le sedie instabili oggetti in plastica, in cui non c'è un piatto uguale all'altro e al posto del tovagliolo ti piazzano al centro del tavolo un bel rotolo di carta igienica? (certo, nell'apposito barattolo).
Perché provo istantanea simpatia per questi posti dai soffitti bassi e l'aria resa irrespirabile dai vapori di peperoncino, affollati di teste chine sulle loro ciotole di zuppa sbrodolante, mentre guardo con compassione la malinconica coppia di tedeschi - maglietta grigina e pappagorgia sudata - mentre aspettano inebetiti dal caldo che gli venga servito il loro sandwich? (Non ho mai visto un asiatico mangiare un sandwich, mi cascassero le orecchie).
Perché? Voglia di imitare? Di essere strano? No, non credo. Forse perché queste abitudini, e il modo in cui prendono la vita le persone del sud est dell'Asia mi sembra sano. Ieri mangiavo, appunto, in uno di questi ristoranti, è arrivato un vecchietto secco secco e dalla pelle scurissima, sicuramente era del sud. Si è messo a mangiare di fronte a me e abbiamo scambiato qualche frase, superando le difficoltà della lingua. Alla fine del pasto mi ha confessato che credeva che vivessi a Bangkok, perché avevo l'aria umile, sicuramente per la morte della sorella del Re (fatto avvenuto in questi giorni).
Gli ho risposto che ero molto rattristato per il luttuoso evento ma che no, ero di passaggio.
Son di passaggio, sì, ma tutto quello che provo qui me lo porto dietro, rimane con me.
DAG
mercoledì 6 febbraio 2008
In giro per Nana
Nana è un quartiere di Bangkok molto popolato, ricco di bancarelle, centri per massaggi (con e senza extra) internet points e birrerie. Stasera, dopo essermi definitivamente ripreso dal jet-lag, ho voluto andarci, per non rimanere sempre e solo nella mia zona e perché cercavo un posto con internet.
Starò poco a Bangkok, e mi sembra giusto vedere il possibile di una città che cambia tanto rapidamente.
Sceso dallo Skytrain mi ritrovo in una via in cui si susseguono un internet point dietro l'altro. Qui in Asia il commercio non è organizzato come da noi, si radunano tutti i commercianti di una categoria in una via o in una zona e per un tratto vedi merce simile o identica nei negozi uno in fila all'altro.
Questa era la via degli internet points, ma avevo ancora voglia di camminare, così ho proseguito. Mi piace perdermi, quando vado in una città che non conosco e ho tempo. Sono libero di sbagliare direzione quante volte voglio, e magari scopro angoli che ai turisti non dicono nulla, ma che a me emozionano fino alla pelle d'oca. Come stasera, quando sono finito "in sbaglio" in un vicoletto su cui davano le cucine dei ristoranti. Il vicoletto aveva un canale, in mezzo, con un ponticello di legno per andare da una parte all'altra. In fondo al vicolo, che era chiuso, illuminato da candele, stava un altare. Pieno di fiori e offerte, giallo e rosso e con il Buddha contornato da incensi profumati. Il profumo dell'incenso si mescolava coi vapori delle cucine, che invadevano la via con i loro odori misto spezie e detersivi, il rumore del canale in sottofondo invitava alla calma. Sono stato lì un po', davanti all'altare, in penombra, lontano dal traffico caotico di poco prima.
In ben altra situazione mi sono trovato pochi minuti dopo, mentre percorrevo la via che era inequivocabilmente la via dei valigiai arabi.
Un commesso troppo magro, vestito finto elegante e con gli occhi di fuori mi si avvicina tutto sorridente:"Mister! Oh, mister, uèlcom!" "Eccolo", mi dico io, pensando già a come liberarmi di costui che mi tendeva la mano. Mi stringe la mano , tutto falsi sorrisi, con la sua barbetta, e mi invita ad entrare nel negozio di valigie.
Sorridendo gli dico: "No, grazie".
Insiste. "No, grazie".
Cerco, sorridente, di liberare la mia mano, ma lui non la molla. E' una tecnica adottata anche in Italia da alcuni ambulanti.
Insiste ancora. Quando capisco che non intende mollare la presa gli prendo il polso con l'altra mano e gli infilo il pollice alla base, fra i nervi. Sempre sorridendogli, sia chiaro, dò un vigoroso strizzone.
Poco dopo, nel mio gironzolare, quando ripasso casualmente davanti al negozio ma sull'altro marciapiede, lui è ancora lì, si sta massaggiando il polso.
Tiro dritto, in mezzo alla gente, ma sento una voce, dietro di me.
"Hey, mister!"
Oh cazzo, ancora? "Caluful, miste!" (careful, mister) grida la voce, "Attento!"Non era la sua voce, l'accento era orientale, non arabo. "Caluful, MIste!" Qualcuno mi stava avvertendo di un pericolo!
Non faccio in tempo a girarmi che una poderosa spallata mi fa scendere dal marciapiede. Mi giro di scatto e mi trovo di fronte all'ultima cosa che mi sarei immaginato. Un elefantino tendeva la proboscide verso di me e ciondolava la testa giocoso. La voce era di uno dei ragazzi che lo accompagnavano.
Mi sono fermato a dare un po' di pacche all'elefantino che era davvero un cucciolo, ma mi arrivava alla spalla, poi sono venuto via, felice, oltretutto, di aver trovato un internet point.
