mercoledì 2 aprile 2008
Good morning ladies & gentlemen...
All'aeroporto si arriva un quarto d'ora prima, per ogni tipo di volo, visto che il terminal è grande quanto la sala d'attesa del veterinario. Pure i controlli all'aeroporto si svolgono in un clima di rilassata compagnoneria: l'ufficiale addetto al controllo bagagli prima mi chiede le chiavi per aprire il lucchetto della mia valigia, poi quando vede che gliele dò subito (l'altra volta mi avevano troncato il lucchetto senza troppi complimenti) mi dice: "No, ok, va bene, ci ho ripensato, sembra a posto, come valigia". E ti credo che sembra a posto, è una valigia! Ma preferisco lasciar perdere.
Il volo si svolge tranquillo, se si esclude che il mio vicino è un ciccione oversize da servizio di Studio Aperto sull'obesità. E' così grasso che il suo fianco, non so come, ingloba il bracciolo fra i due sedili e straripa nel mio posto, schiacciandomi il gomito. L'omaccione, dalla faccia buona e la barba lunga, mi guarda e mi dice, tutto contento: "He he... big man".
Non posso che essere d'accordo, gli sorrido di rimando, mi è simpatico.
I problemi sono cominciati a Minneapolis, quando ci hanno imbarcato sull'aereo per Tokyo. L'aereo, un Boeing 747 - 400, enorme, si stacca dal finger, fa cinquanta metri e si spegne tutto. Si accendono le luci di emergenza. Ci guardiamo in faccia stupiti, ma nessuno dice nulla. Dopo dieci minuti, stessa storia. L'aereo ritorna al finger. "Good morning ladies & gentlemen, sono il vostro capitano..." Problema all'impianto elettrico, dice che in mezz'ora sarà tutto risolto. Aspettiamo un'ora. Riprova. Tutto come prima, succede di nuovo. "Good morning ladies & gentlemen..." Qualcuno sbuffa, altri si lamentano. Molti passeggeri sono, ovviamente, giapponesi. Nessun giapponese dice alcunché, si limitano ad ascoltare con gli occhi un po' più aperti del solito.
Dopo tre ore: "Good morning ladies & gentlemen, continuiamo ad avere lo stesso problema..." Un coro di "Shit! Fuck! Incredible! Never again!" eccetera si alza dai sedili, dove ormai regna il bordello. Il male comune aiuta evidentemente a socializzare, perché nessuno più è seduto, tutti chiacchierano fra di loro, si agitano, si scambiano i posti, tutti tranne i giapponesi che, dopo aver ascoltato lo stesso messaggio con gli occhietti sempre più aperti dicono (ma solo quelli dall'animo più ribelle): "Oooohhhh...." e non fanno niente.
Passa un'altra ora. "Good afternoon, ladies & gentlemen..." Questa volta ci sbarcano dall'aereo, ci danno un buono sconto di 250 dollari in aggiunta ad un altro di 25 da utilizzare sulle linee della stessa compagnia, ci assicurano vitto e alloggio fino al giorno dopo. Lasciamo l'aereo un macello, sembra che gli Unni vi abbiano fatto un rave party con droghe scadute. Evidentemente in quelle quattro ore ognuno di noi ha dato il meglio di sé per produrre più pattume possibile e cercare di smontare il sedile di quello davanti. Hanno anche pensato di tenerci buoni col cibo, dandoci da mangiare più o meno ogni ora. Idea geniale e deleteria allo stesso tempo: come tieni buoni trecento americani nervosi? Pappa. Cibo. Cosa ti lasciano in giro trecento americani sazi ma comunque non contenti dopo quattro ore di snack, patatine, caffè, caramelle, biscottini, vassoietti, panini, baggianate? Una merda d'aereo. Da buttare.
La coda per ritirare il voucher per l'albergo è lunga come la Stramilano negli anni d'oro, non ho la minima intenzione di farmela tutta. Vado semplicemente al desk vicino, della stessa compagnia, e in pochi minuti ottengo un voucher per una stanza in un albergo davvero di lusso, il Ramada, con piscina e internet inclusi.
Il giorno dopo ho scoperto che alcuni sono riusciti a ritirare il voucher a mezzanotte e mezza. Io alle sette ero in stanza, a cantare sotto la doccia.
Cena tristissima, da solo in un ristorante enorme, dove mi ammazzo trangugiando, a spese della compagnia aerea, un intero fianco di maiale ricoperto di salsa barbecue, una batteria di costine (almeno quattordici) cotte alla perfezione, ma davvero troppe per il mio stomaco. In stanza crollo addormentato dopo sette minuti.
Alle tre e un quarto del mattino mi ritrovo a passeggiare per la stanza tutto sudato, cercando di digerire e dandomi del pirla senza limiti.
Tanto l'Asia mi invita alla moderazione, tanto gli Stati Uniti mi spingono all'eccesso, mi vien da pensare. Meglio tornare nella mia Bangkok, vàh, che almeno mi dò una calmata...
DAG
Lusso sfrenato, digiuno e dubbi.
Ma va bene, bisogna ogni tanto sperimentare il lusso per sentire la mancanza delle cose rustiche. Mi manca un po' la compagnia dei gechi nella stanza. Diciamo che passare tanto tempo da solo, come capita a me, ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi, ogni tanto. Che affezionarsi ai gechi sia un sintomo di solitudine? Oggi, fra l'altro, è Pasqua, me ne sono accorto poco fa!
Bene, usciamo per andare a farci la cena di Pasqua, allora, visto che ho anche fame.
Rapid City è deserta. Tanta gente in giro ieri, tanto oggi la cittadina sembra bombardata, non c'è in giro anima viva. Qui nella zona centrale, poi, hanno arredato gli incroci mettendovi statue in bronzo di persone a dimensione naturale: alcuni seduti, altri in piedi, uno col giornale, un indiano lakota. A parte gli spaventi che mi prendo ogni tanto quando agli incroci mi giro e mi trovo uno che mi guarda sorridente salutandomi oppure un altro che porta a spasso il suo cane di bronzo, queste presenze mute e congelate accentuano, stasera, la mancanza di esseri umani vivi.
Sto camminando da un po', alla ricerca di un ristorante prima, poi anche di un fast food, alla fine di un posto qualsiasi pur di mangiare qualcosa. E' tutto chiuso. Alla fine trovo un postaccio lurido e infame pieno di ubriachi che parlano a voce altissima per sovrastare il volume del juke box. Vi sto scrivendo da qui. Non hanno nulla da mangiare, ma se anche l'avessero non mangerei nulla. Altro che banchini per strada in Asia!
Noto una cosa: gli avventori qui dentro sono probabilmente ubriachi come in Asia, ma c'è un clima completamente diverso, un clima più spavaldo e violento. Risate sguaiate, uno stronzo che grida tutto quello che gli passa per la mente pur di farsi notare, per fortuna nessuno è venuto a rompermi le palle. Io sono alla mia seconda birra, a stomaco vuoto. Ho fame, e quando ho fame divento un po' intollerante, me ne rendo conto.
Certo non mi cerco rogne, penso che con tutte le bistecche che mi sono mangiato in questi giorni saltare una cena non mi farà certo male. Rimpiango un po' l'Asia, così umana, così confusionaria e tranquilla allo stesso tempo, tornarvi sarà come entrare in casa propria dopo una giornata di lavoro, senso di stomaco e cuore che si aprono.
Oltretutto qui, nella "civile America", fumano tutti! Ma non era stravietato fumare, nella patria delle class actions? Siamo stati seri noi, in Italia, che abbiam detto: "Non si fuma più? Va bene, basta." E non si fuma più.
Qui no, arrivo a casa la sera con i vestiti che puzzano di fumo, e mi dà fastidio. In Asia al massimo sanno di curry, o di incenso!
