giovedì 20 marzo 2008

Cosa c'è dietro ad un sorriso?

Solo una vaga idea di come sia regolata la vita in Asia, di quanto siamo distanti dal poter capire questo mondo, che ha una logica differente dalla nostra. La tentazione di emettere giudizi è forte, ma addentrandoci nelle cose che ci è dato di vedere qui prendiamo sempre più le distanze dalle nostre sentenze, capendo che noi, con la nostra logica, non c'entriamo nulla.
Dagli asiatici ci aspettiamo il sorriso. L'accoglienza servizievole, gli inchini a mani giunte e questa atmosfera un po' zen e pacifista che tanto piace a noi europei, da un po' di anni a questa parte. E il sorriso è una delle cose che più volentieri ricordiamo dei nostri viaggi in Asia. Diventa, in alcuni casi, un parametro di giudizio. In Vietnam del sud sono più sorridenti, in Laos dicono che sorridano tutti, ah come sorridono in Thailandia! Sorridono a noi, i Falàng. Il termine dispregiativo per indicare gli stranieri. E noi tutti felici ci sentiamo accolti in un mondo di pace e serenità.

Tre ragazze siedono una dietro l'altra, sui gradini di casa. Mi guardano e mi sorridono quando si accorgono che le osservo da un po'. Si stanno togliendo i pidocchi. La terza li toglie alla seconda che li toglie alla prima. Si interrompono quando a quella di mezzo suona il cellulare e deve alzarsi per rispondere.

Un motorino investe un cane di piccole dimensioni. Motorino e guidatore fanno un ruzzolone tremendo, il guidatore si sbuccia tutte le mani. Il cane guaisce da matti, scappa a nascondersi sotto un'auto, davanti al negozio della padrona, una ragazza. La ragazza cerca di far uscire il cane dal nascondiglio.
Tutti sono intorno al motorino e al motociclista sbucciato. La ragazza è riuscita a tirar fuori il cane, che lascia, dal naso, una striscia di sangue sull'asfalto. La ragazza guarda il cane morire a poco a poco sotto i suoi occhi. Gente intorno parla a voce alta, alcuni ridono, la ragazza non muta espressione. E' assolutamente neutra. Poco dopo sento il cuore del cane e le dico, tristissimo: "E' morto..."
La ragazza, solo a questo punto, cambia espressione. Mi fa un sorriso. E porta via il cane.

Banchini per strada, chiedo una zuppa. La situazione igienica è precaria, la carne appesa al sole tutto il giorno non mi attira, dico due o tre volte alla padrona del banchino :"No meat!" e lei ripete, ridendo: "No meat!, No meat!" Tutta la famiglia ride e ripete "No meat!, No meat!"
Mi ritrovo una zuppa piena di carne, carne di tutti i tipi.
Ingenuo. Non sono tenuti a sapere cosa significhi "No meat". Colpa mia che pretendo che gli altri sappiano l'inglese.

Il proprietario della guesthouse di Phnom Penh una mattina mi incontra e mi chiede in angloasiatico, a bruciapelo: "Allora oggi vai a sparare?" Siccome shooting è il termine che si usa anche per scattare fotografie, gli rispondo istintivamente che sì, sarei sicuramente andato a fare un po' di shooting. "Ah!", mi fa lui tutto felice, "a che ora?" intanto mi chiedo come faccia a sapere che ogni giorno vado in giro a scattare fotografie, visto che di me non sa nulla. "Mah, ... non so" rimango sul vago per non dare informazioni e gli chiedo: "Tu a che ora mi consigli?" "Ah, la mattina è meglio, perché vanno tutti! E poi ci sono più polli!"
"Prego?"
"Sì, cosa vuoi, ad una certa ora i polli finiscono, è normale."
"Eh..certo..." Capisco allora che lo shooting di cui parliamo non è la stessa cosa per lui e per me.
Una delle attività favorite dei khmer e di (ahimé) numerosi turisti è quella di andare a sparare. Con armi vere. Ai polli. Un dollaro a pallottola, due dollari per il pollo. Vivo. Ma non è tutto. Lasciando stare i passaggi intermedi (tra cui la possibilità di sparare con un M16 da trenta colpi ovvero trenta dollari in pochi secondi) ho scoperto che con duecentocinquanta dollari puoi sparare con un bazooka ad una mucca. Non riesco neanche ad immaginare la cosa.
"No, grazie, sono un non violento, non mi piace uccidere, sono buddhista", sperando di bloccare qualsiasi argomento in proposito con questa risposta.
In Cambogia il regime di Pol Pot solo pochi anni fa ha sterminato un paio di milioni di persone così, nel moderato tentativo di creare una nuova razza controllabile. (Vedere il film "The killing fields" per saperne di più).
"Allora puoi sparare alla foto di Pol Pot!", mi ha prontamente risposto con un sorriso.
Semper parati estote.

Il sorriso significa certo, nella maggior parte dei casi, accettazione e buona disponibilità d'animo, ma non pensiamo che dietro ad ogni sorriso ci sia quello che noi vogliamo intendere per come siamo abituati.

DAG

lunedì 17 marzo 2008

Phnom Penh

Phnom Penh è una città tutto sommato facile, soprattutto per chi arriva dalla turbolenta Saigon. Ero stato qui otto anni fa, le strade erano sterrate, il traffico di motorini e carrettini mi aveva colpito, adesso le strade sono asfaltate, i viali principali sono separati da aiuole dall'erba ben curata e il governo ha dipinto strisce bianche sull'asfalto, strisce che hanno inizialmente suscitato curiosità negli abitanti ma che poco dopo hanno perso completamente di interesse. Nessuno ha il minimo sospetto che quelle strisce servano a regolamentare i parcheggi e tutti arrampicano le loro automobili nella maniera più anarchica.
Le regole del traffico sono simili a quelle vietnamite, con qualche bizza in più: per guidare la macchina serve? La macchina. In Cambogia non c'è patente. La targa? Può anche esserci. A volte. Ad un ragazzo che mi ha accompagnato ad un mercato in moto prima di partire ho chiesto: "Ce l'hai un casco?" - "Ho un cappellino!" Mi ha risposto entusiasta. No, grazie. Mi dà fastidio alla testa. Quante persone possono andare su un veicolo? Tante, se sono magre.
Per svoltare a sinistra occorre lentamente invadere la corsia opposta e procedere contromano, mentre tutti suonano il clacson per segnalarti che ti hanno visto, fino all'altezza della via in cui si intende svoltare. I semafori ci sono, ma vengono considerati al pari delle numerose lucine che rallegrano le vie e le insegne dei negozi. In Cambogia si guida a destra, come da noi in Italia, e andare contromano è vietato, a meno che non si tenga la sinistra. Questo perché due negazioni (contromano e tenere la sinistra) fanno una cosa positiva. Stringente logica asiatica.
La guesthouse in cui risiedo è vicina al palazzo del re, al fiume e ad una delle passeggiate principali della città. Mi incammino passando in mezzo a banchettini di frutta, amache appese ai cartelli stradali con qualcuno che ci dorme dentro, bambini cenciosi che chiedono l'elemosina a piedi nudi e altri che corrono lungo gli argini e si buttano dentro al fiume, per giocare. Tre fiumi confluiscono in quest'area: il Mekong, che qui raggiunge la sua massima larghezza, ed è davvero impressionante, il Tonlé Sàp, emissario dell'omonimo lago e il Bassàc. Nella stagione delle piogge il Mekong si gonfia ed aumenta la sua portata al punto che il Bassàc cambia direzione e forma un lago qualche chilometro più a monte. I contadini muovono le loro case e fuggono verso le colline. Ogni anno.
Procedendo lungo la passeggiata arriviamo al FCC, il Foreigners Correspondance Club della Cambogia, il posto in cui da sempre si ritrovano giornalisti e reporter di tutto il mondo quando sono qui per lavoro.
Adesso, mentre vi scrivo, sono qui, sulla terrazza dell'FCC. Anche Terzani è passato di qua, e l'idea che un pilastro della letteratura sull'Asia come Tiziano Terzani abbia frequentato questa terrazza mi fa venire la pelle d'oca.
L'ambiente è vecchio stile, arredamento in legno scuro ma lineare, le pareti sono a color caldi, con pregevoli fotografie in bianco e nero in sobrie cornici e il secondo piano è tutto una balconata che dà su sua maestà il Mekong. Come se non bastasse, siamo al tramonto. E' un di quei momenti in cui voglio bene a tutti e abbraccerei tutto il mondo, come dopo una mangiata dagli zii. Vorrei che foste tutti qui, a vedere quello che passa sotto i miei occhi: lente imbarcazioni sfilano lunghe e sottili alla luce degli ultimi raggi del sole che colpiscono le fiancate e ne esaltano i colori vivaci. Il cielo sfuma dall'azzurro al rosa e alcune nuvole se ne stanno immobili a guardare la vita che brulica nella strada sottostante e sul fiume.
L'FCC di Phnom Penh è uno di quei posti che ti fanno sentire il sapore del viaggio, che ti fanno aprire il cuore alla gente che vive qui o che viene qui per lavorare e che apre uno spiraglio su quanto sia complicato, articolato e differente dal nostro mondo il pianeta asiatico.