L'internet point da cui vi ho scritto questo post.
DAG
martedì 5 febbraio 2008
Bangkok
Poi Malpensa, Cairo, Bangkok.
Dodici ore di fuso orario e una bella escursione termica in poco tempo (in South Dakota eravamo arrivati a meno venti, la notte della tenda, qui ci sono trentadue gradi) mi caricano di energia e mi fanno sentire in grado di andare ovunque.
La bordata di caldo umido mi ha fatto vacillare per un attmo nel momento in cui sono uscito definitivamente dall'aeroporto di Bangkok. Sbarco da un aereo della Egypt Air, popolato da molti asiatici, un certo numero di egiziani e un gruppo di italiani che aveva scritto in fronte: "anche io ho comprato il biglietto su internet mesi fa ed ero fiero di averlo pagato poco, adesso ho capito perchŽ ho speso cosา poco e mi sento meno figo di mesi fa...".
Non mi va di spendere per il taxi, cerco un bus che mi porti in cittˆ, nonostante qualche autista che cerca di tirarmi dalla sua mi dica: "non c' nessun bus che porta in cittˆ, sir!"
Rido e proseguo. Non pu˜ non esserci. Infatti c'. e mi ha portato per 4 dollari e mezzo attraverso la metropoli, lasciandomi nella zona della mia guesthouse. Preciso!
Avevo visto Bangkok anni fa, nel novantaquattro e nel duemila, e non mi era piaciuta. Troppo caotica, troppo rumorosa, inquinata, sporca, dispersiva. Ne avevo detto peste e corna. Solo che non avevo ancora visto Montreal, il suo opposto. Viva Bangkok! Tra le due preferisco il caos e le bancarelle per strada e i tuk tuk che fanno un rumore che mi ricorda la mia moto (sigh, la mia moto...!) le pozzanghere che ti sorprendono quando ci finisci dentro e ti bagni tutti i piedi non sai di cosa, il caldo che ti tiene compagnia e che ti fa sciabattare con calma per le vie affollate.
Bella cosa, il caldo, me ne godo un po' per ognuno di voi, vˆh!
DAG
post scriptum: le tastiere qui in thailandia non prendono tutti i caratteri senza lamentarsi, ogni tanto si incastrano. Sicuro che saprete decifrare lo stesso.
Devo riconoscere i pieni diritti a superpao, che voi conoscete come paola (la quale adesso sta facendo un giro analogo al mio ma nell altro emisfero)
l espressione brunner = breakfast+lunch+dinner, un pasto per tutte le esigenze, espressione usata qualche post fa. Grazie paola!
domenica 3 febbraio 2008
Warren
Anni fa mi trovavo su un pullman in Myanmar, in attesa di partire per il Nord del paese, quando notai un ragazzone che distribuiva caramelle e penne a sfera in mezzo ad una folla di bambini vocianti. Aveva un'aria talmente sorridente e contenta che rimasi a guardarlo per un po', ammirato da tanta felicità. Non dei bambini, sua.
Quello era Warren. Facemmo conoscenza sul pullman, scoprendo che andavamo nello stesso posto. "Da quanto sei in giro?" gli chiesi. "In Myanmar da due settimane, ma nel Sud-Est asiatico da tre anni". "Sei in vacanza da tre anni!?!?!?"-"No, sono in viaggio da tre anni". Era il primo viaggiatore di lungo corso che incontravo. Gente che mette via soldi in un modo o nell'altro e poi parte, viene in questi posti o in altri luoghi economici rispetto alla nostra vita occidentale, e rimane lì, adottando uno stile di vita modesto e rilassato, ma che gli permetta di stare il più a lungo possibile. Tra questi Warren è il viaggiatore più longevo che io abbia incontrato. E' in giro, anche se con piccole pause, dall'89. E' tornato varie volte nel suo paese, gli Stati Uniti d'America, per mettere a posto un po' di cose. Ha una casa e dei terreni in Tennessee. Li affitta e coi soldi dell'affitto vive in Asia. Warren prende il viaggio come un lavoro, una cosa molto seria. Ha delle regole che non infrange mai, scrive ogni giorno il suo diario annotandovi tutte le spese, fino all'ultimo centesimo. Cerca di decidere con largo anticipo i suoi spostamenti o le sue spese, in modo tale da cominciare a guardarsi intorno per trovare i prezzi migliori oppure per mercanteggiare e spendere il meno possibile, è in grado di ricordarsi esattamente quanto ha speso per una bottiglia di rhum comprata chissà dove non so quanti anni fa.
Prima di partire ha fatto quasi di tutto, e ne ha combinate di tutti i colori. E' stato uno dei barman più conosciuti di New York, ed è in grado di fare i cocktails migliori che io abbia mai bevuto (anche se è vero che non sono un intenditore). Estremamente semplici, ma ben bilanciati (questo infatti è un commento del Principe, che invece, in fatto di cocktails, è un vero intenditore). E' stato ospite delle galere di molti degli stati americani in cui ha lavorato o vissuto, ha creato una voragine finanziaria al posto del conto in banca che era riuscito ad aprire e poi è volato via.
Ora vive in Cambogia da qualche anno, con la sua fidanzata khmer. Parla khmer.