Strana sera di Pasqua, questa. Due birre per cena. Uscito dal locale mi fermo a guardare tre Harley Davidson parcheggiate in strada. Bellissime. Andando via mi chiedo quali, tra gli avventori, potessero essere i proprietari. Rientro con la sensazione di non aver capito nulla del mondo che mi sta intorno, per lo meno non sempre.
DAG
Notturno alle Badlands
In gennaio la giornata dedicata alle badlands era stata piena di sole, ombre lunghe e cielo di smalto blu, un vento gelido che faceva correre in macchina appena dopo aver scattato qualche fotografia, le dita irrigidite dal freddo.
Questa volta, mi son detto, voglio andarci di notte. Il 20 marzo c'era la luna piena. Austin ed io abbiamo aspettato che il momento fosse quello giusto (cioè dopo che gli ho rifilato tre sonore batoste a bigliardo) e siamo usciti dall'unico "saloon" del paesello al limite del parco naturale delle Badlands.
Avevo individuato due punti particolarmente adatti, secondo me, per le inquadrature che volevo, quando siamo scesi dall'auto è stato come sbarcare su un altro pianeta. Immaginate questo terreno, assolutamente arido e scavato dal vento ed una luna piena che, uscendo da dietro una nuvola, lo rischiara completamente. La luce della luna è fredda, ma è pacifica. E' serena. Silenziosi, ci allontaniamo dalla macchina, portando l'attrezzatura necessaria per le riprese, e troviamo il posto. Un ululato non troppo lontano mi fa girare verso Austin, con la faccia interrogativa. "Coyote" mi dice. Già, siamo nelle badlands, i coyote ululano alla luna, è giusto.
La vista si abitua subito alla luce che peraltro non è debole, siamo in un punto senza vento, non fa freddo. In questa conca scavata da vento e piogge il terreno è metà sabbioso e metà roccioso, la luna è di fronte a noi, tonda e silenziosa. Austin ha portato un teschio di bisonte, oggetto rituale lakota, per ambientare le foto. E' la prima volta che mi capita di ambientare foto di paesaggio, noto.
Ora, una cosa è vedere quanto basta per fare una passeggiata, un'altra è fotografare un paesaggio illuminato solo dalla luce riflessa della luna in modo che risulti il più naturale possibile. Treppiede, pannello riflettente, abbiamo provato in tutti i modi a realizzare alcune immagini che faticavano a venir fuori. Oltretutto il treppiede, dovendomelo portare in giro per otto mesi, era necessariamente piccolo, e faticava a tenere stabile la macchina con l'obiettivo nelle pose più lunghe. Ogni minimo alito di vento rendeva vana la foto, perché il fragile sistema si metteva a vibrare. Dopo un po' di tentativi siamo riusciti a trovare la soluzione: Austin tiene sempre in macchina una Mag-lite, la torcia tanto diffusa negli USA come illuminazione d'emergenza. La Mag-lite ha una luce azzurrognola, più o meno come quella della luna. Abbiamo utilizzato tutto il sistema architettato in precedenza di treppiede e pannello e anche la torcia elettrica, "dipingendo" letteralmente con la luce le parti che dovevano risaltare di più, come il teschio di bufalo e alcune sporgenze rocciose. Il risultato è stato più che soddisfacente, e anche curioso come esperimento visto che i primi fotografi usavano questa tecnica per illuminare i loro soggetti, e letteralmente "foto - grafia" significa "dipingere con la luce". Belle foto, davvero.
Se le osservate per un po', quando ne avrete l'occasione, sentirete anche l'ululato del coyote poco lontano...
giovedì 27 marzo 2008
I piaceri della carne
L'altro pomeriggio sono rimasto a Rapid City da solo, l'amico Austin è dovuto partire per tornare dalle due figlie. Dopo essermi scatenato in internet a controllare email, rispondere a messaggi, verificare i costi dei biglietti aerei futuri, fare due chiacchiere in skype con la mia agente cinese, sono uscito a mangiare qualcosa; ho deciso di andare alla Firehouse, la casa dei pompieri, dove fanno meravigliose bistecche di bisonte e di angus. Se una delle mia decisioni in Asia era stata quella di non mangiare carne e di non bere birra o alcolici, è anche vero che avevo deciso che mi sarei sfogato con le bistecche americane.
In più, alla Firehouse ero già stato una volta con Austin ed era il posto in cui avevo mangiato la miglior bistecca che il mio palato ricordi. Mi accoglie lo stesso ragazzo che ci aveva servito l'altra volta, uno dalla parlata così stretta che al posto delle parole gli esce un ringhio indistinto. Mi accorgo che mentre parla lo guardo strizzando gli occhi e tendendo al massimo le orecchie, per cercare di cogliere almeno il senso di quello che dice. Se ride dopo aver parlato rido anche io, facendo di sì con la testa e dandomi mentalmente dello sfigato.
Bene, mi accoglie lui questa volta, e sono da solo, non c'è l'amico Austin a farmi da interprete. Sono in trappola. Ma mi sorprende lui: intanto appena mi siedo arriva e mi dice : "Hey, ciao Andrea, come stai?"
Ora ditemi voi quanti camerieri si sono ricordati del vostro nome alla seconda volta che entravate in un ristorante.
Abbozziamo due chiacchiere, poi gli accenno al fatto che vorrei una bistecca, che probabilmente sarà l'ultima prima di tornare in Asia, dove non mangio carne, e lui mi dice: "Ah, sì, vuoi quella bistecca lì e la vuoi cotta media e con le patate fritte intorno, non lesse coll'aglio e invece del ketchup ci vuoi la maionese, no?"
Sbalordito faccio sì con la testa.
Era esattamente quello che gli avevo chiesto tre giorni prima.
Questo si chiama avere la testa in quel che si fa! C'è gente in gamba, anche nel fare l'umile mestiere di cameriere. Io che non ricordo il nome di chi mi si è presentato due minuti prima!
Per farmi meglio apprezzare la cena mi indica una finestra da cui si possono vedere le cucine, e vedo come viene cotta la carne.
Su una piastra di acciaio rovente, tenuta costantemente unta con olio, viene sbattuta con violenza una T-bone, una bistecca con l'osso (la nostra fiorentina) e subito viene premuta dalla spatola d'acciaio del cuoco. Lo sfrigolìo della carne che si arrostisce sull'acciaio e libera i suoi primi vapori si fa sentire anche al di là della finestrella coi doppi vetri. Passano pochi secondi, il cuoco, sempre e solo con la spatola, preme la bistecca contro la piastra, producendo altri vapori e scoppiettìi, poi la smuove, girandola in piccoli cerchi per creare lo strato cotto della carne. La superficie della bistecca diventa scura, quasi si screpola, ma non viene mai bucata per mantenere all'interno tutte le qualità ed il gusto, tutti gli elementi che la rendono morbida. Il cuoco gira la bistecca. Stesso festival di profumi, di suoni e di colori che fanno ululare il mio stomaco di piacere anticipato. Altro che sesso, ragazzi, il cibo è molto più potente!
A lato saltellano sulla piastra erba cipollina tagliata a rotelline, condimenti, contorni, mentre faccio in tempo a vedere il riflesso lucido della crosta della mia bistecca fumante che viene tolta dalla piastra e messa nel piatto di ghisa, caldo, con le patate intorno ed un vassoio di legno a tenere il tutto ben caldo per un po'.
Una birra locale a temperatura perfetta ed un coltello speciale attendono la bistecca al mio tavolo.
La lama del coltello urta la parte esterna della carne, resa croccante e profumata dalla rapida cottura, poi rivela il paradiso rosato al suo interno, mentre felice mi dico: "E' solo il primo boccone!"
Questo post è dedicato in particolare a Gualtiero.