martedì 11 marzo 2008

One dollar

Lasciare il Vietnam non è stato facile. In tutti i sensi.
Primo perché in un mese (che peraltro è volato) ho sviluppato un affetto molto bello ed autentico con il paese e secondo perché, in pochi giorni di permanenza a Saigon, si è instaurato un legame con la gente del posto che è andato oltre il viaggio da turista. E questo è uno degli scopi del mio viaggio, non essere solo un turista.
A Saigon mi è successo poi di riincontrare alcune delle persone che avevo incrociato nella mia discesa lungo il paese, e ritrovarsi è stata una festa. Tutti viaggiatori "di lungo corso", che sai che faranno più o meno il tuo itinerario, incrociando gli stessi stati, capitando negli stessi posti, chi prima, chi dopo, e allora ti scambi le mail e costruisci una rete di contatti itinerante, dando e ricevendo consigli su visti, guesthouses, ristoranti, tentativi di fregature da cui guardarsi, dando appuntamenti per il piacere di condividere di nuovo qualcosa da un'altra parte, in un'altra città.
Ma ad un certo punto bisogna partire. La compagnia del bus che mi porterà a Phnom Penh, Cambogia, è cambogiana. Le scritte sul bus sono in lingua khmer, non più in vietnamita. Appena saliti sul bus ci vengono date istruzioni sulla procedura per il visto in un inglese precario, ci dicono che saremo tanti al confine e per fare prima l'autista gentilmente si occuperà dei visti per tutti, basta dargli il passaporto e i soldi da lasciare al funzionario, 25 dollari. "Qualcuno ha domande?"
"Io!" -dico alzando la mano, da bravo scolaretto sul bus della gita. "Se la procedura del visto la faccio per conto mio, costa lo stesso venticinque dollari?" - "Sì, certo, costa uguale".
Sapevo che non era così, proprio grazie alla rete di contatti di cui sopra.
Ma il punto non era questo. In Cambogia devo stare pochi giorni e poi rientrare per via del lavoro che mi attende dopo metà marzo negli Stati Uniti (Evviva! di nuovo in South Dakota in mezzo agli indiani!) e volevo informarmi per un visto che consentisse ingressi multipli senza dover pagare tutte le volte la tassa di entrata cambogiana.
Quindi, arrivati al confine, mi dissocio dalla fila dei miei compagni di viaggio ed entro negli uffici con il mio bel passaporto in mano. E vai da un ufficiale all'altro, da una scrivania all'altra, e quello sbuffa perché sta leggendo il giornale, e l'altro mangia la zuppa e non mi dà retta, e gli altri chiacchierano fra loro; sembrava di stare in Italia, in un ufficio pubblico. Alla fine niente ingressi multipli, ottengo un normale visto turistico come gli altri. Ma lo pago venti dollari, non venticinque.
L'ultimo funzionario mi ferma e mi dice se ho l'assicurazione sanitaria. "No" - "La vuoi fare?" -"No, grazie". - "Ok, puoi passare. One dollar, prego".
"Cosa?" - "One dollar".
"Ok, mi dai la ricevuta, però"
"No, niente ricevuta"
Tranquillo gli dico: "Niente ricevuta, niente dollar" e me ne vado, sicuro che mi avrebbero fermato e fiero di essere diventato un rompicoglioni che però non subisce.
Nessuno mi ferma, esco dagli uffici e... sorpresa!
Il bus se n'è andato.
Sole. Caldo. Cicale e polvere. Silenzio.
Il bus se n'è andato con la mia valigia. E non so dove si fermerà in una città che non conosco e che è grande quanto Napoli, ma molto più incasinata e con meno garanzie.
Smarrito, mi guardo intorno e maledico il momento in cui ho deciso di fare il rompicoglioni e uscire dal gruppo.
Senza alcun senso logico, mi incammino per la strada assolata, con lo zaino dell'attrezzatura fotografica in spalla e la mia ridicola borsa coi cagnolini a tracolla, mentre tutti i miei vestiti e i libri se ne vanno nella stiva di un bus chissà dove.
Dopo un chilometro mi si affianca un omino con la moto. "Motorbike? One dollar!"
Sto per mandarlo nel quartiere dove risiedevo a Saigon quando mi viene in mente una osservazione semplice: Perché one dollar? Con un dollaro non si va da nessuna parte, se non molto vicino.
Mi avvicino all'omino e in modo concentrato gli chiedo: "Bus? You know?" - "Yes, yes, mister, bus restaurant!"
Ma certo! La compagnia del bus è cambogiana, è ovvio che non si ferma in territorio vietnamita per la pausa pranzo, loro portano i turisti a mangiare nel ristorante e il ristorante gli dà una percentuale, ma il tutto avviene tra connazionali, quindi appena al di là del confine si fa la pausa pranzo. Logico.
Ok, salto sulla moto e in pochi minuti raggiungiamo il piazzale del ristorante. Bus e compagni di viaggio sono lì. "Mi hai abbandonato al confine" dico tranquillo all'autista (in Asia chi grida è considerato un debole, cosa da esportare assolutamente anche da noi!) e questo si mette a ridere. Per sua fortuna so che quando un asiatico ride vuol dire che è molto imbarazzato, questo lo salva dal vedersi infilate negli occhi le bacchettine con cui sta mangiando.
"Adesso i soldi della moto li paghi tu, one dollar".

domenica 9 marzo 2008

...ancora Saigon...

C'è una battuta, nel film Apocalypse Now, detta da un soldato dell'esercito americano, che rende bene l'idea di questa città. Il soldato, dormendo, sogna di essere a casa, circondato dall'affetto della famiglia e in un ambiente a lui familiare; quando si sveglia, assordato dal costante rumore del traffico vietnamita, guarda fuori dalla finestra della stanza e dice semplicemente :"...Ancora Saigòn..." come se fosse una cosa che non finisce mai.
L'idea è quella, la moltitudine qui è una costante, il rumore della città è un rombo continuo che dopo un po' non viene più percepito ma che in qualche modo rimane dentro, esasperando o esaltando ogni sensazione e ogni stato d'animo.
Saigon non è una città tranquilla.
Ma è bella, finora la più bella tra quelle che ho visto finora. Anche perché a dispetto dei pochi giorni avuti a disposizione per viverla, la mia impressione è stata di appartenere a questa città, cosa mai successa ad Hanoi, per esempio, dove ho passato dieci giorni.
Il Go2 è un bar molto frequentato, sia da occidentali che da vietnamiti, aperto tutto il giorno e la sera fino a mezzanotte, cioè molto tardi per gli standard locali. Nella confusione di questo bar c'è anche un tavolo da bigliardo, a cui sta perennemente attaccato un ragazzo con una malformazione alle gambe. Forse una vittima dell'agente Orange, un simpatico omaggio della guerra che ancora oggi fa nascere bambini deformi.
K'uang, questo il nome del ragazzo, gioca a bigliardo e se si accorge che lo stai guardando ti fa un sorrisone e scambia volentieri qualche battuta. Per spostarsi deve aggrapparsi alle sponde del tavolo, visto che le gambe non lo reggono, ma lo fa molto velocemente. Imposta il tiro, ti guarda, sorride e fa un punto. Dopo un po' batte l'avversario, mai in modo clamoroso. Intasca i soldi e incomincia un'altra partita. K'uang è un professionista del bigliardo, si guadagna da vivere così, depredando gli americani a botte di cinquantamila dòng a partita, circa tre dollari. Saggiamente ogni tanto perde, altrimenti nessuno scommette più con lui.
T'aung è una ragazza di venticinque anni, amica di K'uang, ed è diversa da molte altre viet-girls. T'aung è una pagnottona, davvero cicciotta, dai modi bruschi e piuttosto sgraziati, e anche lei gioca a bigliardo piuttosto bene. Tanto da impartirmi sonore batoste, ecco. T'aung è simpatica, parla un buon inglese, dopo due sere che parlavamo attaccati ad una birra dietro l'altra mi ha detto: domani è il compleanno di mia sorella, mi farebbe piacere che venissi a casa, per festeggiare con la famiglia. "Certo, grazie!" - "Magari canti una canzone con il karaoke anche tu!" - "Ci puoi scommettere!" le rispondo. Già mi vedevo. Ci mettiamo d'accordo per le nove del mattino dopo (alle nove inizia la festa? Io all'asilo almeno le facevo di pomeriggio!) sempre lì al bar, mi sarebbe venuta a prendere in motorino. (Ma va? Anche lei ha un motorino!!) Prima di andare via mi dà una gran pacca in mezzo alla schiena e mi dice: "Ma vestiti bene domani, per favore!"
Ci son rimasto male. Avevo i jeans e una camicia bianca senza collo, abbronzato, avrei fatto bella figura anche al Twiga al tavolo con Briatore, adesso arriva questa zampogna e mi dice di vestirmi bene? Le ho chiesto come.
"Mettiti una camicia normale, come questa qui (e ha indicato un ragazzo che è rimasto stupito) e poi un bel paio di pantaloni corti, non i jeans!"
Ah... capisco.
Il mattino dopo mi presento al bar alle nove, camicia a righe e pantaloncini a scacchi (la classe, lo stile) e un sacchetto con un paio di birre comprate in giro per non arrivare mani vuote.
Lei è arrivata qualche minuto dopo e mi ha detto: "Bene, così vestito vai bene. Devo parlare con mia sorella, aspetta qui un quarto d'ora e prendi un caffè, poi andiamo!"
Non l'ho più vista.
In compenso, dopo un cenno di intesa fra loro, si sono alzati da un tavolino due ragazzi timidi, che mi hanno chiesto se potevano farmi qualche domanda per la scuola. Studiavano inglese e tra i loro compiti c'era quello di conversare con uno straniero che parlasse inglese. Ho accettato, ordinando un tè al miele.
Hanno tirato fuori un foglio con un questionario infinito e un registratore, e iniziato a sparare domande a nastro. E' stato parecchio divertente, perché anche io ho avuto modo di esaurire molte delle curiosità sulla vita in Vietnam e su Saigon, alla fine abbiamo scambiato le mail e mi hanno detto che la prossima volta loro avrebbero volentieri risolto qualsiasi problema io avessi avuto.
Hanno voluto a tutti i costi pagare loro il mio tè.

mercoledì 5 marzo 2008

Tutti a Fangulào!

Chi arriva a Saigon dovrebbe come prima cosa andare a Fangulào. Io ci sono stato, anzi mi ci trovo tutt'ora ed è bello, pieno di gente (evidentemente gente che è stata mandata qui da altri, amici o conoscenti), e ci sono un bel po' di persone, nella cerchia dei miei affetti, cui consiglio caldamente di andare a Fangulào. Fangulào, letteralmente Phanm Gu Lào, è il quartiere centrale di Saigon ed è il centro del centro della vita urbana vietnamita. Siete stati a Kao San Road, nella ormai collaudata Bangkok? Bene, questo quartiere la supera per affollamento, suoni, rumori, frequenza di guesthouses e camere in affitto, xiclò (la versione viet del ricsciò) e mototaxi che ti battono le mani in continuazione per proporti di fare un giro turistico con loro.
In questo quartiere la vita si svolge a più strati e su più livelli a seconda della distanza dalla strada principale. Seguitemi in una passeggiata per il quartiere. Sul fronte strada troviamo i motorini, elemento costante in Vietnam in quanto mezzo di trasporto per eccellenza (quasi non ci sono automobili). Qui il motorino è un susseguirsi di ruote a contatto con altre ruote, dobbiamo percorrere lunghi tratti ciabattando in mezzo alla strada perché non riusciamo ad infilarci tra un mezzo e l'altro. Sul motorino si aspetta, si fuma, si mangia, si dorme (i vietnamiti riescono a dormire ovunque) ci si fidanza e si trasporta di tutto. Ho visto portare (metterò la foto) assi di legno di un metro per due, televisori, grondaie, poltrone ed enormi lastre di vetro tenute dal passeggero a braccia larghe nel traffico anarchico della città. Nuotare nella vasca degli squali sarebbe meno pericoloso.
Saliamo finalmente sul marciapiede, intrufolandoci tra uno specchietto e l'altro, cercando di non causare un effetto domino che sarebbe sicuramente devastante.
I banchini del mangiare. La versione asiatica del ristorante arriva al minimalismo più estremo: banchini e sgabellini di plastica colorata a dimensione asilo in mezzo al marciapiede, un fornello collegato ad una bombola e la signora che fa da mangiare per tutti. Sediamoci a mangiare qualcosa. C'è scelta? No. Al massimo con o senza carne. Rapidamente ci troviamo di fronte un piatto principale con riso a fare da base e due o tre ciotole di contorno. Ah, come le adoro, le ciotole! Alcuni di voi lo sanno e mi prendono in giro, ma qui io, per via delle ciotole, ho trovato la mia dimensione! Sul riso c'è cavolo, cipolla soffritta e tofu. Nelle ciotole c'è una zuppa fumante con erba cipollina, lemongrass (un'erba lunga che profuma di limone) e zucca a pezzi oppure verdure a foglia verde bollite e in un'altra ciotola c'è il curry di bovino o di pollo. Poi ci vengono date ciotole più piccole con il condimento: salsa di soia in cui galleggiano allegri peperoncini, alcuni a pezzi, altri interi. Si beve il tè, o birra. Verso fine pasto ad ognuno viene precipitata una banana di fianco al piatto: la si taglia a fette col cucchiaio (nessuno si sognerebbe di mettere coltelli in giro per strada, questa è gente che si infiamma facilmente) e la si mescola al riso. E' il dolce. Non c'è distinzione di posto, o tavolo separato: mangiamo gomito a gomito con i vietnamiti, e anche questa è un'esperienza nuova: i commensali parlano fra loro come se si conoscessero tutti! chiacchierano! A Milano, nei posti in cui si mangia, succede molto di rado. Tutti felici che stiamo mangiando al loro tavolo, alzano il pollice e fanno gran sorrisoni sdentati, chi parla inglese si fa avanti e dà fondo alle sue conoscenze linguistiche. Di solito arrivandoci molto presto. Paghiamo il conto. Seimila Dòng, ovvero 27 centesimi di euro. Sì, avete capito bene.
Dietro la fila di banchini stanno i negozietti officina, che riparano o accumulano di tutto, affiancati dai locali per stranieri diffidenti: ambientazioni in finto bambù con camerieri che cercano di portar clienti al locale. Su invito non entro mai, è una mia regola. Ogni tanto, fra un negozio ed un locale, si apre un vicolo, stretto, buio, che si inoltra nel block, fra le case. E' abbastanza inquietante entrare qui, ma ci andiamo lo stesso. I muri sono dipinti di verde, generalmente, non so perché, e sulla stradicciola tipo casbah si affaccia la vita privata di ogni casa, un po' lontana dal chiasso della strada, donnine e anziani in pigiama da mane a sera stanno seduti per terra, guardano la televisione, dormono (in un modo che all'inizio mi faceva spaventare) con la faccia sulle piastrelle, buttati là che paion morti. Dentro ogni salotto tre costanti: la televisione accesa, l'altarino dei buddha con le lucine rosse, e un motorino parcheggiato. In casa.
E sopra? Ai piani di sopra stanno altre stanze da letto, in alcuni casi le stanze destinate ad usi più pruriginosi, che fanno capo a tutte quelle attività che qui rientrano nel grande businnes del "massage".
Sui terrazzi si lava, si stende e si chiacchera fra donne, come riesco a testimoniare dalla mia camera in affitto, una versione locale della cella di Hannibal Lecter, tutta piastrellata di bianco, pavimento incuso, e col lavandino attaccato ad una parete a caso, di fianco al letto.
E sotto la strada? Tanti, ma tanti amici di Geronimo Stilton! (detta così fa più simpatia, no?)