Warren ed io ci siamo incontrati ancora qualche volta in Asia (nel 2000) e a Milano nel 2007, durante un suo viaggio intorno al mondo, finanziato non voglio sapere come. So solo che nei diciassette giorni in cui è stato a Milano all'incirca un anno fa ci siamo divisi tutto, casa, serate, cibo, alcool. No, donne no. Non ce n'era...
Ora, questa è forse l'ultima volta che verrà qui in Tennessee, perché ha deciso di vendere casa e terra. Ci teneva particolarmente che venissi a trovarlo, è l'ultima occasione che ha per mostrarmi i luoghi in cui è cresciuto. Poi, Asia di nuovo. E lo rincontrerò, nella sua nuova patria, tra meno di due mesi, durante il mio vagabondare. Lui, neanche a dirlo, è felicissimo che io abbia intrapreso questo viaggio, anche perché vede che ho un metodo nel fare i programmi, e mi da una mano ad organizzare con preziosi consigli e indirizzi e posti da non perdere. Rivede un po' sé stesso agli inizi del viaggio.
Lui adesso ha cinquantatré anni ed è felice.
DAG
venerdì 1 febbraio 2008
On the road again
Non potevo non mettere un titolo del genere viaggiando per gli Stati Uniti. E' il titolo più banale del mondo, lo so, ma ci sta proprio bene per questo post.
Finito il lavoro sulle Black Hills sono partito alla volta del Tennessee, destinazione finale Knoxville. Per risparmiare ho deciso di prendere il bus, il già collaudato Greyhound, che mi aveva portato da NY a Montreal durante la notte. Solo che quella tratta era una semplice tratta notturna di otto ore scarse. Questa volta ho viaggiato per trentasei ore consecutive. Ho cambiato autobus cinque volte, attraversato non so quanti stati e contee e cambiato, via terra, due fusi orari.
Rapid City - Sioux Falls;
Sioux Falls - Kansas City;
Kansas City - St Louis;
St Louis - Nashville;
Nashville - Knoxville.
La qualità del cibo che si può incontrare viaggiando con il Greyhound è terrificante, mi sono ritrovato a cacciare un misero biglietto da un dollaro in un distributore quantomeno sospetto che in cambio mi ha sputato fuori una salma di hamburger. Dolce. Freddo. Nel sacchettino di cellophane. Probabilmente scaduto. Sicuramente scaduto. Patatine fritte e biscotti ripieni di peanut butter erano le cose più sane che riuscissi a trovare nei distributori, non c'era altra scelta. Arrivato ad una fermata un po' più grande delle altre, mi sono gettato sul bancone del self-service. "Due cosce di pollo, per favore".
Salito sul nuovo pullman ho scelto astutamente il compagno di viaggio più truculento e buzzurro che potessi trovare: un energumeno ciccione in canottiera e con le spalle pelose, un cappellaccio da cow-boy in testa e un aspetto talmente lercio da far passare qualsiasi appetito. Non a me. Ho addentato famelico le cosce di pollo, fritte, unte, lasciando perdere qualsiasi forma di educazione e di contegno, ho spolpato il mio brunner (breakfast-lunch-dinner) con inevitabili rumorazzi, risucchi e sciaguattii, e finendo con le mani talmente unte da non aver cuore nemmeno di pulirmele sul sedile. Il vicino? Neppure una piega, si è limitato a guardare i grossi camion che sfrecciavano sulla corsia opposta per tutta la durata del fiero pasto. Arrivo a destinazione sfiancato, unto ma felice. (E sazio).
DAG
Un popolo di venditori
E basta con 'ste cose serie, e la tenda, e la montagna sacra, vediamo un po' cosa c'è in una normale cittadina americana, che più americana non si può, cosa vendono i negozi, come si mangia.
Premetto che in molti avranno già visto e vissuto le cose che descrivo ora, ma le racconto perché sono le cose che colpiscono noi italiani, e forse anche molti europei.
Due cartelloni pubblicitari hanno fatto breccia, tra i numerosi che ho visto: Il primo caldeggiava la visita ad un monumento nazionale, Mt. Rushmore (i faccioni dei presidenti ricavati a botte di dinamite dal fianco di una montagna, alla faccia dell'impatto ambientale) definendolo: "A life-changing experience", un'esperienza che ti cambia la vita! "Un immancabile momento di patriottismo", diceva pure. L'altro era un manifesto che segnalava la presenza di un casinò nei paraggi: "Afferra lo Spirito vincente!" facendo chiaro riferimento alla spiritualità di questi luoghi. Il profilo di un capo indiano rafforzava l'idea.
E' strano, qui. Da un lato hanno questa capacità organizzativa pazzesca, per cui prevengono ogni tua probabile esigenza o capriccio, e sono già prontissimi per vendertelo, cortesia inclusa, dall'altro sono come muli che vanno per la loro strada senza porsi alcun dubbio.
E' la regola entrare in un negozio e trovarsi di fronte al commesso che con un sorrisone complice ti fa: "Hei ciao! come stai oggi!?" (Ma perché, ieri mi hai visto con una brutta cera? Non ricordo...) Oppure sentirsi chiamare dall'altra parte del negozio (scordatevi le bottegucce, qui i negozietti hanno la metratura dell'Esselunga) "Ok, allora quando hai bisogno di qualsiasi cosa me lo fai sapere, vero?" Salvo poi che, sull'onda dell'entusiasmo e della familiarità acquisita, quando esci li saluti dicendo forte :"Ok, ciao ragazzi, ci vediamo" e questi ti guardano come noi guardiamo un piccione morto sull'asfalto.