DAG
Black Hills
E questa volta è speciale, in South Dakota. Questa volta non saremo in due, ma in tre, perché è arrivata, dall'Italia, una figura chiave per tutto questo lavoro che sta venendo fuori, figura che per motivi di riservatezza chiameremo "il Motivatore".
La presenza del Motivatore a me, personalmente, ha dato una dose di energia in più, aiutandomi a mettere a fuoco il fulcro del lavoro che viene fatto qui.
Lo so, dico poco niente, ma non è per fare il misterioso, ma perché tutto il meccanismo che è stato avviato dal Motivatore è un sistema che si svelerà, ad un certo punto, con una forza tutta sua e che coinvolgerà molti luoghi, molte persone e che segnerà un positivo cambiamento in molte persone.
Ma non va svelato prima.
La stessa filosofia lakota è quella di non parlare molto, di spiegare simboli e tradizioni fino al punto necessario, i Lakota preferiscono fingersi ignoranti o sordi o pigri piuttosto che dare spiegazioni se non ritengono opportuno darle, magari perché la persona che chiede di essere informata non è pronta per sapere.
C'è una sorta di procedura iniziatica, che viene valutata passo dopo passo e che fa accedere al livello di conoscenza superiore e di partecipazione in maniera graduale. Ci sono rituali che nessuno ha mai visto. Che nessuno potrebbe e potrà mai fotografare. Ci sono altre cose a cui si può accedere solo dopo un po' di tempo, come il rituale della purificazione nella tenda sacra. Ma quello è stato l'altra volta.
La prossima volta che sarò qui potrebbe essere un ulteriore avvicinamento alla cultura e alle tradizioni lakota, ma non ci sono certezze in merito.
Il Motivatore è rimasto con noi purtroppo solo per l'evento più importante, l'ascesa alla montagna sacra, poi com'è arrivato è ripartito, nel giro di poche ore, e Austin ed io siamo rimasti a fotografare le cose mancanti, a fare i fegatelli, come vengono chiamati nel mondo del cinema le riprese di raccordo tra una scena e l'altra, felici che il tempo fosse bello, questa volta, e non funestato da bufere di neve e temperature polari come in gennaio.
Bisonti, ancora, ma più da vicino e in una località diversa. Siamo stati direttamente a casa del ranger che gestisce direttamente una riserva. L'unico ranger lakota, vittima, in questi posti, di discriminazioni e scherzi di stampo razzista. Austin e lui si sono scambiati qualche frase, poi lui ci ha detto di seguirlo. "Se devi fare le foto ai bisonti come tutti gli altri, non vale nemmeno la pena che tu le faccia. Vuoi vederli davvero?" Mi ha chiesto. "Yes!"
E con il fuoristrada della contea siamo entrati direttamente nel territorio dei bisonti, avvicinandoci quanto più possibile, spegnendo il motore e stando lì, finestrini aperti, rumore del vento e sbuffi degli animali.
"Puoi scendere, se vuoi..."
Ok, scendo lentamente dal predello del fuoristrada, mi accuccio per inquadrare, tenendo d'occhio il gruppo di bestioni che intanto avevano lentamente circondato la macchina. Ho di fronte un bull, un toro di dodici anni. La sua barba è talmente lunga che rasenta l'erba, il suo testone, armato di corna larghe quanto un mio polpaccio, sembra pesare un terzo dell'animale stesso. Vedo distintamente le mosche che si posano sul suo naso, sento ogni suo sbuffo. Tra me e l'animale c'è solo un po' di vento. Ci guardiamo.
Si, lo so che vi aspettate qualcosa di improvviso, adesso. Con conseguente gesto eroico da parte mia.
No.
Il bisonte, forse stufo di tute le mosche che lo stavano angustiando, forse stanco di stare in piedi (ma dubito) si è semplicemente lasciato andare su un fianco, buttandosi per terra con un tonfo e sollevando una nuvola di polvere, cominciando a scalciare per aria per grattarsi la schiena e rimanendo con le zampe all'insù, ricordandomi la minni, la mia gatta, quando vuole farsi grattare la pancia. Non proprio la stessa cosa, ma tenero, dai.
DAG
martedì 25 marzo 2008
Ho fatto un giro...
Bus che parte dalla scalcagnata Phnom Penh, arriva al confine con la Thailandia, arriva a Bangkok, zuppa veloce tanto per non farmi mancare nulla, tappa a Tokyo, un altro decollo e mi ritrovo in America.
Ho completato il giro! Il mio primo giro del mondo.
Il mio viaggio era iniziato a gennaio, una delle tappe fondamentali è stata Rapid City, nel vasto South Dakota, e proprio a Rapid City mi trovo ora, ma ci sono arrivato dalla parte del Pacifico.
Devo dire che fa una certa impressione. Intanto uno si dice:"Bhè? Già fatto? Siamo davvero su una pallina, altro che un pianeta!" E poi, personalmente, l'altra cosa che mi è venuto spontaneo dire è stata: "Cazzo nevica!"
Eh sì, perché a Minneapolis, primo scalo in territorio statunitense, il comandante ha annunciato con candore che una spruzzatina di neve aveva imbiancato l'aeroporto nella mattinata.
Ho guardato i miei piedi, felici ed ignari nelle infradito. E' un mese che non metto un paio di scarpe.
All'immigration il poliziotto mi fa un sacco di domande. "Motivo del viaggio?" - "Turismo" - "Da dove arrivi?" - "Thailandia" - "E prima? - "Cambogia" - "E prima?" - "Sto viaggiando molto" - gli dico per tagliare corto. Non è felice. "Ma come mai vieni proprio qui da laggiù?" - "Turismoooo! Dài che ciò freddo!" - "Sicuro che non è per lavoro?" - "Ma no!" Mento con la faccia di quello che non capisce perché si accaniscano con lui.
"E cosa c'è da vedere in South Dakota di così importante da venire dall'Asia apposta?"
E qui è cascato l'asino. Il poliziotto in questione era un putto biondo coi capelli rasati dietro, da marine, un po' cicciotto, americano dalla testa ai piedi, allevato a stelle e strisce sin da bambino, senza dubbi aggiunti.
"Mount Rushmore!" gli dico con un sorriso ampio e partecipe.
"Yeah, man!" Mi sorride convinto, improvvisamente mio amico. Il monumento al patriottismo americano per eccellenza, i faccioni dei presidenti scolpiti nel fianco della montagna (vedi post più indietro, non mi ricordo quale, dài).
Passo con la sua benedizione e il suo augurio di divertirmi.
domenica 23 marzo 2008
Regole molto precise
Regole molto precise scandiscono la loro vita coniugale, Warren si occupa anche di farle rispettare. Srey Pel ha diritto ad avere due coca cole al giorno. Va matta per la coca cola, e la cassa che Warren compra mensilmente è lì, in cucina. Lei ha accesso alle coca cole, ma se ne beve più di due al giorno poi fino al mese dopo non ce ne sono più. Srey Pel cucina a mezzogiorno, Warren la sera. Warren fa la spesa, Srey Pel lava i piatti. Escono tre volte la settimana, al massimo. Le altre sere stanno in casa. Devono tornare entro l'una di notte. Ogni giorno Srey Pel fa due massaggi di un'ora ciascuno a Warren, dopo pranzo e dopo cena. Se tornano dopo l'una di notte per ogni quarto d'ora di ritardo Warren riceve, la sera, cinque minuti di massaggio in meno.