giovedì 28 febbraio 2008

La cittadina di Hoi An

A metà del laborioso Vietnam si trova Hoi An, una cittadina molto, molto bella. Hoi An si affaccia sul fiume, un fiume color marron-giallo, dall'odore marron-giallo anche lui. Si, l'evoluzione del sistema fognario deve ancora muovere qualche passo.
Ma non è per l'igiene che giudicheremo una città qui nel sud est dell'Asia, anche perché le strade sono pulite e non ho visto correre i toponi che allegri spadroneggiavano nelle vie di Hanoi.
Le case ad Hoi An sono basse, al massimo due piani, e hanno tanti colori. La struttura di norma è in muratura con portico in teak, ma molte abitazioni sono ancora interamente costruite in teak, con stipiti e finestre intagliati, resi scuri dal tempo e lucidati da cerature su cerature, come usano fare qui. Appena dentro ad ogni casa, di fianco alle ciabattine dei membri della famiglia che si trovano nell'abitazione, è posto un altare in legno, generalmente dipinto di rosso, che ospita due figure: un buddha vestito e di corporatura normale, di buon auspicio per la salute della famiglia, e un buddha grasso, sorridente, con i lobi delle orecchie che arrivano alle spalle e coperto da pochi panni. Questo è il buddha della ricchezza. I vietnamiti tengono molto alla ricchezza e buona parte della loro giornata (se non la totalità) è dedicata al lavoro e alla ricerca della fortuna. Proseguendo verso il fondo della casa incontriamo un locale ricavato nel centro della sala. Questo locale, senza finestre, è il luogo dove la famiglia si riunisce quando non sta fuori. Generalmente giocano a carte seduti per terra. Di fronte si trova la scala che sale al piano di sopra, ovvero alle camere da letto. Siamo però in una casa di gente benestante, le case ad Hanoi sono spesso più strette di un box e l'intera famiglia dorme insieme nel retro di quello che, per forza di cose, durante il giorno diventa uno spazio pubblico.
Il letto, qui in Vietnam, è una vera chicca. Immaginiamo un tavolo, alzato da terra circa quaranta centimetri, su cui sono adagiate alcune stuoie, generalmente in vimini e intrecciate a mano. Le doghe sono molto vicine fra loro e sono rigide. I membri della famiglia dormono qui. Negli alberghi i letti non hanno alcun sistema di molle o doghe flessibili, solo il materasso dà la morbidezza necessaria a stare un po' comodi. Ci si dorme davvero bene. Dietro alla casa di solito si apre un cortiletto, adibito a cucina, lavanderia, piccolo deposito, luogo in cui stendere i panni. I vietnamiti hano una vera passione per le piante in vaso, gli acquari coi pesci e gli uccelli in gabbia: le gabbie sono spesso in vimini intrecciato e ospitano merli indiani (mai addestrati a dire nulla, per fortuna, ma in grado di produrre i suoni più strani e fortissimi) e i vasi farebbero invidia alle casalinghe di mezzo mondo: ceramiche cinesi in cui crescono, avvinghiate ad un sasso, piante nodose e contorte, dall'immagine molto forte ed aggraziata allo stesso tempo; oppure vasetti sospesi, fissati ai balconi col fil di ferro, che ospitano orchidee di una bellezza stupefacente, spesso di enormi dimensioni.
L'ultimo giorno della permanenza mia e degli altri due amici italiani ad Hoi An siamo riusciti a trovare, in fondo ad un vicolo stretto e lungo, un ristorantino con un pergolato e fiori ovunque, lontano dal passaggio di turisti e motorini, in mezzo ad altri cortili pieni di panni stesi. Ad un certo punto, per la prima volta da che eravamo in Vietnam, è spuntato il sole. Il sole!!!
Il luogo si è trasformato, l'umore di noi tre di colpo è migliorato e i lenzuoli stesi ad asciugare hanno sparso per l'aria il nobile e fresco profumo dei panni stesi. A me è venuto in mente che proprio quando si stanno per lasciare i posti si scopre il loro lato migliore...
Non c'è stato tempo per pensare troppo, perché la donnina del ristorante ci ha portato i piatti dei menù che aveva preparato per noi: zuppe di gamberetti, wanton aperti con cavolo rosso (no, non stinge e quindi si può mangiare), cào lào, una specialità fatta di pasta, bocconcini di maiale e foglie di menta fresca, il tutto buonissimo! I gamberetti, soprattutto, erano speciali, oltre che per essere cotti alla perfezione, per le dimensioni e il sapore, che ci hanno stupito.
Scusi, che buoni questi gamberetti, ma da dove vengono? Chiediamo alla donnina.
E lei, con un sorrisone: "Rìver!"

lunedì 25 febbraio 2008

hi spêd intẻnet

ho decío di scrivể quéto pót, che sẩ` breve, cói` come viene scritto dal "computẻ" a cui mi trovo ỏa. Il trappolotto, di chỉâ fabbricazione cinế, ha evidentemente impótati i cẩttẻi della tátỉea vietnamiti, e non c`e` véo di cambỉaglieli. Devo dỉe che mi sembra un mỉacolo il solo fatto di ríucỉe a raggiungể intẻnet, víto che qui la connessione e` a velocita` ỉnfradito, come gli abitanti del villaggetto in cui mi trovo. Stảea alle sei ho il night bú che mi porta a mille km da qui, viaggiando tutta la notte. Ho decío di prendể un autobú come quelli che prendono lổ, i locali, pẻ non fảmi mancảe prỏpio nulla, víto che anche i miei compagni di viaggio sono pảtiti e stanno andando véo la thailandia. Da oggi quindi procedo da solo, di nuovo. Sẻmpe che io ríeca a staccảe le dỉta dalla tátỉea su cui sto scrivendo e che non rimanga attaccato qui pẻ sẻmpe. I polpảtelli ỏa scivolano ỏa si inceppano sui táti di quéto maleodỏante strumento, divenuto appiccicôso fóe pẻ le tante colazioni a báe di zuppa che i locali amano cónumảe mẻntre sono a computẻ.
Di fianco a me, precảiamente zancato nel mủo, si trova il router. Uno scatolozzo in plática grosso come un mỉcrônde che puzza di scaldato elẻttico in un modo inquietante. L`ìnfẻrnale aggeggio vomita cavi elẻttici malamente avvolti nello scotch marrone, con pảecchi fili scopẻti. Cẻco di non spỏgể troppo il gomito vérso il router.
A quéto punto credo di non dovẻ dảe spiegazioni a chi mi dice che metto poche foto sul blog. Figủatevi che da qui io il blog non ríeco neppủe a vedẻlo, pẻche` la pagina non si ảpe. Ríeco a scrivẻci ma pasando pẻ vie travếrse.
Pẻ víualizzảe una mail di solo tésto ci vogliono alcuni minuti. Adédso devo andảe, non pẻche~ abbia finito le cóe da dỉe ma pẻche` la donnina sta lavando pẻ tera e mi ha detto di andảe via dal computẻ, che lei deve pulỉe.
Ci tengono all`igiene, qui...
So che sembro un ritảdato da come scrivo ma vi giủo che e` un ềffetto del computẻ.
ciao.

domenica 24 febbraio 2008

Una nazione in mano ai ragazzi

La fine del Tèt, il capodanno cinese, avviene quasi di colpo ad Hanoi. Dopo circa una settimana di negozi chiusi ed atmosfera sonnecchiante mi sveglio un bel giorno e, uscito un mattino dalla mia sontuosa sistemazione (vedi "La stanza del matto" in un post precedente) stento a riconoscere la strada in cui si trova la mia guesthouse. Capannelli di gente che confabula intorno ai banchetti di cornici, nugoli di motorini che sfrecciano in ogni direzione suonando il clacson a tutta manetta per avvisare tutti del proprio arrivo, marciapiedi invasi di merce di tutti i colori, banchettini improvvisati con seggioline piccolissime su cui siedono vecchietti gracili gracili che fumano o parlano o mangiano zuppa. Bambini che vanno a scuola richiamati dal ritmo di un tamburo enorme che fa le veci della nostra campanella. La scuola inizia alle sette del mattino. Il tamburo si sente distintamente dalla mia stanza, anche se questa non ha finestre.
Ovunque, per strada, gente. Ragazzi e ragazze gestiscono negozi, trasportano di tutto sui motorini, se non trasportano merce ci si affollano: la media è due-tre persone per scooter, ma sono arrivato a vedere sei ragazzine su un unico mezzo. Uscivano per fare serata. In Vietnam l'età media della popolazione è al di sotto dei trentacinque anni. Una nazione in mano ai ragazzi. E si sente. L'atmosfera è quantomeno viva, piena di gioia e anche se ogni tanto capita di arrabbiarsi perché cercano di fregarti sui soldi, è una rabbia che passa presto. Gli anziani ci sono, hanno queste facce piene di rughe, questi occhi vispi, queste schiene curve che li fanno sembrare ancora più piccini, ti passano accanto, ti guardano sorridendo, chissà cosa pensano, e vanno via, sdentati, coi loro piedi di tartaruga nelle ciabattine da doccia. Chissà dove abitano, chissà cosa hanno visto, chissà se gli piace che adesso, dopo tanti anni di chiusura, il paese abbia aperto le frontiere al turismo, a tutti questi individui strani.
Un popolo che ha combattuto una guerra lunga mille anni contro i Cinesi, un popolo che ha sconfitto i Giapponesi, poi i Mongoli, poi i Francesi e infine gli Americani.
"We did'nt have the Vietnam War. We had an american war".
Qu la "guerra del Vietnam" non c'è stata. Qui c'è stato, come ultimo episodio, una guerra americana.

DAG

giovedì 21 febbraio 2008

rapido post

scusate per la mancanza di aggiornamenti negli ultimi giorni, sono davvero preso a vedere le infinite sfaccettature che un pianeta diverso dal nostro come il Vietnam mi offre un giorno dopo l'altro.
La voglia di scrivere per farvi sapere cosa vedo qui è tanta, ma le ultime giornate le ho passate o nel fango a visitare luoghi militari o appeso a mezzi di trasporto locali. Difficile tirar fuori il mac e postare qualcosa in queste condizioni. Invece di foto ne sto facendo tante.
Comunque sempre vivo, felice e inossidabile. Vi farò una relazione dettagliata al più presto.