Non sono certo il primo a notare che gli americani sono dei bambinoni, lo so. Ma immaginatevi cosa dev'essere entrare in un negozio di giocattoli, nel più grande della cittadina di Rapid City. E' un supermercato, diviso per categorie merceologiche, con un'area destinata ai giocattoli per bambini oltre i 18 - 20 anni, cioè trenini, aeromodelli a motore, motoscafi in grado di speronare una petroliera. Arrivo in fondo al negozio, nel reparto dedicato ai giocattoli istruttivi Uno scatolone contiene, come ben mostra il disegno, la mucca visibile. Il bambino, assetato di conoscenza, può divertirsi a montare e smontare una mucca in plastica grande quanto un sanbernardo e disporre in bell'ordine fegato, cuore stomaco e altre frattaglie del pacifico animale. Con un altro giocattolo andiamo oltre: il bambino (o chi per esso) passando una particolare lente di ingrandimento sul corpo di un dinosauro può vedere le ossa che ne costituiscono lo scheletro. Indispensabile. Se poi qualcuno di noi volesse ricostruire un modello in scala dell'Everest, lo può comprare per soli $14,99, con la neve finta da spruzzare sulla vetta, una volta portata a termine l'impresa!
Entro, poco dopo, in un negozio di armi. In un supermercato di armi. Era il classico posto in cui i buoni alla riscossa entrano e vanno subito a prendere le armi da guerra pesante: mitragliere con cartucce grandi quanto una salciccia, fucili in grado di trapassare tre elefanti in fila e pugnali con lama mimetica e bussola incorporata. Un'arma terrificante, dall'aspetto tanto crudele da essere ridicola, era reclamizzata dalla scatola dalla scritta: "Ora sei pronto". Ma per cosa? A che pericoli si espongono per aver bisogno di armi tanto terrificanti?
Veniamo al cibo. Cosa non piace ai bambini? Le verdure, si sa. Allo stesso modo in questi posti, andando a mangiare nei luoghi più comuni e popolari, non troverete l'ombra di una verdura fresca neanche a spararvi. Eppure, come abbiamo visto poco fa, spararvi sarebbe facilissimo. Tutto è fritto, piccante, salato, glutammato, esaltato, croccante, fritto, fritto, fritto. Le porzioni potrebbero placare la fame di un legionario dopo la battaglia. Appena entri al ristorante la cameriera ti accoglie sorridente e tutta civettuola, come un usignolo, tutta dichiarazioni di disponibilità e sbattiti di ciglia. Peccato che, a volte, abbiano un culo largo quanto il Civitavecchia-Olbia. Un usignolo di cento chili. Il cinguettio è funzionale al "Tip", la mancia che va lasciata a chi ti ha servito al tavolo e che, spesso, è buona parte dello stipendio. Potete finire il pasto, se avete perso ogni pudore, spalmando del burro d noccioline sul pane. Così, per un ulteriore insulto al fegato.
DAG
mercoledì 30 gennaio 2008
la casetta nel bosco
domenica 20 gennaio 2008
Mitakuye Oyasin
Avevamo pianificato, per la giornata di ieri, la visita ad alcuni luoghi di lutto per la cultura Lakota, tra questi Wounded Knee, il luogo del massacro in cui persero la vita più di trecento fra uomini, donne e bambini della tribù Lakota, massacro pianificato ed eseguito dall'esercito americano. Dopo aver visitato questi luoghi siamo tornati in albergo, a dire il vero abbastanza mesti anche noi, un po' per il tema della giornata, un po' per il tempo, che andava peggiorando, con neve ad intermittenza.
"Andiamo a letto presto, così domattina partiamo prima dell'alba e vediamo il sole sorgere dalla cima di Bear Butte", altra collina sacra.
Ero al computer quando, verso le sette e mezza (orario in cui volevo andare a dormire) suona il telefono della mia stanza.
"Ce l'hai un costume da bagno?" Era Austin, il mio amico-guida. "Si, perché?"
"Se vuoi possiamo andare ad un Inipi, ho saputo che alcuni amici hanno preparato la cerimonia per stasera"
L'inipi è la tenda in cui gli indiani d'America celebrano le loro cerimonie e recitano le loro preghiere, sotto la guida dello sciamano.
"Si, andiamo". Nessuna esitazione.
Intorno al falò si sono già radunati alcuni membri della tribù, e quando ci uniamo a loro questi ci salutano stringendoci la mano. "Hau", rispondiamo. Poche le parole scambiate, anche per via del freddo, ognuno pensa a tendere le mani verso verso la pira che, bruciando, scalda le pietre rituali.
"Lo fate anche voi, in Italia, questo?" mi chiede un vecchio dai capelli lunghi, in piedi di fianco a me.
"Certo... certo, magari non tutti i giorni, ma lo facciamo" Gli rispondo con un sorriso.
Dietro di noi, nel cortile di legno dal suolo innevato e gelato, sta l'Inipi, la tenda rituale. E' scura, bassa e circolare, a forma di igloo. Mi accorgo che qualcuno ha posizionato, davanti all'entrata, un teschio di bufalo, corna di cervo e un'ascia rituale. C'è una atmosfera di attesa, alcuni respirano profondamente, qualcuno rutta. Alimentiamo il fuoco, sempre di più, adesso fa veramente freddo, ci saranno venti gradi sotto zero, appena ci si allontana dal fuoco il vento ti taglia le guance e la neve (a queste temperature ridotta a sottili cristalli di ghiaccio) ha l'effetto di spilli che non danno pace. E' buio.