Questa volta Warren è stato via tre mesi, e c'è stato un problema: Srey Pel è tornata a far uso di droga, nello specifico il crack, lo "yama", come lo chiamano qui. Ha perso sette chili, Warren dice ridendo che dorme con uno scheletro. Warren le aveva dato i soldi per telefonargli ogni sera, e durante la telefonata lei doveva recitare il Sacha, la preghiera al Buddha. Lei ha mentito al Buddha, perché ha fumato di nuovo lo yama. Adesso Srey Pel non riceve più il suo dollaro quotidiano e Warren ha accettato di riprenderla in casa purché si rasasse i capelli a zero, come una monaca. Warren sa che rasarsi la testa è un gesto che significa profonda penitenza per i buddhisti. Lei non uscirà di casa per cinque mesi. Non ne avrà il coraggio, e questo la terrà lontana dalle droghe quantomeno il tempo per disintossicarsi, ma solo fisicamente.
Sembra una vita assurda, con delle regole da campo di prigionia. Ma vi assicuro che li ho visti insieme, in casa, in questi giorni, e si amano. Queste regole sono salutari, anche se sono molto lontane dalla nostra logica.. Srey Pel è una persona acuta, pungente e combattiva, irriverente e anche simpatica nel suo inglese stentato.
DAG
giovedì 20 marzo 2008
Cosa c'è dietro ad un sorriso?
Dagli asiatici ci aspettiamo il sorriso. L'accoglienza servizievole, gli inchini a mani giunte e questa atmosfera un po' zen e pacifista che tanto piace a noi europei, da un po' di anni a questa parte. E il sorriso è una delle cose che più volentieri ricordiamo dei nostri viaggi in Asia. Diventa, in alcuni casi, un parametro di giudizio. In Vietnam del sud sono più sorridenti, in Laos dicono che sorridano tutti, ah come sorridono in Thailandia! Sorridono a noi, i Falàng. Il termine dispregiativo per indicare gli stranieri. E noi tutti felici ci sentiamo accolti in un mondo di pace e serenità.
Tre ragazze siedono una dietro l'altra, sui gradini di casa. Mi guardano e mi sorridono quando si accorgono che le osservo da un po'. Si stanno togliendo i pidocchi. La terza li toglie alla seconda che li toglie alla prima. Si interrompono quando a quella di mezzo suona il cellulare e deve alzarsi per rispondere.
Un motorino investe un cane di piccole dimensioni. Motorino e guidatore fanno un ruzzolone tremendo, il guidatore si sbuccia tutte le mani. Il cane guaisce da matti, scappa a nascondersi sotto un'auto, davanti al negozio della padrona, una ragazza. La ragazza cerca di far uscire il cane dal nascondiglio.
Tutti sono intorno al motorino e al motociclista sbucciato. La ragazza è riuscita a tirar fuori il cane, che lascia, dal naso, una striscia di sangue sull'asfalto. La ragazza guarda il cane morire a poco a poco sotto i suoi occhi. Gente intorno parla a voce alta, alcuni ridono, la ragazza non muta espressione. E' assolutamente neutra. Poco dopo sento il cuore del cane e le dico, tristissimo: "E' morto..."
La ragazza, solo a questo punto, cambia espressione. Mi fa un sorriso. E porta via il cane.
Banchini per strada, chiedo una zuppa. La situazione igienica è precaria, la carne appesa al sole tutto il giorno non mi attira, dico due o tre volte alla padrona del banchino :"No meat!" e lei ripete, ridendo: "No meat!, No meat!" Tutta la famiglia ride e ripete "No meat!, No meat!"
Mi ritrovo una zuppa piena di carne, carne di tutti i tipi.
Ingenuo. Non sono tenuti a sapere cosa significhi "No meat". Colpa mia che pretendo che gli altri sappiano l'inglese.
Il proprietario della guesthouse di Phnom Penh una mattina mi incontra e mi chiede in angloasiatico, a bruciapelo: "Allora oggi vai a sparare?" Siccome shooting è il termine che si usa anche per scattare fotografie, gli rispondo istintivamente che sì, sarei sicuramente andato a fare un po' di shooting. "Ah!", mi fa lui tutto felice, "a che ora?" intanto mi chiedo come faccia a sapere che ogni giorno vado in giro a scattare fotografie, visto che di me non sa nulla. "Mah, ... non so" rimango sul vago per non dare informazioni e gli chiedo: "Tu a che ora mi consigli?" "Ah, la mattina è meglio, perché vanno tutti! E poi ci sono più polli!"
"Prego?"
"Sì, cosa vuoi, ad una certa ora i polli finiscono, è normale."
"Eh..certo..." Capisco allora che lo shooting di cui parliamo non è la stessa cosa per lui e per me.
Una delle attività favorite dei khmer e di (ahimé) numerosi turisti è quella di andare a sparare. Con armi vere. Ai polli. Un dollaro a pallottola, due dollari per il pollo. Vivo. Ma non è tutto. Lasciando stare i passaggi intermedi (tra cui la possibilità di sparare con un M16 da trenta colpi ovvero trenta dollari in pochi secondi) ho scoperto che con duecentocinquanta dollari puoi sparare con un bazooka ad una mucca. Non riesco neanche ad immaginare la cosa.
"No, grazie, sono un non violento, non mi piace uccidere, sono buddhista", sperando di bloccare qualsiasi argomento in proposito con questa risposta.
In Cambogia il regime di Pol Pot solo pochi anni fa ha sterminato un paio di milioni di persone così, nel moderato tentativo di creare una nuova razza controllabile. (Vedere il film "The killing fields" per saperne di più).
"Allora puoi sparare alla foto di Pol Pot!", mi ha prontamente risposto con un sorriso.
Semper parati estote.
Il sorriso significa certo, nella maggior parte dei casi, accettazione e buona disponibilità d'animo, ma non pensiamo che dietro ad ogni sorriso ci sia quello che noi vogliamo intendere per come siamo abituati.
DAG
lunedì 17 marzo 2008
Phnom Penh
Le regole del traffico sono simili a quelle vietnamite, con qualche bizza in più: per guidare la macchina serve? La macchina. In Cambogia non c'è patente. La targa? Può anche esserci. A volte. Ad un ragazzo che mi ha accompagnato ad un mercato in moto prima di partire ho chiesto: "Ce l'hai un casco?" - "Ho un cappellino!" Mi ha risposto entusiasta. No, grazie. Mi dà fastidio alla testa. Quante persone possono andare su un veicolo? Tante, se sono magre.
Per svoltare a sinistra occorre lentamente invadere la corsia opposta e procedere contromano, mentre tutti suonano il clacson per segnalarti che ti hanno visto, fino all'altezza della via in cui si intende svoltare. I semafori ci sono, ma vengono considerati al pari delle numerose lucine che rallegrano le vie e le insegne dei negozi. In Cambogia si guida a destra, come da noi in Italia, e andare contromano è vietato, a meno che non si tenga la sinistra. Questo perché due negazioni (contromano e tenere la sinistra) fanno una cosa positiva. Stringente logica asiatica.
La guesthouse in cui risiedo è vicina al palazzo del re, al fiume e ad una delle passeggiate principali della città. Mi incammino passando in mezzo a banchettini di frutta, amache appese ai cartelli stradali con qualcuno che ci dorme dentro, bambini cenciosi che chiedono l'elemosina a piedi nudi e altri che corrono lungo gli argini e si buttano dentro al fiume, per giocare. Tre fiumi confluiscono in quest'area: il Mekong, che qui raggiunge la sua massima larghezza, ed è davvero impressionante, il Tonlé Sàp, emissario dell'omonimo lago e il Bassàc. Nella stagione delle piogge il Mekong si gonfia ed aumenta la sua portata al punto che il Bassàc cambia direzione e forma un lago qualche chilometro più a monte. I contadini muovono le loro case e fuggono verso le colline. Ogni anno.
Procedendo lungo la passeggiata arriviamo al FCC, il Foreigners Correspondance Club della Cambogia, il posto in cui da sempre si ritrovano giornalisti e reporter di tutto il mondo quando sono qui per lavoro.
Adesso, mentre vi scrivo, sono qui, sulla terrazza dell'FCC. Anche Terzani è passato di qua, e l'idea che un pilastro della letteratura sull'Asia come Tiziano Terzani abbia frequentato questa terrazza mi fa venire la pelle d'oca.