P.s. Chi legge ma non ha voglia di scrivere perché non gli va di registrarsi, perché lo vede come un ostacolo insormontabile o perché è timido non si faccia problemi, non mi offendo. A me basta che se vi piace continuiate a leggere, se poi volete mandarmi un commento in forma privata mi scrivete a andrea.da.gasso@gmail.com
abbracci a tutti.

DAG

domenica 17 febbraio 2008

La gente che viaggia

Da quando sono in Vietnam sto viaggiando con una coppia di italiani che ho incontrato all'aeroporto. Sono gente che fa i mercati in toscana e sono venuti qui per comprare la merce, merce che poi spediscono in Italia e ci rivendono sulle bancarelle a Natale o d'estate. Hanno più o meno cinquant'anni, vispi e curiosi come pochi.
Strada facendo abbiamo raccattato altri personaggi; primi fra tutti un'altra coppia di loro amici, anche loro qui per compravendita di merce. Mi trovo bene con loro, gente senza troppi complimenti che viene nel sud est asiatico da quindici, vent'anni, che ha passato tanto tempo alla ricerca del villaggio sperduto dove trovare merce nuova per rinnovare l'offerta, gente che conosce l'Asia come le proprie tasche.
Mi sto rendendo conto che viaggiando si incontrano gli individui più bizzarri. Nei nostri itinerari abbiamo racimolato gente davvero strana: Ricardo, un costaricano di cento chili, quarantotto anni e già nonno, che sta viaggiando da quattro mesi e tra poco andrà in Bangladesh (non so a fare cosa).
Anna, una berlinese un po' schizzinosa che insegna tedesco nel nord della Cina e che è venuta qui per curiosità verso questo popolo (e si è trovata pari pari in mezzo ai cinesi).
Noga, una ragazza con cui mi sono trovato, per un inghippo organizzativo, a dividere una stanza d'albergo durante il tour ad Halong Bay, la famosa baia dalle mille isole, dove hanno girato un sacco di film sul Vietnam. Noga è israeliana, ha ventitré anni, ed aveva un'espressione intimorita quando le è stato detto che doveva dividere la stanza con me.
Chi si immagina una graziosa fanciulla dall'aspetto mediorientale e una promettente notte nella stessa stanza ha deragliato prodigiosamente dalla realtà.
Noga, che per carità, è una persona educata e gentile, ha appena finito il servizio militare in Israele, dove aveva il ruolo di pilota incursore. Mi ha raccontato delle durissime esercitazioni che fanno fare ai ragazzi e alle ragazze in Israele durante il servizio militare, del lancio col paracadute in territorio nemico e dei quattro giorni senza mangiare per tornare alla base (di notte, mai alla luce del giorno). E' in grado di arrampicarsi su una fune con venti chili di munizioni attaccati addosso e sa usare praticamente ogni arma, dalla rivoltella all'M16 alla UZI, la mitica mitraglietta in dote all'esercito del Mossad. (Sì, Giovanni, proprio quella!)
Avevo in stanza una sorta di Rambo, ma più virile. La mattina ci siamo svegliati e le ho chiesto: "Come hai dormito?" E lei: "Good!" è andata in bagno e ha tirato una scatarrata che ha fatto tremare il muro.
Chiaro?
E poi un giapponese, il più strano di tutti. Si fa chiamare Tom, ma io gli ho dato il soprannome "Mafalda" per via della pettinatura. Ricardo, il costaricano suo compagno di viaggio da una settimana, dice di non avergli mai visto le orecchie. Ho subito legato con Tom, che sembra più giovane di me e ha cinquantadue anni. Tom fa agopuntura, cura il cancro con questo metodo alternativo, m visto che non lo può fare sulle persone per motivi legali lo fa sui cani. Molti guariscono. A chi gli chiede "Where are you from?" lui risponde entusiasta "Canada!" ma si vede lontano un miglio che non può essere canadese. Lui se ne frega, in effetti vive a Toronto. Per essere uno che vive in un paese anglofono ha il peggior inglese che io abbia mai sentito, è praticamente incomprensibile.
Ho preso un kayak per esplorare la baia di Halong, nonostante il freddo e il buio che stava arrivando. Lui è venuto con me, senza battere ciglio, neppure quando ha scoperto che non avevo mai messo piede in un kayak. Dalla barca madre ci avevano detto di tornare subito dopo il tramonto. Eravamo lontani quando gli ho chiesto :"Che ore sono?"
"Sebe no kurò!" (Seven 'o clock, nel suo giapponglese).
Siamo tornati. Coppia improbabile. Il giorno dopo siamo finiti su una spiaggia, e ho scoperto che studiava pure karate.
Inevitabile un'ora e mezza di kata e tecniche a confronto, memorabile.

DAG

lunedì 11 febbraio 2008

La stanza del matto

Hanoi, Vietnam. Mi avevano detto che dormire qui costava caro, paragonato agli altri paesi dell'Asia. In effetti, ad una prima ricerca, nulla ho trovato che fosse al di sotto dei diciannove dollari a notte. Ok, colazione inclusa. Stanze che lasciavano parecchio a desiderare, ricavate in edifici costruiti dal regime comunista, soffitti alti, porte grandi, oggetti monumentali, spifferi in proporzione. Ad Hanoi in inverno fa freddo, un freddo umido che ti entra nelle ossa. Soprattutto non c'è mai il sole e questo non aiuta. Nella stanza da diciannove dollari entri e ti trovi la trapunta sul letto, piegata, e il lenzuolo di fianco. Il letto te lo devi fare tu. Ok, va bene.
L'inverno ad Hanoi è freddo, nell'hotel da 19 dollari non c'è riscaldamento. C'è il condizionatore. Rotto.
La mattina dopo la colazione è inclusa, ti trovi ad aver mangiato pane soffiato, burro soffiato e a bere un caffè in una tazza soffiata. Tutte queste cose sono soffiate per soffiare via, appunto, gli insettini che le popolano. E le soffi tu!
Mi sembrava troppo.
Non per le condizioni di stanza né per la popolazione da soffiare via la mattina, ma per i soldi richiesti.
Diciannove dollari a notte mi avrebbero reso povero nel giro di poco tempo, e io non voglio fare ritorno anticipatamente per essermi adagiato nella mollezza orientale. Mi metto in cerca di un altro hotel, passando la mattinata a vagliare guesthouses e ad entrare ed uscire da camere che mi venivano proposte con gesti magnifici dai proprietari o dalle loro mogli. Alla fine trovo quel che fa per me.
Pensione "Darling Café", sette dollari a notte. La mia stanza ha le pareti in formica che ondeggiano pericolosamente se ti ci appoggi, rischiando di farti finire nella camera dei vicini. Non ho finestre, se non una che da sul corridoio. Nel corridoio c'è un'unica finestra, e fa un freddo cane. Tira proprio vento. Non capisco il motivo di questo vento. Mi avvicino e scopro che la finestra del corridoio non ha vetri. La finestra della mia stanza ha delle listarelle di vetro orientabili, con il meccanismo rotto. Ovvero non si chiudono. Nella stanza fa un freddo portentoso, sembra di essere sulle Dolomiti. Una patetica tenda color verde marcio servirebbe ad oscurare la stanza dalla luce che entra dal corridoio, peccato che quando la coppia di vicini giapponesi accende la luce, anche la mia stanza si illumina, perché la luce filtra sopra e sotto le "pareti". Privacy? La giapponese della stanza accanto ha un lievissimo fischio al naso.
Parliamo del letto. Se nell'hotel di lusso il letto te lo dovei fare tu, qui il problema non si pone. Perché tanto non ci sarebbe niente da fare, ovvero il lenzuolo non c'è. Neppure il coprimaterasso. Materasso e trapunta sfilacciata sintetica, pesante come una rete a strascico, di colore previdentemente marrone, con decorazioni beige a confondere.
Le pareti, il soffitto e la porta sono tendenzialmente bianche, non c'è nulla se non qualche sbavo, le viti che assemblano le "pareti" e le piattine della corrente che portano energia all'unica lampada, un tubo al neon azzurrognolo che conferisce all'ambiente un prezioso tocco da ospedale psichiatrico. Vi sto scrivendo da qui, sotto la trapuntona a strascico. Nella mia memoria riecheggiano ancora i commenti di alcuni fra voi: "Che culo, vai al caldo!"
Ho su il berretto di lana...
Ah! Vi parlo del bagno?

DAG

domenica 10 febbraio 2008

un mondo diverso

Esiste il mal d'Asia? So che c'è il mal d'Africa, mio nonno Giuliano me ne parlava spesso, ed è una sensazione di nostalgia (letteralmente il dolore del ritorno, da nòstos = ritorno e àlgos = dolore) che prende in modo inaspettato chi ha avuto modo di passare del tempo in Africa, a contatto con la gente del posto o comunque chi ha avuto esperienze reali al di fuori di un villaggio turistico in Kenia, ad esempio.

Ecco, questa stessa sensazione esiste di fatto anche per l'Asia? Intendo dire, è una cosa comune oppure la provo solo io? Perché adesso che sono qui ho la sensazione di aver lavorato da anni per poter finalmente tornare in questi luoghi, per poter di nuovo passeggiare fra una bancarella e una fermata di autobus, schivando pozzanghere e carrettini che minacciano continuamente il mio percorso, perché a volte, quando passo in mezzo ai vapori di una donna che cucina nel wok sopra un bidone pieno di braci, mi viene la pelle d'oca.

E guardo con ammirazione i ragazzi e le ragazze che si vestono seguendo sì una moda, che sono stravaganti per farsi notare, ma in modo tanto diverso da quello che ho visto in Europa e anche in America del Nord, in un modo che a me non sembra offensivo o aggressivo.

Vi ricordate i cartoni animati dei primi anni ottanta? I personaggi avevano i capelli acconciati in modo assurdo, tutti ciuffi e spari, magari colorati. Ecco, qui tendono a pettinarsi ancora allo stesso modo. E ne vanno fieri! L'estetica del posto fa sì che il tassista sia tutto contento di poter ospitare il suo cliente in un'automobile decorata come una fioriera, magari di un bel fucsia acceso, profumata come una baldracca della Parigi anni venti e con un'aria condizionata in grado di stroncare Armadouk sul colpo. E il loro entusiasmo è talmente genuino che alla fine vieni coinvolto anche tu e superata la differenza di gusti iniziale, gli dai ragione. E capisci che è giusto così. Sarebbe un po' come andare ad Haarlem e vedere tutte le mami in tailleur grigio e con una sobria pietruzza al collo, e qualche anellino discreto. Stonerebbe, no?

Il mal d'Asia, stavamo dicendo. Perché mi viene spontaneo essere attratto da un "ristorante" ricavato dal retro di un'autorimessa, in cui i tavoli sono malconci pianali in formica e le sedie instabili oggetti in plastica, in cui non c'è un piatto uguale all'altro e al posto del tovagliolo ti piazzano al centro del tavolo un bel rotolo di carta igienica? (certo, nell'apposito barattolo).

Perché provo istantanea simpatia per questi posti dai soffitti bassi e l'aria resa irrespirabile dai vapori di peperoncino, affollati di teste chine sulle loro ciotole di zuppa sbrodolante, mentre guardo con compassione la malinconica coppia di tedeschi - maglietta grigina e pappagorgia sudata - mentre aspettano inebetiti dal caldo che gli venga servito il loro sandwich? (Non ho mai visto un asiatico mangiare un sandwich, mi cascassero le orecchie).