Ad un segnale convenuto, tutti cominciano ad allontanarsi dal fuoco, vanno di fianco alla tenda e si tolgono i giacconi, i cappelli. Io guardo Austin, senza capire. E' già a torso nudo mentre mi dice: "I vestiti li puoi lasciare su quella panchina, non c'è da temere".
"COSA???"
"Si, le calze mettile pure dentro le scarpe" è stata la sua risposta.
Non ho scelta.
Sono nudo, in costume da bagno, esposto ad una tormenta di neve a meno venti, con i piedi nudi sulla poca neve che copre la terra gelata, in piena notte. Sembra l'inizio del film "Trecento", solo che me lo sto vivendo sulla mia pelle, ammesso che ne abbia ancora una e non si sia trasformata in vetro.
Batto i denti, le ginocchia picchiano l'una contro l'altra senza controllo, ad uno ad uno entriamo nella tenda, dicendo la formula rituale: Mitakuye Oyasin, siamo tutti fratelli.
Mi siedo in terra, aiuto il vecchio irrigidito a sedersi di fianco a me, poi vengono portate le pietre roventi, color arancione, nella tenda, e il freddo comincia a diminuire, anche se tutti tremiamo ancora. Tutti tranne i vecchi, che sembrano insensibili al freddo.
Chiudono la tenda, le pietre incandescenti son l'unico riferimento visibile. Il sacerdote, dopo alcune formule rituali, butta acqua sulle pietre, la tenda si riempie di vapore.
Incomincia il sermone, metà in inglese metà in Lakota, intervallato da frequenti "Mitakuye Oyasin", siamo tutti fratelli.
Ad ognuno viene richiesto di pregare, ascolto le preghiere degli altri, quasi tutti si esprimono in inglese, pregano per i loro parenti, perché superino i momenti di difficoltà o trovino la forza per smettere con la droga o con l'alcool.
Qualcosa mi tocca ripetutamente un piede, ma non capisco cosa sia. Siamo seduti per terra, ma a queste temperature non ci sono insetti, poi è qualcosa di strano. Viene da me. E' il mio sudore che, gocciolando dal gomito, va a finire sul piede. Sono bagnato fradicio, sto gocciolando.
"E adesso vorrei chiedere anche a chi è venuto da lontano di esprimere la propria preghiera" dice lo sciamano.
E così anche io ho pregato, ad alta voce, ho pregato per la salute della mia famiglia e delle persone care, ho pregato perché la bellezza di questa terra arrivi al cuore di chi viene qui e per chi ha fatto in modo che io scoprissi questi territori e questa gente.
Un coro di "Hau" mi ha fatto capire che il gruppo approvava.
Mitakuye Oyasin.
DAG
La Montagna Sacra
L'America del Nord, geograficamente, è divisa in due dalla catena delle Montagne Rocciose, che fanno da spartiacque per tutti i fiumi e fiumiciattoli che la attraversano. Solo una montagna spicca, per la propria altezza, al di fuori delle Rocky Mountains, e si trova ad Ovest di queste. Indovinate dove si trova? Qui, nel South Dakota. Poteva non essere un posto sacro per la tribù Lakota? No. Infatti non solo è una montagna sacra, ma tra i luoghi sacri è il più importante, visto che sulla sua sommità andava a meditare Alce Nero, forse l'ultimo leader carismatico Lakota e autore di pensieri e meditazioni letti e riletti da oltre trent'anni (Alce Nero Parla).
Dopo una serie di tentativi andati a finire male, la mia guida e ormai anche amico, Austin, è riuscito a trovare una strada che non fosse chiusa per la neve troppo alta, fra tutte quelle che si avvicinano alla base della vetta. Abbigliati di tutto punto, maglie termiche, passamontagna e occhiali protettivi contro neve e vento, abbiamo iniziato la salita. Che, non starò tanto a dilungarmi, abbiamo interrotto per mangiare due panini rigidi (per il freddo) e fare qualche foto nei punti migliori. Salire è faticoso, quando si è coperti da così tanti strati la respirazione diventa difficile, sarà stato quello, sarà stata la macchina fotografica, ma mi sentivo spossato in modo anormale. Mi girava anche la testa e avevo gli straluccichi nello sguardo, ballava tutto! Mi sentivo un po' una chiavica, lo devo ammettere, ma non capivo perché. Ho chiesto ad Austin. "Troppo ossigeno per i tuoi polmoni", mi ha detto. "Hai già vomitato?" Ma che bella prospettiva! Perché, va a finire così? Mi ha spiegato che non andava per forza così, ma poteva succedere.
Non è successo, anzi, dopo quasi tre ore di salita siamo arrivati ad una scalinata in pietra ricoperta di ghiaccio, battuta da un vento molto forte, che aumentava la sensazione del freddo. Da meno quindici ti fa percepire meno trenta. La scalinata andava a finire in una piccola costruzione, sempre in pietra. Eravamo giunti alla sommità di Harney Pick, 7200 piedi (2160 m), il luogo di meditazione di Alce Nero, sovrastante foreste e rocce a perdita d'occhio, e vento che solleva neve farinosa dagli alberi in lontananza. Nessun altro rumore. Nessuna presenza umana per miglia e miglia. Nessun bisogno di parlare fra noi, solo lo sguardo e una felicità dentro, un senso di pienezza commovente.