L'ambiente è vecchio stile, arredamento in legno scuro ma lineare, le pareti sono a color caldi, con pregevoli fotografie in bianco e nero in sobrie cornici e il secondo piano è tutto una balconata che dà su sua maestà il Mekong. Come se non bastasse, siamo al tramonto. E' un di quei momenti in cui voglio bene a tutti e abbraccerei tutto il mondo, come dopo una mangiata dagli zii. Vorrei che foste tutti qui, a vedere quello che passa sotto i miei occhi: lente imbarcazioni sfilano lunghe e sottili alla luce degli ultimi raggi del sole che colpiscono le fiancate e ne esaltano i colori vivaci. Il cielo sfuma dall'azzurro al rosa e alcune nuvole se ne stanno immobili a guardare la vita che brulica nella strada sottostante e sul fiume.
L'FCC di Phnom Penh è uno di quei posti che ti fanno sentire il sapore del viaggio, che ti fanno aprire il cuore alla gente che vive qui o che viene qui per lavorare e che apre uno spiraglio su quanto sia complicato, articolato e differente dal nostro mondo il pianeta asiatico.
martedì 11 marzo 2008
One dollar
Primo perché in un mese (che peraltro è volato) ho sviluppato un affetto molto bello ed autentico con il paese e secondo perché, in pochi giorni di permanenza a Saigon, si è instaurato un legame con la gente del posto che è andato oltre il viaggio da turista. E questo è uno degli scopi del mio viaggio, non essere solo un turista.
A Saigon mi è successo poi di riincontrare alcune delle persone che avevo incrociato nella mia discesa lungo il paese, e ritrovarsi è stata una festa. Tutti viaggiatori "di lungo corso", che sai che faranno più o meno il tuo itinerario, incrociando gli stessi stati, capitando negli stessi posti, chi prima, chi dopo, e allora ti scambi le mail e costruisci una rete di contatti itinerante, dando e ricevendo consigli su visti, guesthouses, ristoranti, tentativi di fregature da cui guardarsi, dando appuntamenti per il piacere di condividere di nuovo qualcosa da un'altra parte, in un'altra città.
Ma ad un certo punto bisogna partire. La compagnia del bus che mi porterà a Phnom Penh, Cambogia, è cambogiana. Le scritte sul bus sono in lingua khmer, non più in vietnamita. Appena saliti sul bus ci vengono date istruzioni sulla procedura per il visto in un inglese precario, ci dicono che saremo tanti al confine e per fare prima l'autista gentilmente si occuperà dei visti per tutti, basta dargli il passaporto e i soldi da lasciare al funzionario, 25 dollari. "Qualcuno ha domande?"
"Io!" -dico alzando la mano, da bravo scolaretto sul bus della gita. "Se la procedura del visto la faccio per conto mio, costa lo stesso venticinque dollari?" - "Sì, certo, costa uguale".
Sapevo che non era così, proprio grazie alla rete di contatti di cui sopra.
Ma il punto non era questo. In Cambogia devo stare pochi giorni e poi rientrare per via del lavoro che mi attende dopo metà marzo negli Stati Uniti (Evviva! di nuovo in South Dakota in mezzo agli indiani!) e volevo informarmi per un visto che consentisse ingressi multipli senza dover pagare tutte le volte la tassa di entrata cambogiana.
Quindi, arrivati al confine, mi dissocio dalla fila dei miei compagni di viaggio ed entro negli uffici con il mio bel passaporto in mano. E vai da un ufficiale all'altro, da una scrivania all'altra, e quello sbuffa perché sta leggendo il giornale, e l'altro mangia la zuppa e non mi dà retta, e gli altri chiacchierano fra loro; sembrava di stare in Italia, in un ufficio pubblico. Alla fine niente ingressi multipli, ottengo un normale visto turistico come gli altri. Ma lo pago venti dollari, non venticinque.
L'ultimo funzionario mi ferma e mi dice se ho l'assicurazione sanitaria. "No" - "La vuoi fare?" -"No, grazie". - "Ok, puoi passare. One dollar, prego".
"Cosa?" - "One dollar".
"Ok, mi dai la ricevuta, però"
"No, niente ricevuta"
Tranquillo gli dico: "Niente ricevuta, niente dollar" e me ne vado, sicuro che mi avrebbero fermato e fiero di essere diventato un rompicoglioni che però non subisce.
Nessuno mi ferma, esco dagli uffici e... sorpresa!
Il bus se n'è andato.
Sole. Caldo. Cicale e polvere. Silenzio.
Il bus se n'è andato con la mia valigia. E non so dove si fermerà in una città che non conosco e che è grande quanto Napoli, ma molto più incasinata e con meno garanzie.
Smarrito, mi guardo intorno e maledico il momento in cui ho deciso di fare il rompicoglioni e uscire dal gruppo.
Senza alcun senso logico, mi incammino per la strada assolata, con lo zaino dell'attrezzatura fotografica in spalla e la mia ridicola borsa coi cagnolini a tracolla, mentre tutti i miei vestiti e i libri se ne vanno nella stiva di un bus chissà dove.
Dopo un chilometro mi si affianca un omino con la moto. "Motorbike? One dollar!"
Sto per mandarlo nel quartiere dove risiedevo a Saigon quando mi viene in mente una osservazione semplice: Perché one dollar? Con un dollaro non si va da nessuna parte, se non molto vicino.
Mi avvicino all'omino e in modo concentrato gli chiedo: "Bus? You know?" - "Yes, yes, mister, bus restaurant!"
Ma certo! La compagnia del bus è cambogiana, è ovvio che non si ferma in territorio vietnamita per la pausa pranzo, loro portano i turisti a mangiare nel ristorante e il ristorante gli dà una percentuale, ma il tutto avviene tra connazionali, quindi appena al di là del confine si fa la pausa pranzo. Logico.
Ok, salto sulla moto e in pochi minuti raggiungiamo il piazzale del ristorante. Bus e compagni di viaggio sono lì. "Mi hai abbandonato al confine" dico tranquillo all'autista (in Asia chi grida è considerato un debole, cosa da esportare assolutamente anche da noi!) e questo si mette a ridere. Per sua fortuna so che quando un asiatico ride vuol dire che è molto imbarazzato, questo lo salva dal vedersi infilate negli occhi le bacchettine con cui sta mangiando.
"Adesso i soldi della moto li paghi tu, one dollar".
domenica 9 marzo 2008
...ancora Saigon...
L'idea è quella, la moltitudine qui è una costante, il rumore della città è un rombo continuo che dopo un po' non viene più percepito ma che in qualche modo rimane dentro, esasperando o esaltando ogni sensazione e ogni stato d'animo.
Saigon non è una città tranquilla.
Ma è bella, finora la più bella tra quelle che ho visto finora. Anche perché a dispetto dei pochi giorni avuti a disposizione per viverla, la mia impressione è stata di appartenere a questa città, cosa mai successa ad Hanoi, per esempio, dove ho passato dieci giorni.
Il Go2 è un bar molto frequentato, sia da occidentali che da vietnamiti, aperto tutto il giorno e la sera fino a mezzanotte, cioè molto tardi per gli standard locali. Nella confusione di questo bar c'è anche un tavolo da bigliardo, a cui sta perennemente attaccato un ragazzo con una malformazione alle gambe. Forse una vittima dell'agente Orange, un simpatico omaggio della guerra che ancora oggi fa nascere bambini deformi.