Perché? Voglia di imitare? Di essere strano? No, non credo. Forse perché queste abitudini, e il modo in cui prendono la vita le persone del sud est dell'Asia mi sembra sano. Ieri mangiavo, appunto, in uno di questi ristoranti, è arrivato un vecchietto secco secco e dalla pelle scurissima, sicuramente era del sud. Si è messo a mangiare di fronte a me e abbiamo scambiato qualche frase, superando le difficoltà della lingua. Alla fine del pasto mi ha confessato che credeva che vivessi a Bangkok, perché avevo l'aria umile, sicuramente per la morte della sorella del Re (fatto avvenuto in questi giorni).

Gli ho risposto che ero molto rattristato per il luttuoso evento ma che no, ero di passaggio.

Son di passaggio, sì, ma tutto quello che provo qui me lo porto dietro, rimane con me.


DAG

mercoledì 6 febbraio 2008

In giro per Nana

Nana è un quartiere di Bangkok molto popolato, ricco di bancarelle, centri per massaggi (con e senza extra) internet points e birrerie. Stasera, dopo essermi definitivamente ripreso dal jet-lag, ho voluto andarci, per non rimanere sempre e solo nella mia zona e perché cercavo un posto con internet.

Starò poco a Bangkok, e mi sembra giusto vedere il possibile di una città che cambia tanto rapidamente.

Sceso dallo Skytrain mi ritrovo in una via in cui si susseguono un internet point dietro l'altro. Qui in Asia il commercio non è organizzato come da noi, si radunano tutti i commercianti di una categoria in una via o in una zona e per un tratto vedi merce simile o identica nei negozi uno in fila all'altro.

Questa era la via degli internet points, ma avevo ancora voglia di camminare, così ho proseguito. Mi piace perdermi, quando vado in una città che non conosco e ho tempo. Sono libero di sbagliare direzione quante volte voglio, e magari scopro angoli che ai turisti non dicono nulla, ma che a me emozionano fino alla pelle d'oca. Come stasera, quando sono finito "in sbaglio" in un vicoletto su cui davano le cucine dei ristoranti. Il vicoletto aveva un canale, in mezzo, con un ponticello di legno per andare da una parte all'altra. In fondo al vicolo, che era chiuso, illuminato da candele, stava un altare. Pieno di fiori e offerte, giallo e rosso e con il Buddha contornato da incensi profumati. Il profumo dell'incenso si mescolava coi vapori delle cucine, che invadevano la via con i loro odori misto spezie e detersivi, il rumore del canale in sottofondo invitava alla calma. Sono stato lì un po', davanti all'altare, in penombra, lontano dal traffico caotico di poco prima.

In ben altra situazione mi sono trovato pochi minuti dopo, mentre percorrevo la via che era inequivocabilmente la via dei valigiai arabi.

Un commesso troppo magro, vestito finto elegante e con gli occhi di fuori mi si avvicina tutto sorridente:"Mister! Oh, mister, uèlcom!" "Eccolo", mi dico io, pensando già a come liberarmi di costui che mi tendeva la mano. Mi stringe la mano , tutto falsi sorrisi, con la sua barbetta, e mi invita ad entrare nel negozio di valigie.

Sorridendo gli dico: "No, grazie".

Insiste. "No, grazie".

Cerco, sorridente, di liberare la mia mano, ma lui non la molla. E' una tecnica adottata anche in Italia da alcuni ambulanti.

Insiste ancora. Quando capisco che non intende mollare la presa gli prendo il polso con l'altra mano e gli infilo il pollice alla base, fra i nervi. Sempre sorridendogli, sia chiaro, dò un vigoroso strizzone.

Poco dopo, nel mio gironzolare, quando ripasso casualmente davanti al negozio ma sull'altro marciapiede, lui è ancora lì, si sta massaggiando il polso.

Tiro dritto, in mezzo alla gente, ma sento una voce, dietro di me.

"Hey, mister!"

Oh cazzo, ancora? "Caluful, miste!" (careful, mister) grida la voce, "Attento!"Non era la sua voce, l'accento era orientale, non arabo. "Caluful, MIste!" Qualcuno mi stava avvertendo di un pericolo!

Non faccio in tempo a girarmi che una poderosa spallata mi fa scendere dal marciapiede. Mi giro di scatto e mi trovo di fronte all'ultima cosa che mi sarei immaginato. Un elefantino tendeva la proboscide verso di me e ciondolava la testa giocoso. La voce era di uno dei ragazzi che lo accompagnavano.

Mi sono fermato a dare un po' di pacche all'elefantino che era davvero un cucciolo, ma mi arrivava alla spalla, poi sono venuto via, felice, oltretutto, di aver trovato un internet point.

L'internet point da cui vi ho scritto questo post.


DAG

martedì 5 febbraio 2008

Bangkok

Fatto! Passato da Milano alcuni giorni fa, fatto il cambio della roba in valigia, visto solo famiglia, socia e Minni, nessun altro (o quasi) ha nemmeno saputo che sono stato per un po' di fianco a tutti voi! Ma quasi neppure io mi sono reso conto di essere a casa, non ne ho avuto il tempo.
Poi Malpensa, Cairo, Bangkok.
Dodici ore di fuso orario e una bella escursione termica in poco tempo (in South Dakota eravamo arrivati a meno venti, la notte della tenda, qui ci sono trentadue gradi) mi caricano di energia e mi fanno sentire in grado di andare ovunque.
La bordata di caldo umido mi ha fatto vacillare per un attmo nel momento in cui sono uscito definitivamente dall'aeroporto di Bangkok. Sbarco da un aereo della Egypt Air, popolato da molti asiatici, un certo numero di egiziani e un gruppo di italiani che aveva scritto in fronte: "anche io ho comprato il biglietto su internet mesi fa ed ero fiero di averlo pagato poco, adesso ho capito perchŽ ho speso cosา poco e mi sento meno figo di mesi fa...".
Non mi va di spendere per il taxi, cerco un bus che mi porti in cittˆ, nonostante qualche autista che cerca di tirarmi dalla sua mi dica: "non c' nessun bus che porta in cittˆ, sir!"
Rido e proseguo. Non pu˜ non esserci. Infatti c'. e mi ha portato per 4 dollari e mezzo attraverso la metropoli, lasciandomi nella zona della mia guesthouse. Preciso!
Avevo visto Bangkok anni fa, nel novantaquattro e nel duemila, e non mi era piaciuta. Troppo caotica, troppo rumorosa, inquinata, sporca, dispersiva. Ne avevo detto peste e corna. Solo che non avevo ancora visto Montreal, il suo opposto. Viva Bangkok! Tra le due preferisco il caos e le bancarelle per strada e i tuk tuk che fanno un rumore che mi ricorda la mia moto (sigh, la mia moto...!) le pozzanghere che ti sorprendono quando ci finisci dentro e ti bagni tutti i piedi non sai di cosa, il caldo che ti tiene compagnia e che ti fa sciabattare con calma per le vie affollate.
Bella cosa, il caldo, me ne godo un po' per ognuno di voi, vˆh!
DAG

post scriptum: le tastiere qui in thailandia non prendono tutti i caratteri senza lamentarsi, ogni tanto si incastrano. Sicuro che saprete decifrare lo stesso.
Devo riconoscere i pieni diritti a superpao, che voi conoscete come paola (la quale adesso sta facendo un giro analogo al mio ma nell altro emisfero)
l espressione brunner = breakfast+lunch+dinner, un pasto per tutte le esigenze, espressione usata qualche post fa. Grazie paola!

domenica 3 febbraio 2008

Warren

Anni fa mi trovavo su un pullman in Myanmar, in attesa di partire per il Nord del paese, quando notai un ragazzone che distribuiva caramelle e penne a sfera in mezzo ad una folla di bambini vocianti. Aveva un'aria talmente sorridente e contenta che rimasi a guardarlo per un po', ammirato da tanta felicità. Non dei bambini, sua.

Quello era Warren. Facemmo conoscenza sul pullman, scoprendo che andavamo nello stesso posto. "Da quanto sei in giro?" gli chiesi. "In Myanmar da due settimane, ma nel Sud-Est asiatico da tre anni". "Sei in vacanza da tre anni!?!?!?"-"No, sono in viaggio da tre anni". Era il primo viaggiatore di lungo corso che incontravo. Gente che mette via soldi in un modo o nell'altro e poi parte, viene in questi posti o in altri luoghi economici rispetto alla nostra vita occidentale, e rimane lì, adottando uno stile di vita modesto e rilassato, ma che gli permetta di stare il più a lungo possibile. Tra questi Warren è il viaggiatore più longevo che io abbia incontrato. E' in giro, anche se con piccole pause, dall'89. E' tornato varie volte nel suo paese, gli Stati Uniti d'America, per mettere a posto un po' di cose. Ha una casa e dei terreni in Tennessee. Li affitta e coi soldi dell'affitto vive in Asia. Warren prende il viaggio come un lavoro, una cosa molto seria. Ha delle regole che non infrange mai, scrive ogni giorno il suo diario annotandovi tutte le spese, fino all'ultimo centesimo. Cerca di decidere con largo anticipo i suoi spostamenti o le sue spese, in modo tale da cominciare a guardarsi intorno per trovare i prezzi migliori oppure per mercanteggiare e spendere il meno possibile, è in grado di ricordarsi esattamente quanto ha speso per una bottiglia di rhum comprata chissà dove non so quanti anni fa.

Prima di partire ha fatto quasi di tutto, e ne ha combinate di tutti i colori. E' stato uno dei barman più conosciuti di New York, ed è in grado di fare i cocktails migliori che io abbia mai bevuto (anche se è vero che non sono un intenditore). Estremamente semplici, ma ben bilanciati (questo infatti è un commento del Principe, che invece, in fatto di cocktails, è un vero intenditore). E' stato ospite delle galere di molti degli stati americani in cui ha lavorato o vissuto, ha creato una voragine finanziaria al posto del conto in banca che era riuscito ad aprire e poi è volato via.

Ora vive in Cambogia da qualche anno, con la sua fidanzata khmer. Parla khmer.

Warren ed io ci siamo incontrati ancora qualche volta in Asia (nel 2000) e a Milano nel 2007, durante un suo viaggio intorno al mondo, finanziato non voglio sapere come. So solo che nei diciassette giorni in cui è stato a Milano all'incirca un anno fa ci siamo divisi tutto, casa, serate, cibo, alcool. No, donne no. Non ce n'era...

Ora, questa è forse l'ultima volta che verrà qui in Tennessee, perché ha deciso di vendere casa e terra. Ci teneva particolarmente che venissi a trovarlo, è l'ultima occasione che ha per mostrarmi i luoghi in cui è cresciuto. Poi, Asia di nuovo. E lo rincontrerò, nella sua nuova patria, tra meno di due mesi, durante il mio vagabondare. Lui, neanche a dirlo, è felicissimo che io abbia intrapreso questo viaggio, anche perché vede che ho un metodo nel fare i programmi, e mi da una mano ad organizzare con preziosi consigli e indirizzi e posti da non perdere. Rivede un po' sé stesso agli inizi del viaggio.

Lui adesso ha cinquantatré anni ed è felice.


DAG

venerdì 1 febbraio 2008

On the road again

Non potevo non mettere un titolo del genere viaggiando per gli Stati Uniti. E' il titolo più banale del mondo, lo so, ma ci sta proprio bene per questo post.