Nota tecnica: a queste temperature bisogna sempre avere una batteria della macchina fotografica di riserva, che deve essere tenuta al caldo, magari nella tasca dei pantaloni. Il freddo uccide le batterie in pochi minuti. Il sistema autofocus può rallentare di molto (il mio si era bloccato) quindi bisogna scattare in fuoco manuale. Anche il software della macchina risulta così frenato dal freddo che le immagini scattate impiegano un secondo o due per comparire sul visore della fotocamera ed è sconsigliabile usare automatismi o funzioni program che imbolsiscono tremendamente l'apparecchio.
Sarebbe come voler suonare un violino sott'acqua. Scordatevi di fare più di tre foto se, per scattare, avete dovuto togliervi i guanti.
DAG
Messaggio Tecnico
Buongiorno o buonasera a tutti. Questo post è essenzialmnte un messaggio tecnico per tutti coloro i quali hanno scritto un comento e non se lo sono visto pubblicato.
Non so darvi una spiegazione precisa di quanto stia accadendo (presumo che la cosa si ripeterà, anche se è spiacevole) perché io ho autorizzato la pubblicazione di ogni post che ho letto finora.
Mi scuso quindi con chi non dovesse aver visto il proprio commento pubblicato. Il mio invito è quello di inoltrarlo nuovamente, se lo avete salvato nelle bozze. Grazie e scusate ancora.
DAG
venerdì 18 gennaio 2008
Tatanka!
Austin sarà la mia guida qui per questi giorni di lavoro. Non lo avevo mai visto, neppure in fotografia, ma all'aeroporto non ho avuto nessuna esitazione. Capelli neri con qualche filo grigio raccolti in un codino basso, naso all'ingiù, espressione fiera, molto seria, ma che si è aperta subito in un sorriso quando ha visto che lo guardavo con aria interrogativa. Ci siamo abbracciati. "Hau, kola", ciao amico, mi era stato detto di salutarlo così. Abbiamo iniziato subito a parlare, a pianificare l'itinerario di questi giorni attraverso i territori Lakota e le tradizioni, i luoghi sacri e i personaggi che hanno avuto un ruolo nella storia di questo popolo, che si divide in sette tribù, che subisce pressioni da parte del governo americano, che non riesce a ritrovare una propria unità sotto un unico leader carismatico.
Poi, a cena, siamo finiti a parlare del lavoro, delle nostre vite personali, e, ovviamente, di donne.
Every world is a village, ogni mondo è paese...
E io? che potevo fare se non mettere gli animali al primo posto nelle tappe della mia visita qui? Noleggiata una buona quattroruote siamo andati subito nel Custer State Park, il la distesa di colline che, in tutte le Black Hills, ospita il maggior numero di animali selvatici.
"Guarda, guarda là!" "Cos'è?" "Bison! Buffalo!" Un gruppo di bisonti. Su un prato.
Non ci si può avvicinare ai bisonti, sono troppo pericolosi e imprevedibili, e un esemplare sano corre veloce quanto un cavallo, anche se pesa tre volte tanto. E poi i rangers, se ti vedono, ti fanno un culo così, senza troppi complimenti. Meglio non scendere dall'auto quando c'è un bisonte in vista.
Rapido scambio di sguardi. Ragazzi, sono in macchina con un pellerossa, uno che è cresciuto in questi posti, cosa volete che faccia?
Avete capito.
La folle corsa a rotta di collo giù per la collina, in mezzo ai sassi che rotolavano sotto i piedi e il timore di cadere e rovinare la macchina fotografica ci ha fatto tornare alla macchina ansimanti e col fiatone, ma felici, almeno per me, per le immagini riprese. Sì, da vicino, qualche metro. Poi il rumore di un'auto che si avvicinava ci ha fatto fuggire. Noi. I bisonti, placidi come mucche. Madonna quanto puzzano i bisonti!
DAG
giovedì 17 gennaio 2008
Pace fatta?
Dài, pace fatta! Come con le persone, non mi piace mantenere il rancore neppure con le situazioni e quindi ho deciso che ho fatto la pace con Montreal. Complici due giornate di sole e un incredibile situazione metereologica.
C'erano cinque gradi sotto zero, ma sembravano sei sopra! L'aria asciutta non fa entrare il freddo nelle ossa, basta un maglione sotto la giacca e puoi andare in giro tranquillamente. Ha un che di sano. Sana è anche l'aria che si respira, così limpida e pulita (nei giorni precedenti o neve o pioggia o nuvolo) e tanto trasparente da far passare i raggi del sole, che picchiano caldi sulla mia guancia, mentre cammino goffamente coi miei stivali termici appena presi (temperatura di confort: -25!)
Preferisco dire che sono stato sfortunato io con il tempo e che mi ero fatto delle aspettative enormi (poi deluse) piuttosto che condannare un'intera città. Pace con Montreal, ha i suoi lati belli. E poi in luglio ci devo tornare, e ne riparliamo. Ecco, rimandata, non bocciata.
Tre aerei, dieci ore tra voli e attese, e mi ritrovo a Rapid City, in South Dakota, dove comincia il lavoro, principale motivo di questo trasferimento nel continente nordamericano. Ho incontrato la persona che mi farà da guida in questi giorni e che mi spiegherà tutto di questi posti, ma di lui dirò in seguito, perché è un personaggio.