K'uang, questo il nome del ragazzo, gioca a bigliardo e se si accorge che lo stai guardando ti fa un sorrisone e scambia volentieri qualche battuta. Per spostarsi deve aggrapparsi alle sponde del tavolo, visto che le gambe non lo reggono, ma lo fa molto velocemente. Imposta il tiro, ti guarda, sorride e fa un punto. Dopo un po' batte l'avversario, mai in modo clamoroso. Intasca i soldi e incomincia un'altra partita. K'uang è un professionista del bigliardo, si guadagna da vivere così, depredando gli americani a botte di cinquantamila dòng a partita, circa tre dollari. Saggiamente ogni tanto perde, altrimenti nessuno scommette più con lui.
T'aung è una ragazza di venticinque anni, amica di K'uang, ed è diversa da molte altre viet-girls. T'aung è una pagnottona, davvero cicciotta, dai modi bruschi e piuttosto sgraziati, e anche lei gioca a bigliardo piuttosto bene. Tanto da impartirmi sonore batoste, ecco. T'aung è simpatica, parla un buon inglese, dopo due sere che parlavamo attaccati ad una birra dietro l'altra mi ha detto: domani è il compleanno di mia sorella, mi farebbe piacere che venissi a casa, per festeggiare con la famiglia. "Certo, grazie!" - "Magari canti una canzone con il karaoke anche tu!" - "Ci puoi scommettere!" le rispondo. Già mi vedevo. Ci mettiamo d'accordo per le nove del mattino dopo (alle nove inizia la festa? Io all'asilo almeno le facevo di pomeriggio!) sempre lì al bar, mi sarebbe venuta a prendere in motorino. (Ma va? Anche lei ha un motorino!!) Prima di andare via mi dà una gran pacca in mezzo alla schiena e mi dice: "Ma vestiti bene domani, per favore!"
Ci son rimasto male. Avevo i jeans e una camicia bianca senza collo, abbronzato, avrei fatto bella figura anche al Twiga al tavolo con Briatore, adesso arriva questa zampogna e mi dice di vestirmi bene? Le ho chiesto come.
"Mettiti una camicia normale, come questa qui (e ha indicato un ragazzo che è rimasto stupito) e poi un bel paio di pantaloni corti, non i jeans!"
Ah... capisco.
Il mattino dopo mi presento al bar alle nove, camicia a righe e pantaloncini a scacchi (la classe, lo stile) e un sacchetto con un paio di birre comprate in giro per non arrivare mani vuote.
Lei è arrivata qualche minuto dopo e mi ha detto: "Bene, così vestito vai bene. Devo parlare con mia sorella, aspetta qui un quarto d'ora e prendi un caffè, poi andiamo!"
Non l'ho più vista.
In compenso, dopo un cenno di intesa fra loro, si sono alzati da un tavolino due ragazzi timidi, che mi hanno chiesto se potevano farmi qualche domanda per la scuola. Studiavano inglese e tra i loro compiti c'era quello di conversare con uno straniero che parlasse inglese. Ho accettato, ordinando un tè al miele.
Hanno tirato fuori un foglio con un questionario infinito e un registratore, e iniziato a sparare domande a nastro. E' stato parecchio divertente, perché anche io ho avuto modo di esaurire molte delle curiosità sulla vita in Vietnam e su Saigon, alla fine abbiamo scambiato le mail e mi hanno detto che la prossima volta loro avrebbero volentieri risolto qualsiasi problema io avessi avuto.
Hanno voluto a tutti i costi pagare loro il mio tè.
mercoledì 5 marzo 2008
Tutti a Fangulào!
In questo quartiere la vita si svolge a più strati e su più livelli a seconda della distanza dalla strada principale. Seguitemi in una passeggiata per il quartiere. Sul fronte strada troviamo i motorini, elemento costante in Vietnam in quanto mezzo di trasporto per eccellenza (quasi non ci sono automobili). Qui il motorino è un susseguirsi di ruote a contatto con altre ruote, dobbiamo percorrere lunghi tratti ciabattando in mezzo alla strada perché non riusciamo ad infilarci tra un mezzo e l'altro. Sul motorino si aspetta, si fuma, si mangia, si dorme (i vietnamiti riescono a dormire ovunque) ci si fidanza e si trasporta di tutto. Ho visto portare (metterò la foto) assi di legno di un metro per due, televisori, grondaie, poltrone ed enormi lastre di vetro tenute dal passeggero a braccia larghe nel traffico anarchico della città. Nuotare nella vasca degli squali sarebbe meno pericoloso.
Saliamo finalmente sul marciapiede, intrufolandoci tra uno specchietto e l'altro, cercando di non causare un effetto domino che sarebbe sicuramente devastante.
I banchini del mangiare. La versione asiatica del ristorante arriva al minimalismo più estremo: banchini e sgabellini di plastica colorata a dimensione asilo in mezzo al marciapiede, un fornello collegato ad una bombola e la signora che fa da mangiare per tutti. Sediamoci a mangiare qualcosa. C'è scelta? No. Al massimo con o senza carne. Rapidamente ci troviamo di fronte un piatto principale con riso a fare da base e due o tre ciotole di contorno. Ah, come le adoro, le ciotole! Alcuni di voi lo sanno e mi prendono in giro, ma qui io, per via delle ciotole, ho trovato la mia dimensione! Sul riso c'è cavolo, cipolla soffritta e tofu. Nelle ciotole c'è una zuppa fumante con erba cipollina, lemongrass (un'erba lunga che profuma di limone) e zucca a pezzi oppure verdure a foglia verde bollite e in un'altra ciotola c'è il curry di bovino o di pollo. Poi ci vengono date ciotole più piccole con il condimento: salsa di soia in cui galleggiano allegri peperoncini, alcuni a pezzi, altri interi. Si beve il tè, o birra. Verso fine pasto ad ognuno viene precipitata una banana di fianco al piatto: la si taglia a fette col cucchiaio (nessuno si sognerebbe di mettere coltelli in giro per strada, questa è gente che si infiamma facilmente) e la si mescola al riso. E' il dolce. Non c'è distinzione di posto, o tavolo separato: mangiamo gomito a gomito con i vietnamiti, e anche questa è un'esperienza nuova: i commensali parlano fra loro come se si conoscessero tutti! chiacchierano! A Milano, nei posti in cui si mangia, succede molto di rado. Tutti felici che stiamo mangiando al loro tavolo, alzano il pollice e fanno gran sorrisoni sdentati, chi parla inglese si fa avanti e dà fondo alle sue conoscenze linguistiche. Di solito arrivandoci molto presto. Paghiamo il conto. Seimila Dòng, ovvero 27 centesimi di euro. Sì, avete capito bene.
Dietro la fila di banchini stanno i negozietti officina, che riparano o accumulano di tutto, affiancati dai locali per stranieri diffidenti: ambientazioni in finto bambù con camerieri che cercano di portar clienti al locale. Su invito non entro mai, è una mia regola. Ogni tanto, fra un negozio ed un locale, si apre un vicolo, stretto, buio, che si inoltra nel block, fra le case. E' abbastanza inquietante entrare qui, ma ci andiamo lo stesso. I muri sono dipinti di verde, generalmente, non so perché, e sulla stradicciola tipo casbah si affaccia la vita privata di ogni casa, un po' lontana dal chiasso della strada, donnine e anziani in pigiama da mane a sera stanno seduti per terra, guardano la televisione, dormono (in un modo che all'inizio mi faceva spaventare) con la faccia sulle piastrelle, buttati là che paion morti. Dentro ogni salotto tre costanti: la televisione accesa, l'altarino dei buddha con le lucine rosse, e un motorino parcheggiato. In casa.
E sopra? Ai piani di sopra stanno altre stanze da letto, in alcuni casi le stanze destinate ad usi più pruriginosi, che fanno capo a tutte quelle attività che qui rientrano nel grande businnes del "massage".
Sui terrazzi si lava, si stende e si chiacchera fra donne, come riesco a testimoniare dalla mia camera in affitto, una versione locale della cella di Hannibal Lecter, tutta piastrellata di bianco, pavimento incuso, e col lavandino attaccato ad una parete a caso, di fianco al letto.