Finito il lavoro sulle Black Hills sono partito alla volta del Tennessee, destinazione finale Knoxville. Per risparmiare ho deciso di prendere il bus, il già collaudato Greyhound, che mi aveva portato da NY a Montreal durante la notte. Solo che quella tratta era una semplice tratta notturna di otto ore scarse. Questa volta ho viaggiato per trentasei ore consecutive. Ho cambiato autobus cinque volte, attraversato non so quanti stati e contee e cambiato, via terra, due fusi orari.


Rapid City - Sioux Falls;

Sioux Falls - Kansas City;

Kansas City - St Louis;

St Louis - Nashville;

Nashville - Knoxville.


La qualità del cibo che si può incontrare viaggiando con il Greyhound è terrificante, mi sono ritrovato a cacciare un misero biglietto da un dollaro in un distributore quantomeno sospetto che in cambio mi ha sputato fuori una salma di hamburger. Dolce. Freddo. Nel sacchettino di cellophane. Probabilmente scaduto. Sicuramente scaduto. Patatine fritte e biscotti ripieni di peanut butter erano le cose più sane che riuscissi a trovare nei distributori, non c'era altra scelta. Arrivato ad una fermata un po' più grande delle altre, mi sono gettato sul bancone del self-service. "Due cosce di pollo, per favore".

Salito sul nuovo pullman ho scelto astutamente il compagno di viaggio più truculento e buzzurro che potessi trovare: un energumeno ciccione in canottiera e con le spalle pelose, un cappellaccio da cow-boy in testa e un aspetto talmente lercio da far passare qualsiasi appetito. Non a me. Ho addentato famelico le cosce di pollo, fritte, unte, lasciando perdere qualsiasi forma di educazione e di contegno, ho spolpato il mio brunner (breakfast-lunch-dinner) con inevitabili rumorazzi, risucchi e sciaguattii, e finendo con le mani talmente unte da non aver cuore nemmeno di pulirmele sul sedile. Il vicino? Neppure una piega, si è limitato a guardare i grossi camion che sfrecciavano sulla corsia opposta per tutta la durata del fiero pasto. Arrivo a destinazione sfiancato, unto ma felice. (E sazio).


DAG

Un popolo di venditori

E basta con 'ste cose serie, e la tenda, e la montagna sacra, vediamo un po' cosa c'è in una normale cittadina americana, che più americana non si può, cosa vendono i negozi, come si mangia.

Premetto che in molti avranno già visto e vissuto le cose che descrivo ora, ma le racconto perché sono le cose che colpiscono noi italiani, e forse anche molti europei.

Due cartelloni pubblicitari hanno fatto breccia, tra i numerosi che ho visto: Il primo caldeggiava la visita ad un monumento nazionale, Mt. Rushmore (i faccioni dei presidenti ricavati a botte di dinamite dal fianco di una montagna, alla faccia dell'impatto ambientale) definendolo: "A life-changing experience", un'esperienza che ti cambia la vita! "Un immancabile momento di patriottismo", diceva pure. L'altro era un manifesto che segnalava la presenza di un casinò nei paraggi: "Afferra lo Spirito vincente!" facendo chiaro riferimento alla spiritualità di questi luoghi. Il profilo di un capo indiano rafforzava l'idea.

E' strano, qui. Da un lato hanno questa capacità organizzativa pazzesca, per cui prevengono ogni tua probabile esigenza o capriccio, e sono già prontissimi per vendertelo, cortesia inclusa, dall'altro sono come muli che vanno per la loro strada senza porsi alcun dubbio.

E' la regola entrare in un negozio e trovarsi di fronte al commesso che con un sorrisone complice ti fa: "Hei ciao! come stai oggi!?" (Ma perché, ieri mi hai visto con una brutta cera? Non ricordo...) Oppure sentirsi chiamare dall'altra parte del negozio (scordatevi le bottegucce, qui i negozietti hanno la metratura dell'Esselunga) "Ok, allora quando hai bisogno di qualsiasi cosa me lo fai sapere, vero?" Salvo poi che, sull'onda dell'entusiasmo e della familiarità acquisita, quando esci li saluti dicendo forte :"Ok, ciao ragazzi, ci vediamo" e questi ti guardano come noi guardiamo un piccione morto sull'asfalto.


Non sono certo il primo a notare che gli americani sono dei bambinoni, lo so. Ma immaginatevi cosa dev'essere entrare in un negozio di giocattoli, nel più grande della cittadina di Rapid City. E' un supermercato, diviso per categorie merceologiche, con un'area destinata ai giocattoli per bambini oltre i 18 - 20 anni, cioè trenini, aeromodelli a motore, motoscafi in grado di speronare una petroliera. Arrivo in fondo al negozio, nel reparto dedicato ai giocattoli istruttivi Uno scatolone contiene, come ben mostra il disegno, la mucca visibile. Il bambino, assetato di conoscenza, può divertirsi a montare e smontare una mucca in plastica grande quanto un sanbernardo e disporre in bell'ordine fegato, cuore stomaco e altre frattaglie del pacifico animale. Con un altro giocattolo andiamo oltre: il bambino (o chi per esso) passando una particolare lente di ingrandimento sul corpo di un dinosauro può vedere le ossa che ne costituiscono lo scheletro. Indispensabile. Se poi qualcuno di noi volesse ricostruire un modello in scala dell'Everest, lo può comprare per soli $14,99, con la neve finta da spruzzare sulla vetta, una volta portata a termine l'impresa!


Entro, poco dopo, in un negozio di armi. In un supermercato di armi. Era il classico posto in cui i buoni alla riscossa entrano e vanno subito a prendere le armi da guerra pesante: mitragliere con cartucce grandi quanto una salciccia, fucili in grado di trapassare tre elefanti in fila e pugnali con lama mimetica e bussola incorporata. Un'arma terrificante, dall'aspetto tanto crudele da essere ridicola, era reclamizzata dalla scatola dalla scritta: "Ora sei pronto". Ma per cosa? A che pericoli si espongono per aver bisogno di armi tanto terrificanti?


Veniamo al cibo. Cosa non piace ai bambini? Le verdure, si sa. Allo stesso modo in questi posti, andando a mangiare nei luoghi più comuni e popolari, non troverete l'ombra di una verdura fresca neanche a spararvi. Eppure, come abbiamo visto poco fa, spararvi sarebbe facilissimo. Tutto è fritto, piccante, salato, glutammato, esaltato, croccante, fritto, fritto, fritto. Le porzioni potrebbero placare la fame di un legionario dopo la battaglia. Appena entri al ristorante la cameriera ti accoglie sorridente e tutta civettuola, come un usignolo, tutta dichiarazioni di disponibilità e sbattiti di ciglia. Peccato che, a volte, abbiano un culo largo quanto il Civitavecchia-Olbia. Un usignolo di cento chili. Il cinguettio è funzionale al "Tip", la mancia che va lasciata a chi ti ha servito al tavolo e che, spesso, è buona parte dello stipendio. Potete finire il pasto, se avete perso ogni pudore, spalmando del burro d noccioline sul pane. Così, per un ulteriore insulto al fegato.


DAG

mercoledì 30 gennaio 2008

la casetta nel bosco

Cari tutti, ma proprio tutti tutti tutti.
Non sono stato cannibalizzato dagli indiani.
Non sono stato rinchiuso in qualche prison da qualche sceriffo obeso che mi ha preso in antipatia. Sono stato in un posto talmente isolato dal resto del mondo che non c'era campo per nessun apparecchio moderno. Casetta di legno in Tennessee, in mezzo ai boschi. Fiumiciattolo davanti a casa, talmente pulito che l'acqua si poteva bere. Davvero, era potabile. Totale assenza di umani, macchine, rumori.
Ho i polmoni più puliti di quando sono nato.
Adesso sono a NY, presto metterò sul blog le cose che ho scritto in questi giorni, abbiate fiducia!
Un abbraccio a tutti.
DAG

domenica 20 gennaio 2008

Mitakuye Oyasin

Avevamo pianificato, per la giornata di ieri, la visita ad alcuni luoghi di lutto per la cultura Lakota, tra questi Wounded Knee, il luogo del massacro in cui persero la vita più di trecento fra uomini, donne e bambini della tribù Lakota, massacro pianificato ed eseguito dall'esercito americano. Dopo aver visitato questi luoghi siamo tornati in albergo, a dire il vero abbastanza mesti anche noi, un po' per il tema della giornata, un po' per il tempo, che andava peggiorando, con neve ad intermittenza.

"Andiamo a letto presto, così domattina partiamo prima dell'alba e vediamo il sole sorgere dalla cima di Bear Butte", altra collina sacra.

Ero al computer quando, verso le sette e mezza (orario in cui volevo andare a dormire) suona il telefono della mia stanza.

"Ce l'hai un costume da bagno?" Era Austin, il mio amico-guida. "Si, perché?"

"Se vuoi possiamo andare ad un Inipi, ho saputo che alcuni amici hanno preparato la cerimonia per stasera"

L'inipi è la tenda in cui gli indiani d'America celebrano le loro cerimonie e recitano le loro preghiere, sotto la guida dello sciamano.

"Si, andiamo". Nessuna esitazione.

Intorno al falò si sono già radunati alcuni membri della tribù, e quando ci uniamo a loro questi ci salutano stringendoci la mano. "Hau", rispondiamo. Poche le parole scambiate, anche per via del freddo, ognuno pensa a tendere le mani verso verso la pira che, bruciando, scalda le pietre rituali.

"Lo fate anche voi, in Italia, questo?" mi chiede un vecchio dai capelli lunghi, in piedi di fianco a me.

"Certo... certo, magari non tutti i giorni, ma lo facciamo" Gli rispondo con un sorriso.

Dietro di noi, nel cortile di legno dal suolo innevato e gelato, sta l'Inipi, la tenda rituale. E' scura, bassa e circolare, a forma di igloo. Mi accorgo che qualcuno ha posizionato, davanti all'entrata, un teschio di bufalo, corna di cervo e un'ascia rituale. C'è una atmosfera di attesa, alcuni respirano profondamente, qualcuno rutta. Alimentiamo il fuoco, sempre di più, adesso fa veramente freddo, ci saranno venti gradi sotto zero, appena ci si allontana dal fuoco il vento ti taglia le guance e la neve (a queste temperature ridotta a sottili cristalli di ghiaccio) ha l'effetto di spilli che non danno pace. E' buio.

Ad un segnale convenuto, tutti cominciano ad allontanarsi dal fuoco, vanno di fianco alla tenda e si tolgono i giacconi, i cappelli. Io guardo Austin, senza capire. E' già a torso nudo mentre mi dice: "I vestiti li puoi lasciare su quella panchina, non c'è da temere".

"COSA???"

"Si, le calze mettile pure dentro le scarpe" è stata la sua risposta.

Non ho scelta.

Sono nudo, in costume da bagno, esposto ad una tormenta di neve a meno venti, con i piedi nudi sulla poca neve che copre la terra gelata, in piena notte. Sembra l'inizio del film "Trecento", solo che me lo sto vivendo sulla mia pelle, ammesso che ne abbia ancora una e non si sia trasformata in vetro.

Batto i denti, le ginocchia picchiano l'una contro l'altra senza controllo, ad uno ad uno entriamo nella tenda, dicendo la formula rituale: Mitakuye Oyasin, siamo tutti fratelli.

Mi siedo in terra, aiuto il vecchio irrigidito a sedersi di fianco a me, poi vengono portate le pietre roventi, color arancione, nella tenda, e il freddo comincia a diminuire, anche se tutti tremiamo ancora. Tutti tranne i vecchi, che sembrano insensibili al freddo.

Chiudono la tenda, le pietre incandescenti son l'unico riferimento visibile. Il sacerdote, dopo alcune formule rituali, butta acqua sulle pietre, la tenda si riempie di vapore.