Fuori dalla camera del mio albergo (sta albeggiando) le strade sono bianche di brina, ci sono quattordici gradi sotto zero, poco distante vedo le colline che danno il nome a questa regione e un senso alla mia presenza qui. Le Black Hills. Territorio della fiera tribù Lakota. A presto.
DAG
sabato 12 gennaio 2008
Squirrels
Una città difficile. Oggi c'è il sole, il clima è sempre più mite, ho fatto una lunga passeggiata per cercare di entrare in sintonia con il posto, con la città. Gran parco di fianco alla casa in cui mi trovo. Mi sono diretto lì, nella speranza di trovarmi in un ambiente incontaminato, di imbattermi negli squirrels, gli scoiattoli, che a noi europei fanno sempre molta impressione, ci fanno sentire in un posto fatato. (Qui invece li disprezzano abbastanza perché distruggono i giardini davanti alle case e li considerano poco più che ratti. Un po' come se arrivasse un canadese in Italia e rimanesse estasiato di fronte ad una nutria)
Il parco di fianco a casa c'era, non era solo su Google maps. Era uno sterminato cimitero, circondato da una ringhiera di ferro nero. Dentro però si poteva fare una bella passeggiata. Tra le lapidi. Desolante come solo un cimitero con la neve che si scioglie può essere. Ho provato a salire in cima alla collina, giusto per continuare, per non demordere, per arrivare a vedere le cose dall'alto che, dicono, fa sempre bene. Tornanti con villette "deliziose", in pietra o marmo, perfette e perfettamente chiuse. Grossi SUV o BMW parcheggiati fuori, tutto così altero e ostile, esclusivo nel senso peggiore del termine. Qualche scoiattolo, sì, ma nascosto dietro alle ruote dei SUV.
Le persone ti salutano anche se non ti conoscono, così, per strada. Ma ovvio, quando non sei in centro incontri una persona ogni quaranta minuti, salutarla è il minimo!
L'altra sera siamo andati al cinema. Usciti (era l'una e mezza di notte) la mia amica ha proposto un giro al porto. "Non sarà pericoloso?" le ho chiesto, visto che avevo anche la macchina fotografica al collo. "No no, vedrai, non ci sarà nessuno di cui temere". Era vero, non c'era nessuno di cui temere. Non c'era proprio nessuno!
Ma non c'erano nemmeno automobili, barche, locali. Ringhiera, alcuni metri sotto si estendeva un lastrone di ghiaccio immenso, illuminato da lampioni gialli, racchiuso da lontane striscie di cemento. Quello era il porto.
Ragazzi non lamentiamoci più delle Cinque Terre, ok?
Sparuti taxi rallentavano passandoci affianco, sperando di averci come clienti; sembrava un puttantour al contrario.
Difficile trovare un'intesa con questo posto, che per ora rimane insensibile e muto.
DAG
martedì 8 gennaio 2008
Il mite Canada
Gennaio in Canada dovrebbe essere l'apoteosi del freddo, il trionfo della palla di neve, il paradiso dell'alce e la gioia del pattinatore.
Niente.
Caldo.
Quattordici gradi e la gente che va in giro in maglietta, perché qui non stanno tanto a formalizzarsi. Montagne e montagne di neve ai bordi delle strade, con un pisciolìo continuo che sbuca da sotto e fa le pozze intorno.
Ma nonostante il clima mite che inviterebbe a gironzolare, la città non invoglia granché, sembra la periferia di Stoccarda.
La gente si veste strettamente secondo la moda della Polonia dei primi anni ottanta. Not fashion addicted, direi; stiamo parlando di un posto in cui i ragazzi indossano magliette con su il teschio per sembrare cattivi.
Il Greyhound è una compagnia di autobus di linea, credo la più famosa, che collega praticamente tutti i centri abitati degli Stati Uniti. Il Night bus che ha percorso i circa mille km che separano New York da Montreal ha viaggiato verso Nord per tutta la notte, con due pipì-stop e un controllo alla dogana.
Porti droga con te? Ti droghi abitualmente? Non ho capito se erano domande rituali o se il doganiere ne volesse un po'.
In effetti la mia faccia non doveva essere delle più sane, a quell'ora.
DAG
domenica 6 gennaio 2008
la grande mela
Chissà che schifezze mangerai in Asia!
giovedì 3 gennaio 2008
Sarete tutti con me
E poi la pianto di fare il sentimentale, come ha detto qualcuno.
Poche ore, poi le parole smetteranno di essere italiane: cèck in, bordin pass, fasten sit bèlt, plìs, de facchin bebi is cràing, aichènnòt slìp.
Immagino giganteschi poliziotti americani che mi scrutano, mi fanno la radiografia all'immigration. Immigréscion, scusa.
La mia foto sul passaporto fa pensare a facce che sarebbero state sospette anche ben prima dell'undici settembre, Azuz Marzouk sembra un putto del presepio in confronto a me. Mamma perché mi hai fatto così scuro? (si può dire terone nel blog?)
Ma ecco son qua. Il rumore della cerniera della valigia che si chiude esiste davvero, la sensazione di aver dimenticato qualcosa è sparita, tutto è pronto. Sguardo solenne che percorre tutta la sala, con sorriso di benevolenza. Non ho mai chiuso la porta di casa un modo tanto sacrale, ieratico.