E sotto la strada? Tanti, ma tanti amici di Geronimo Stilton! (detta così fa più simpatia, no?)
giovedì 28 febbraio 2008
La cittadina di Hoi An
Ma non è per l'igiene che giudicheremo una città qui nel sud est dell'Asia, anche perché le strade sono pulite e non ho visto correre i toponi che allegri spadroneggiavano nelle vie di Hanoi.
Le case ad Hoi An sono basse, al massimo due piani, e hanno tanti colori. La struttura di norma è in muratura con portico in teak, ma molte abitazioni sono ancora interamente costruite in teak, con stipiti e finestre intagliati, resi scuri dal tempo e lucidati da cerature su cerature, come usano fare qui. Appena dentro ad ogni casa, di fianco alle ciabattine dei membri della famiglia che si trovano nell'abitazione, è posto un altare in legno, generalmente dipinto di rosso, che ospita due figure: un buddha vestito e di corporatura normale, di buon auspicio per la salute della famiglia, e un buddha grasso, sorridente, con i lobi delle orecchie che arrivano alle spalle e coperto da pochi panni. Questo è il buddha della ricchezza. I vietnamiti tengono molto alla ricchezza e buona parte della loro giornata (se non la totalità) è dedicata al lavoro e alla ricerca della fortuna. Proseguendo verso il fondo della casa incontriamo un locale ricavato nel centro della sala. Questo locale, senza finestre, è il luogo dove la famiglia si riunisce quando non sta fuori. Generalmente giocano a carte seduti per terra. Di fronte si trova la scala che sale al piano di sopra, ovvero alle camere da letto. Siamo però in una casa di gente benestante, le case ad Hanoi sono spesso più strette di un box e l'intera famiglia dorme insieme nel retro di quello che, per forza di cose, durante il giorno diventa uno spazio pubblico.
Il letto, qui in Vietnam, è una vera chicca. Immaginiamo un tavolo, alzato da terra circa quaranta centimetri, su cui sono adagiate alcune stuoie, generalmente in vimini e intrecciate a mano. Le doghe sono molto vicine fra loro e sono rigide. I membri della famiglia dormono qui. Negli alberghi i letti non hanno alcun sistema di molle o doghe flessibili, solo il materasso dà la morbidezza necessaria a stare un po' comodi. Ci si dorme davvero bene. Dietro alla casa di solito si apre un cortiletto, adibito a cucina, lavanderia, piccolo deposito, luogo in cui stendere i panni. I vietnamiti hano una vera passione per le piante in vaso, gli acquari coi pesci e gli uccelli in gabbia: le gabbie sono spesso in vimini intrecciato e ospitano merli indiani (mai addestrati a dire nulla, per fortuna, ma in grado di produrre i suoni più strani e fortissimi) e i vasi farebbero invidia alle casalinghe di mezzo mondo: ceramiche cinesi in cui crescono, avvinghiate ad un sasso, piante nodose e contorte, dall'immagine molto forte ed aggraziata allo stesso tempo; oppure vasetti sospesi, fissati ai balconi col fil di ferro, che ospitano orchidee di una bellezza stupefacente, spesso di enormi dimensioni.
L'ultimo giorno della permanenza mia e degli altri due amici italiani ad Hoi An siamo riusciti a trovare, in fondo ad un vicolo stretto e lungo, un ristorantino con un pergolato e fiori ovunque, lontano dal passaggio di turisti e motorini, in mezzo ad altri cortili pieni di panni stesi. Ad un certo punto, per la prima volta da che eravamo in Vietnam, è spuntato il sole. Il sole!!!
Il luogo si è trasformato, l'umore di noi tre di colpo è migliorato e i lenzuoli stesi ad asciugare hanno sparso per l'aria il nobile e fresco profumo dei panni stesi. A me è venuto in mente che proprio quando si stanno per lasciare i posti si scopre il loro lato migliore...
Non c'è stato tempo per pensare troppo, perché la donnina del ristorante ci ha portato i piatti dei menù che aveva preparato per noi: zuppe di gamberetti, wanton aperti con cavolo rosso (no, non stinge e quindi si può mangiare), cào lào, una specialità fatta di pasta, bocconcini di maiale e foglie di menta fresca, il tutto buonissimo! I gamberetti, soprattutto, erano speciali, oltre che per essere cotti alla perfezione, per le dimensioni e il sapore, che ci hanno stupito.
Scusi, che buoni questi gamberetti, ma da dove vengono? Chiediamo alla donnina.
E lei, con un sorrisone: "Rìver!"
lunedì 25 febbraio 2008
hi spêd intẻnet
Di fianco a me, precảiamente zancato nel mủo, si trova il router. Uno scatolozzo in plática grosso come un mỉcrônde che puzza di scaldato elẻttico in un modo inquietante. L`ìnfẻrnale aggeggio vomita cavi elẻttici malamente avvolti nello scotch marrone, con pảecchi fili scopẻti. Cẻco di non spỏgể troppo il gomito vérso il router.
A quéto punto credo di non dovẻ dảe spiegazioni a chi mi dice che metto poche foto sul blog. Figủatevi che da qui io il blog non ríeco neppủe a vedẻlo, pẻche` la pagina non si ảpe. Ríeco a scrivẻci ma pasando pẻ vie travếrse.
Pẻ víualizzảe una mail di solo tésto ci vogliono alcuni minuti. Adédso devo andảe, non pẻche~ abbia finito le cóe da dỉe ma pẻche` la donnina sta lavando pẻ tera e mi ha detto di andảe via dal computẻ, che lei deve pulỉe.
Ci tengono all`igiene, qui...
So che sembro un ritảdato da come scrivo ma vi giủo che e` un ềffetto del computẻ.
ciao.
domenica 24 febbraio 2008
Una nazione in mano ai ragazzi
Ovunque, per strada, gente. Ragazzi e ragazze gestiscono negozi, trasportano di tutto sui motorini, se non trasportano merce ci si affollano: la media è due-tre persone per scooter, ma sono arrivato a vedere sei ragazzine su un unico mezzo. Uscivano per fare serata. In Vietnam l'età media della popolazione è al di sotto dei trentacinque anni. Una nazione in mano ai ragazzi. E si sente. L'atmosfera è quantomeno viva, piena di gioia e anche se ogni tanto capita di arrabbiarsi perché cercano di fregarti sui soldi, è una rabbia che passa presto. Gli anziani ci sono, hanno queste facce piene di rughe, questi occhi vispi, queste schiene curve che li fanno sembrare ancora più piccini, ti passano accanto, ti guardano sorridendo, chissà cosa pensano, e vanno via, sdentati, coi loro piedi di tartaruga nelle ciabattine da doccia. Chissà dove abitano, chissà cosa hanno visto, chissà se gli piace che adesso, dopo tanti anni di chiusura, il paese abbia aperto le frontiere al turismo, a tutti questi individui strani.
Un popolo che ha combattuto una guerra lunga mille anni contro i Cinesi, un popolo che ha sconfitto i Giapponesi, poi i Mongoli, poi i Francesi e infine gli Americani.
"We did'nt have the Vietnam War. We had an american war".
Qu la "guerra del Vietnam" non c'è stata. Qui c'è stato, come ultimo episodio, una guerra americana.
DAG
giovedì 21 febbraio 2008
rapido post
La voglia di scrivere per farvi sapere cosa vedo qui è tanta, ma le ultime giornate le ho passate o nel fango a visitare luoghi militari o appeso a mezzi di trasporto locali. Difficile tirar fuori il mac e postare qualcosa in queste condizioni. Invece di foto ne sto facendo tante.
Comunque sempre vivo, felice e inossidabile. Vi farò una relazione dettagliata al più presto.