Incomincia il sermone, metà in inglese metà in Lakota, intervallato da frequenti "Mitakuye Oyasin", siamo tutti fratelli.

Ad ognuno viene richiesto di pregare, ascolto le preghiere degli altri, quasi tutti si esprimono in inglese, pregano per i loro parenti, perché superino i momenti di difficoltà o trovino la forza per smettere con la droga o con l'alcool.

Qualcosa mi tocca ripetutamente un piede, ma non capisco cosa sia. Siamo seduti per terra, ma a queste temperature non ci sono insetti, poi è qualcosa di strano. Viene da me. E' il mio sudore che, gocciolando dal gomito, va a finire sul piede. Sono bagnato fradicio, sto gocciolando.

"E adesso vorrei chiedere anche a chi è venuto da lontano di esprimere la propria preghiera" dice lo sciamano.

E così anche io ho pregato, ad alta voce, ho pregato per la salute della mia famiglia e delle persone care, ho pregato perché la bellezza di questa terra arrivi al cuore di chi viene qui e per chi ha fatto in modo che io scoprissi questi territori e questa gente.

Un coro di "Hau" mi ha fatto capire che il gruppo approvava.

Mitakuye Oyasin.


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La Montagna Sacra

L'America del Nord, geograficamente, è divisa in due dalla catena delle Montagne Rocciose, che fanno da spartiacque per tutti i fiumi e fiumiciattoli che la attraversano. Solo una montagna spicca, per la propria altezza, al di fuori delle Rocky Mountains, e si trova ad Ovest di queste. Indovinate dove si trova? Qui, nel South Dakota. Poteva non essere un posto sacro per la tribù Lakota? No. Infatti non solo è una montagna sacra, ma tra i luoghi sacri è il più importante, visto che sulla sua sommità andava a meditare Alce Nero, forse l'ultimo leader carismatico Lakota e autore di pensieri e meditazioni letti e riletti da oltre trent'anni (Alce Nero Parla).

Dopo una serie di tentativi andati a finire male, la mia guida e ormai anche amico, Austin, è riuscito a trovare una strada che non fosse chiusa per la neve troppo alta, fra tutte quelle che si avvicinano alla base della vetta. Abbigliati di tutto punto, maglie termiche, passamontagna e occhiali protettivi contro neve e vento, abbiamo iniziato la salita. Che, non starò tanto a dilungarmi, abbiamo interrotto per mangiare due panini rigidi (per il freddo) e fare qualche foto nei punti migliori. Salire è faticoso, quando si è coperti da così tanti strati la respirazione diventa difficile, sarà stato quello, sarà stata la macchina fotografica, ma mi sentivo spossato in modo anormale. Mi girava anche la testa e avevo gli straluccichi nello sguardo, ballava tutto! Mi sentivo un po' una chiavica, lo devo ammettere, ma non capivo perché. Ho chiesto ad Austin. "Troppo ossigeno per i tuoi polmoni", mi ha detto. "Hai già vomitato?" Ma che bella prospettiva! Perché, va a finire così? Mi ha spiegato che non andava per forza così, ma poteva succedere.

Non è successo, anzi, dopo quasi tre ore di salita siamo arrivati ad una scalinata in pietra ricoperta di ghiaccio, battuta da un vento molto forte, che aumentava la sensazione del freddo. Da meno quindici ti fa percepire meno trenta. La scalinata andava a finire in una piccola costruzione, sempre in pietra. Eravamo giunti alla sommità di Harney Pick, 7200 piedi (2160 m), il luogo di meditazione di Alce Nero, sovrastante foreste e rocce a perdita d'occhio, e vento che solleva neve farinosa dagli alberi in lontananza. Nessun altro rumore. Nessuna presenza umana per miglia e miglia. Nessun bisogno di parlare fra noi, solo lo sguardo e una felicità dentro, un senso di pienezza commovente.

Nota tecnica: a queste temperature bisogna sempre avere una batteria della macchina fotografica di riserva, che deve essere tenuta al caldo, magari nella tasca dei pantaloni. Il freddo uccide le batterie in pochi minuti. Il sistema autofocus può rallentare di molto (il mio si era bloccato) quindi bisogna scattare in fuoco manuale. Anche il software della macchina risulta così frenato dal freddo che le immagini scattate impiegano un secondo o due per comparire sul visore della fotocamera ed è sconsigliabile usare automatismi o funzioni program che imbolsiscono tremendamente l'apparecchio.

Sarebbe come voler suonare un violino sott'acqua. Scordatevi di fare più di tre foto se, per scattare, avete dovuto togliervi i guanti.


DAG

Messaggio Tecnico

Buongiorno o buonasera a tutti. Questo post è essenzialmnte un messaggio tecnico per tutti coloro i quali hanno scritto un comento e non se lo sono visto pubblicato.

Non so darvi una spiegazione precisa di quanto stia accadendo (presumo che la cosa si ripeterà, anche se è spiacevole) perché io ho autorizzato la pubblicazione di ogni post che ho letto finora.

Mi scuso quindi con chi non dovesse aver visto il proprio commento pubblicato. Il mio invito è quello di inoltrarlo nuovamente, se lo avete salvato nelle bozze. Grazie e scusate ancora.


DAG

venerdì 18 gennaio 2008

Tatanka!

Austin sarà la mia guida qui per questi giorni di lavoro. Non lo avevo mai visto, neppure in fotografia, ma all'aeroporto non ho avuto nessuna esitazione. Capelli neri con qualche filo grigio raccolti in un codino basso, naso all'ingiù, espressione fiera, molto seria, ma che si è aperta subito in un sorriso quando ha visto che lo guardavo con aria interrogativa. Ci siamo abbracciati. "Hau, kola", ciao amico, mi era stato detto di salutarlo così. Abbiamo iniziato subito a parlare, a pianificare l'itinerario di questi giorni attraverso i territori Lakota e le tradizioni, i luoghi sacri e i personaggi che hanno avuto un ruolo nella storia di questo popolo, che si divide in sette tribù, che subisce pressioni da parte del governo americano, che non riesce a ritrovare una propria unità sotto un unico leader carismatico.

Poi, a cena, siamo finiti a parlare del lavoro, delle nostre vite personali, e, ovviamente, di donne.

Every world is a village, ogni mondo è paese...

E io? che potevo fare se non mettere gli animali al primo posto nelle tappe della mia visita qui? Noleggiata una buona quattroruote siamo andati subito nel Custer State Park, il la distesa di colline che, in tutte le Black Hills, ospita il maggior numero di animali selvatici.

"Guarda, guarda là!" "Cos'è?" "Bison! Buffalo!" Un gruppo di bisonti. Su un prato.

Non ci si può avvicinare ai bisonti, sono troppo pericolosi e imprevedibili, e un esemplare sano corre veloce quanto un cavallo, anche se pesa tre volte tanto. E poi i rangers, se ti vedono, ti fanno un culo così, senza troppi complimenti. Meglio non scendere dall'auto quando c'è un bisonte in vista.

Rapido scambio di sguardi. Ragazzi, sono in macchina con un pellerossa, uno che è cresciuto in questi posti, cosa volete che faccia?

Avete capito.

La folle corsa a rotta di collo giù per la collina, in mezzo ai sassi che rotolavano sotto i piedi e il timore di cadere e rovinare la macchina fotografica ci ha fatto tornare alla macchina ansimanti e col fiatone, ma felici, almeno per me, per le immagini riprese. Sì, da vicino, qualche metro. Poi il rumore di un'auto che si avvicinava ci ha fatto fuggire. Noi. I bisonti, placidi come mucche. Madonna quanto puzzano i bisonti!


DAG

giovedì 17 gennaio 2008

Pace fatta?

Dài, pace fatta! Come con le persone, non mi piace mantenere il rancore neppure con le situazioni e quindi ho deciso che ho fatto la pace con Montreal. Complici due giornate di sole e un incredibile situazione metereologica.

C'erano cinque gradi sotto zero, ma sembravano sei sopra! L'aria asciutta non fa entrare il freddo nelle ossa, basta un maglione sotto la giacca e puoi andare in giro tranquillamente. Ha un che di sano. Sana è anche l'aria che si respira, così limpida e pulita (nei giorni precedenti o neve o pioggia o nuvolo) e tanto trasparente da far passare i raggi del sole, che picchiano caldi sulla mia guancia, mentre cammino goffamente coi miei stivali termici appena presi (temperatura di confort: -25!)

Preferisco dire che sono stato sfortunato io con il tempo e che mi ero fatto delle aspettative enormi (poi deluse) piuttosto che condannare un'intera città. Pace con Montreal, ha i suoi lati belli. E poi in luglio ci devo tornare, e ne riparliamo. Ecco, rimandata, non bocciata.


Tre aerei, dieci ore tra voli e attese, e mi ritrovo a Rapid City, in South Dakota, dove comincia il lavoro, principale motivo  di questo trasferimento nel continente nordamericano. Ho incontrato la persona che mi farà da guida in questi giorni e che mi spiegherà tutto di questi posti, ma di lui dirò in seguito, perché è un personaggio.

Fuori dalla camera del mio albergo (sta albeggiando) le strade sono bianche di brina, ci sono quattordici gradi sotto zero, poco distante vedo le colline che danno il nome a questa regione e un senso alla mia presenza qui. Le Black Hills. Territorio della fiera tribù Lakota. A presto.


DAG

sabato 12 gennaio 2008

Squirrels

Una città difficile. Oggi c'è il sole, il clima è sempre più mite, ho fatto una lunga passeggiata per cercare di entrare in sintonia con il posto, con la città. Gran parco di fianco alla casa in cui mi trovo. Mi sono diretto lì, nella speranza di trovarmi in un ambiente incontaminato, di imbattermi negli squirrels, gli scoiattoli, che a noi europei fanno sempre molta impressione, ci fanno sentire in un posto fatato. (Qui invece li disprezzano abbastanza perché distruggono i giardini davanti alle case e li considerano poco più che ratti. Un po' come se arrivasse un canadese in Italia e rimanesse estasiato di fronte ad una nutria)

Il parco di fianco a casa c'era, non era solo su Google maps. Era uno sterminato cimitero, circondato da una ringhiera di ferro nero. Dentro però si poteva fare una bella passeggiata. Tra le lapidi. Desolante come solo un cimitero con la neve che si scioglie può essere. Ho provato a salire in cima alla collina, giusto per continuare, per non demordere, per arrivare a vedere le cose dall'alto che, dicono, fa sempre bene. Tornanti con villette "deliziose", in pietra o marmo, perfette e perfettamente chiuse. Grossi SUV o BMW parcheggiati fuori, tutto così altero e ostile, esclusivo nel senso peggiore del termine. Qualche scoiattolo, sì, ma nascosto dietro alle ruote dei SUV.

Le persone ti salutano anche se non ti conoscono, così, per strada. Ma ovvio, quando non sei in centro incontri una persona ogni quaranta minuti, salutarla è il minimo!

L'altra sera siamo andati al cinema. Usciti (era l'una e mezza di notte) la mia amica ha proposto un giro al porto. "Non sarà pericoloso?" le ho chiesto, visto che avevo anche la macchina fotografica al collo. "No no, vedrai, non ci sarà nessuno di cui temere". Era vero, non c'era nessuno di cui temere. Non c'era proprio nessuno!

Ma non c'erano nemmeno automobili, barche, locali. Ringhiera, alcuni metri sotto si estendeva un lastrone di ghiaccio immenso, illuminato da lampioni gialli, racchiuso da lontane striscie di cemento. Quello era il porto.

Ragazzi non lamentiamoci più delle Cinque Terre, ok?

Sparuti taxi rallentavano passandoci affianco, sperando di averci come clienti; sembrava un puttantour al contrario.