Domattina, così presto da essere ancora notte, sarò sul vialone in fondo al quale si trova l'aeroporto, pochi chilometri dritti e semplici, guarderò avanti con serenità e fiducia, sicuro di compiere un passo importante, di cogliere un'occasione che capita una volta nella vita.
Spunterà il sole di fronte a me, l'aria fredda e limpida del mattino mi darà la sveglia, e solo allora una domanda si farà strada in me.
Cazzo, il gas? L'ho chiuso?
DAG
venerdì 28 dicembre 2007
l'ultimo giorno di lavoro
Ecco, è arrivato il momento. L'ultimo giorno di lavoro.
Oggi sono arrivato in casa editrice con la tranquillità del prepensionato, la flemma del nonno che è vicino alla fine del militare.
La consuetudine dei soliti gesti - accendi il computer, controlla la posta, accendi i flash e mentre si scaldano dai una pulita al piano da still-life, che ospiterà gli ultimi soggetti da fotografare.
Ci ho messo scrupolo e cura, ho coccolato ogni inquadratura e verificato ogni esposizione, ho messo ancora amore nel mio lavoro, goduto nel sentire la materia di quel che fotografavo, nel rendere giustizia ad oggetti non belli, accarezzarli con la luce, sicuro nei movimenti, movimenti che in un anno e mezzo ho ripetuto tutti i giorni, limandoli ed eliminando il superfluo. Come un pescatore che ripara le reti a fine giornata. Solo i gesti essenziali. Non è frenetico il mio lavoro, se si vuole. E' artigianale, è bello.
E dopo un anno e mezzo, intervallato dai saluti dei colleghi, tutti ancora saturi dal Natale appena trascorso, è passato anche l'ultimo giorno di lavoro, un giorno di sole invernale, un giorno in cui non ci credi che poi cambierà tutto, in cui gli altri ti dicono: "Beato te!" e tu hai paura perché stai per abbandonare le certezze che ti hanno dato da vivere fin lì. Si, beato io, vero, ma non mi sento come quello che rompe le catene perché è un ribelle. Non mi sento ribelle, ecco. E' molto difficile anche restare, continuare a lavorare sempre allo stesso computer, alle stesse pagine, lottare con umiltà per produrre qualcosa di buono. Ogni santo giorno.
Oggi ho amato i miei colleghi, non mi sono commosso nei saluti, ma nel vedere, al mio arrivo, le teste chine sulle tastiere, nel sentire i brevi scambi di informazioni su borderò e impaginati.
Come se tutti insieme fossero un solo amico, che non si spertica in dichiarazioni teatrali, ma c'è e ti da sicurezza. Grazie a tutti.
DAG
sabato 22 dicembre 2007
commenti riabilitati
Gentili Lettori, ho deciso, in seguito alle numerose lamentele pervenutemi, di rendere di nuovo pubblica la lettura dei commenti che, instancabili e numerosi, invierete al mio blog. In fondo non avevo considerato che il piacere di vedere pubblicato il proprio pensiero è un forte pungolo a lasciare anche solo una frase, una facezia, un motto, un lazzo.
Le vostre cazzate, insomma.
Quindi tranquilli, le potrete ritrovare World Wide!
DAG
lunedì 17 dicembre 2007
la sposa isterica
La sensazione di tempo che mi scivola fra le dita in modo incontrollato e incontrollabile mi fa inorridire, il Natale quest'anno si avvicina con le sembianze di un mostro che chiude tutto, che tutto intasa, ritarda, imbolsisce e frena.
L'agenzia per i visti del Vietnam vuole il piano dei voli per rilasciare il visto. La compagnia aerea vuole il numero del visto per emettere il biglietto elettronico. Come si fa? Oltretutto io passerò dal Vietnam alla Cambogia via terra, quindi senza prendere un aereo. Niente piano dei voli.
Tra diciotto giorni parto, diciotto, capisci?!?!?!?
Sono una sposa isterica. "Deve essere tutto perfetto! Capisci!?!?"
In realtà sotto sotto lo so, è come un esame all'università, non puoi pretendere di sapere tutto, c'è sempre un punto debole che se ti ci incarti fai la figura del pirla.
Dai, sconto Buona Volontà? Attenuanti Generiche? ...Dai...
Informazione tecnica per te, che stai leggendo il blog e siccome mi vuoi bene mi scrivi un commento: nessun commento verrà messo in chiaro. Ovviamente io li potrò leggere tutti e a tutti darò una risposta (sarà uno dei tanti compiti di questo viaggio) ma in sostanza per te non sarà possibile leggere i commenti degli altri. Che poi, dai, in fondo che te ne frega, sei sempre così impegnato! Avrai mica tempo da perdere così, va là!
martedì 11 dicembre 2007
pare un film
Paola ha il dono della sintesi. di qui o di là poco importa, conta il percorso.
La Zia ha aggiunto un po' della sua saggezza con taglio classico/mitologico.
Basta, il resto della filosofia lo sapete anche voi, non stiamo tanto a menare il can per L'Aia (Den Haag).
La storia del ribaltare tutto per mettere in ordine avete capito tutti dove portava, no?
Il 4 gennaio arriverò a New York, e sarà un arrivo alla grande: JFK airport, un paio di notti a Manhattan. Si, a Manattan...Eh? pare un film...
DAG