Difficile trovare un'intesa con questo posto, che per ora rimane insensibile e muto.


DAG

martedì 8 gennaio 2008

Il mite Canada

Gennaio in Canada dovrebbe essere l'apoteosi del freddo, il trionfo della palla di neve, il paradiso dell'alce e la gioia del pattinatore.

Niente.

Caldo.

Quattordici gradi e la gente che va in giro in maglietta, perché qui non stanno tanto a formalizzarsi. Montagne e montagne di neve ai bordi delle strade, con un pisciolìo continuo che sbuca da sotto e fa le pozze intorno.

Ma nonostante il clima mite che inviterebbe a gironzolare, la città non invoglia granché, sembra la periferia di Stoccarda.

La gente si veste strettamente secondo la moda della Polonia dei primi anni ottanta. Not fashion addicted, direi; stiamo parlando di un posto in cui i ragazzi indossano magliette con su il teschio per sembrare cattivi.


Il Greyhound è una compagnia di autobus di linea, credo la più famosa, che collega praticamente tutti i centri abitati degli Stati Uniti. Il Night bus che ha percorso i circa mille km che separano New York da Montreal ha viaggiato verso Nord per tutta la notte, con due pipì-stop e un controllo alla dogana.

Porti droga con te? Ti droghi abitualmente? Non ho capito se erano domande rituali o se il doganiere ne volesse un po'.

In effetti la mia faccia non doveva essere delle più sane, a quell'ora.


DAG

domenica 6 gennaio 2008

la grande mela

Ovvero la grande tentazione, come ha ipotizzato qualcuno. Beh, è lei, è New York City, probabilmente il centro del mondo, almeno per certe cose. E son qui! Lasciatemi abbandonare almeno a cinque minuti di esaltazione, lasciatemi fare il figo!
Ieri ero a Broadway, ho fatto colazione da Starbucks, sono stato col naso all'insù per tutto il percorso, arrivando al WTC, dove sorgevano le torri. Qui gli americani non hanno messo in piedi nessun tipo di spettacolarizzazione. Il cantiere è immenso, un intero block è in fase di ricostruzione, i nomi delle vittime dell'attentato sono incolonnati su pannelli verdini. Verde speranza?
Ho visto delle ciccione immense dondolare i loro sciabordanti culoni davanti a me, ho visto i neri che camminano rimbalzando quasi avessero le molle sotto le suole, una palestra di Yoga (Power yoga, sorry...ma che è?) con gli spogliatoi a vista sulla strada (e c'era uno, lo dico per le fanciulle, con una fisicata imbarazzante) e poi ho visto le macchine della polizia, gli idranti colorati, i dettagli art déco degli edifici, le scale antiincendio, i baracchini degli hot-dog.
E sì, ragazzi, c'è, c'è.
DAG

Chissà che schifezze mangerai in Asia!

Aeroporto di Londra, dopo la prima sequenza decollo - atterraggio.
Bagel Street. Così si chiama il banchetto da cui mi sono lasciato tentare, dopo aver accumulato una fame cieca. Lo dico perché se dovessi esalare l'ultimo respiro dopo quello che mi hanno dato da mangiare sapete a chi rivolgervi.
Ho sempre esitato davanti alle casse di Mc Donald's, non che sia un salutista, ma sono nato e cresciuto in Italia! La patria del mangiar bene!
Evito ogni infiorettatura e vado dritto al sodo? Dài!
La brufolosa e cicciottella ragazza che mi ha servito ha riempito una ciambella dolce con della crema di formaggio, poi ha tirato fuori da un grosso sacchetto di plastica una generosa manciata di bacon fritto (freddo) e ha calcato bene il tutto.
Eh?
Fine.
DAG

giovedì 3 gennaio 2008

Sarete tutti con me

E poi la pianto di fare il sentimentale, come ha detto qualcuno.

Poche ore, poi le parole smetteranno di essere italiane: cèck in, bordin pass, fasten sit bèlt, plìs, de facchin bebi is cràing, aichènnòt slìp.

Immagino giganteschi poliziotti americani che mi scrutano, mi fanno la radiografia all'immigration. Immigréscion, scusa.

La mia foto sul passaporto fa pensare a facce che sarebbero state sospette anche ben prima dell'undici settembre, Azuz Marzouk sembra un putto del presepio in confronto a me. Mamma perché mi hai fatto così scuro? (si può dire terone nel blog?)

Ma ecco son qua. Il rumore della cerniera della valigia che si chiude esiste davvero, la sensazione di aver dimenticato qualcosa è sparita, tutto è pronto. Sguardo solenne che percorre tutta la sala, con sorriso di benevolenza. Non ho mai chiuso la porta di casa un modo tanto sacrale, ieratico.

Domattina, così presto da essere ancora notte, sarò sul vialone in fondo al quale si trova l'aeroporto, pochi chilometri dritti e semplici, guarderò avanti con serenità e fiducia, sicuro di compiere un passo importante, di cogliere un'occasione che capita una volta nella vita.

Spunterà il sole di fronte a me, l'aria fredda e limpida del mattino mi darà la sveglia, e solo allora una domanda si farà strada in me.

Cazzo, il gas? L'ho chiuso?

DAG

venerdì 28 dicembre 2007

l'ultimo giorno di lavoro

Ecco, è arrivato il momento. L'ultimo giorno di lavoro.

Oggi sono arrivato in casa editrice con la tranquillità del prepensionato, la flemma del nonno che è vicino alla fine del militare.

La consuetudine dei soliti gesti - accendi il computer, controlla la posta, accendi i flash e mentre si scaldano dai una pulita al piano da still-life, che ospiterà gli ultimi soggetti da fotografare.

Ci ho messo scrupolo e cura, ho coccolato ogni inquadratura e verificato ogni esposizione, ho messo ancora amore nel mio lavoro, goduto nel sentire la materia di quel che fotografavo, nel rendere giustizia ad oggetti non belli, accarezzarli con la luce, sicuro nei movimenti, movimenti che in un anno e mezzo ho ripetuto tutti i giorni, limandoli ed eliminando il superfluo. Come un pescatore che ripara le reti a fine giornata. Solo i gesti essenziali. Non è frenetico il mio lavoro, se si vuole. E' artigianale, è bello.

E dopo un anno e mezzo, intervallato dai saluti dei colleghi, tutti ancora saturi dal Natale appena trascorso, è passato anche l'ultimo giorno di lavoro, un giorno di sole invernale, un giorno in cui non ci credi che poi cambierà tutto, in cui gli altri ti dicono: "Beato te!" e tu hai paura perché stai per abbandonare le certezze che ti hanno dato da vivere fin lì. Si, beato io, vero, ma non mi sento come quello che rompe le catene perché è un ribelle. Non mi sento ribelle, ecco. E' molto difficile anche restare, continuare a lavorare sempre allo stesso computer, alle stesse pagine, lottare con umiltà per produrre qualcosa di buono. Ogni santo giorno.

Oggi ho amato i miei colleghi, non mi sono commosso nei saluti, ma nel vedere, al mio arrivo, le teste chine sulle tastiere, nel sentire i brevi scambi di informazioni su borderò e impaginati.

Come se tutti insieme fossero un solo amico, che non si spertica in dichiarazioni teatrali, ma c'è e ti da sicurezza. Grazie a tutti.

DAG

sabato 22 dicembre 2007

commenti riabilitati

Gentili Lettori, ho deciso, in seguito alle numerose lamentele pervenutemi, di rendere di nuovo pubblica la lettura dei commenti che, instancabili e numerosi, invierete al mio blog. In fondo non avevo considerato che il piacere di vedere pubblicato il proprio pensiero è un forte pungolo a lasciare anche solo una frase, una facezia, un motto, un lazzo.

Le vostre cazzate, insomma.

Quindi tranquilli, le potrete ritrovare World Wide!

DAG

lunedì 17 dicembre 2007

la sposa isterica

La sensazione di tempo che mi scivola fra le dita in modo incontrollato e incontrollabile mi fa inorridire, il Natale quest'anno si avvicina con le sembianze di un mostro che chiude tutto, che tutto intasa, ritarda, imbolsisce e frena.

L'agenzia per i visti del Vietnam vuole il piano dei voli per rilasciare il visto. La compagnia aerea vuole il numero del visto per emettere il biglietto elettronico. Come si fa? Oltretutto io passerò dal Vietnam alla Cambogia via terra, quindi senza prendere un aereo. Niente piano dei voli.

Tra diciotto giorni parto, diciotto, capisci?!?!?!?

Sono una sposa isterica. "Deve essere tutto perfetto! Capisci!?!?"

In realtà sotto sotto lo so, è come un esame all'università, non puoi pretendere di sapere tutto, c'è sempre un punto debole che se ti ci incarti fai la figura del pirla.

Dai, sconto Buona Volontà? Attenuanti Generiche? ...Dai...

Informazione tecnica per te, che stai leggendo il blog e siccome mi vuoi bene mi scrivi un commento: nessun commento verrà messo in chiaro. Ovviamente io li potrò leggere tutti e a tutti darò una risposta (sarà uno dei tanti compiti di questo viaggio) ma in sostanza per te non sarà possibile leggere i commenti degli altri. Che poi, dai, in fondo che te ne frega, sei sempre così impegnato! Avrai mica tempo da perdere così, va là!

martedì 11 dicembre 2007

pare un film

Paola ha il dono della sintesi. di qui o di là poco importa, conta il percorso.

La Zia ha aggiunto un po' della sua saggezza con taglio classico/mitologico.

Basta, il resto della filosofia lo sapete anche voi, non stiamo tanto a menare il can per L'Aia (Den Haag).

La storia del ribaltare tutto per mettere in ordine avete capito tutti dove portava, no? 

Il 4 gennaio arriverò a New York, e sarà un arrivo alla grande: JFK airport, un paio di notti a Manhattan. Si, a Manattan...Eh? pare un film...

DAG 

sabato 8 dicembre 2007

fuori controllo

Tutti noi abbiamo provato, almeno una volta, a mettere davvero ordine in casa. Ribaltare tutto, buttare via ciò che si è deciso che non serve, pulire e ricominciare a vivere in un contesto rinnovato, pulito, incoraggiante.
Sarà una bella faticata, ma vedrai dopo...!
A metà lavoro, quando tutto intorno è stato ribaltato, quando i sacchetti in terra rigurgitano carte (questo si butta o si tiene?) e quando in tutta casa non c'è più un piano d'appoggio libero, e per  camminare bisogna giocare a mondo, succede che la situazione precipita. E noi con essa. Non siamo più in grado di capire cosa vogliamo fare, se davvero volevamo mettere tutto a posto o abbiamo avuto un momento di interruzione dell'attività cerebrale.
Bivio.
Alcuni fanno un grande sforzo di volontà, lottano contro il maligno che sta per entrare in loro e portano a termine la titanica impresa, altri si imbattono nella scatola delle fotografie.
E lì è la fine.
Culo per terra, album tutti intorno, se ne stanno per un po' a guardare, con espressione idiota ma felice, tutti gli scatti degli anni passati, le ex fidanzate, i tramontini, gli amici cionchi all'aperitivo, il cane ormai trapassato - quant'era intelligente -.
Passano due ore.
Si accorgono che è buio, puzzano e hanno una fame tremenda. Domani devono andare di nuovo a lavorare, ché è lunedì.
Ordinano una pizza al telefono. la mangiano seduti per terra.
Vanno a dormire lasciando il cartone della pizza in mezzo alle cose, tanto si confonde.
Probabilmente gli uni e gli altri sono felici, perché alla fine si sono accorti che il loro percorso li ha portati di lì o di là.