P.s. Chi legge ma non ha voglia di scrivere perché non gli va di registrarsi, perché lo vede come un ostacolo insormontabile o perché è timido non si faccia problemi, non mi offendo. A me basta che se vi piace continuiate a leggere, se poi volete mandarmi un commento in forma privata mi scrivete a andrea.da.gasso@gmail.com
abbracci a tutti.
DAG
domenica 17 febbraio 2008
La gente che viaggia
Strada facendo abbiamo raccattato altri personaggi; primi fra tutti un'altra coppia di loro amici, anche loro qui per compravendita di merce. Mi trovo bene con loro, gente senza troppi complimenti che viene nel sud est asiatico da quindici, vent'anni, che ha passato tanto tempo alla ricerca del villaggio sperduto dove trovare merce nuova per rinnovare l'offerta, gente che conosce l'Asia come le proprie tasche.
Mi sto rendendo conto che viaggiando si incontrano gli individui più bizzarri. Nei nostri itinerari abbiamo racimolato gente davvero strana: Ricardo, un costaricano di cento chili, quarantotto anni e già nonno, che sta viaggiando da quattro mesi e tra poco andrà in Bangladesh (non so a fare cosa).
Anna, una berlinese un po' schizzinosa che insegna tedesco nel nord della Cina e che è venuta qui per curiosità verso questo popolo (e si è trovata pari pari in mezzo ai cinesi).
Noga, una ragazza con cui mi sono trovato, per un inghippo organizzativo, a dividere una stanza d'albergo durante il tour ad Halong Bay, la famosa baia dalle mille isole, dove hanno girato un sacco di film sul Vietnam. Noga è israeliana, ha ventitré anni, ed aveva un'espressione intimorita quando le è stato detto che doveva dividere la stanza con me.
Chi si immagina una graziosa fanciulla dall'aspetto mediorientale e una promettente notte nella stessa stanza ha deragliato prodigiosamente dalla realtà.
Noga, che per carità, è una persona educata e gentile, ha appena finito il servizio militare in Israele, dove aveva il ruolo di pilota incursore. Mi ha raccontato delle durissime esercitazioni che fanno fare ai ragazzi e alle ragazze in Israele durante il servizio militare, del lancio col paracadute in territorio nemico e dei quattro giorni senza mangiare per tornare alla base (di notte, mai alla luce del giorno). E' in grado di arrampicarsi su una fune con venti chili di munizioni attaccati addosso e sa usare praticamente ogni arma, dalla rivoltella all'M16 alla UZI, la mitica mitraglietta in dote all'esercito del Mossad. (Sì, Giovanni, proprio quella!)
Avevo in stanza una sorta di Rambo, ma più virile. La mattina ci siamo svegliati e le ho chiesto: "Come hai dormito?" E lei: "Good!" è andata in bagno e ha tirato una scatarrata che ha fatto tremare il muro.
Chiaro?
E poi un giapponese, il più strano di tutti. Si fa chiamare Tom, ma io gli ho dato il soprannome "Mafalda" per via della pettinatura. Ricardo, il costaricano suo compagno di viaggio da una settimana, dice di non avergli mai visto le orecchie. Ho subito legato con Tom, che sembra più giovane di me e ha cinquantadue anni. Tom fa agopuntura, cura il cancro con questo metodo alternativo, m visto che non lo può fare sulle persone per motivi legali lo fa sui cani. Molti guariscono. A chi gli chiede "Where are you from?" lui risponde entusiasta "Canada!" ma si vede lontano un miglio che non può essere canadese. Lui se ne frega, in effetti vive a Toronto. Per essere uno che vive in un paese anglofono ha il peggior inglese che io abbia mai sentito, è praticamente incomprensibile.
Ho preso un kayak per esplorare la baia di Halong, nonostante il freddo e il buio che stava arrivando. Lui è venuto con me, senza battere ciglio, neppure quando ha scoperto che non avevo mai messo piede in un kayak. Dalla barca madre ci avevano detto di tornare subito dopo il tramonto. Eravamo lontani quando gli ho chiesto :"Che ore sono?"
"Sebe no kurò!" (Seven 'o clock, nel suo giapponglese).
Siamo tornati. Coppia improbabile. Il giorno dopo siamo finiti su una spiaggia, e ho scoperto che studiava pure karate.
Inevitabile un'ora e mezza di kata e tecniche a confronto, memorabile.
DAG
lunedì 11 febbraio 2008
La stanza del matto
L'inverno ad Hanoi è freddo, nell'hotel da 19 dollari non c'è riscaldamento. C'è il condizionatore. Rotto.
La mattina dopo la colazione è inclusa, ti trovi ad aver mangiato pane soffiato, burro soffiato e a bere un caffè in una tazza soffiata. Tutte queste cose sono soffiate per soffiare via, appunto, gli insettini che le popolano. E le soffi tu!
Mi sembrava troppo.
Non per le condizioni di stanza né per la popolazione da soffiare via la mattina, ma per i soldi richiesti.
Diciannove dollari a notte mi avrebbero reso povero nel giro di poco tempo, e io non voglio fare ritorno anticipatamente per essermi adagiato nella mollezza orientale. Mi metto in cerca di un altro hotel, passando la mattinata a vagliare guesthouses e ad entrare ed uscire da camere che mi venivano proposte con gesti magnifici dai proprietari o dalle loro mogli. Alla fine trovo quel che fa per me.
Pensione "Darling Café", sette dollari a notte. La mia stanza ha le pareti in formica che ondeggiano pericolosamente se ti ci appoggi, rischiando di farti finire nella camera dei vicini. Non ho finestre, se non una che da sul corridoio. Nel corridoio c'è un'unica finestra, e fa un freddo cane. Tira proprio vento. Non capisco il motivo di questo vento. Mi avvicino e scopro che la finestra del corridoio non ha vetri. La finestra della mia stanza ha delle listarelle di vetro orientabili, con il meccanismo rotto. Ovvero non si chiudono. Nella stanza fa un freddo portentoso, sembra di essere sulle Dolomiti. Una patetica tenda color verde marcio servirebbe ad oscurare la stanza dalla luce che entra dal corridoio, peccato che quando la coppia di vicini giapponesi accende la luce, anche la mia stanza si illumina, perché la luce filtra sopra e sotto le "pareti". Privacy? La giapponese della stanza accanto ha un lievissimo fischio al naso.
Parliamo del letto. Se nell'hotel di lusso il letto te lo dovei fare tu, qui il problema non si pone. Perché tanto non ci sarebbe niente da fare, ovvero il lenzuolo non c'è. Neppure il coprimaterasso. Materasso e trapunta sfilacciata sintetica, pesante come una rete a strascico, di colore previdentemente marrone, con decorazioni beige a confondere.
Le pareti, il soffitto e la porta sono tendenzialmente bianche, non c'è nulla se non qualche sbavo, le viti che assemblano le "pareti" e le piattine della corrente che portano energia all'unica lampada, un tubo al neon azzurrognolo che conferisce all'ambiente un prezioso tocco da ospedale psichiatrico. Vi sto scrivendo da qui, sotto la trapuntona a strascico. Nella mia memoria riecheggiano ancora i commenti di alcuni fra voi: "Che culo, vai al caldo!"
Ho su il berretto di lana...
Ah! Vi parlo del bagno?
DAG
domenica 10 febbraio 2008
un mondo diverso
Esiste il mal d'Asia? So che c'è il mal d'Africa, mio nonno Giuliano me ne parlava spesso, ed è una sensazione di nostalgia (letteralmente il dolore del ritorno, da nòstos = ritorno e àlgos = dolore) che prende in modo inaspettato chi ha avuto modo di passare del tempo in Africa, a contatto con la gente del posto o comunque chi ha avuto esperienze reali al di fuori di un villaggio turistico in Kenia, ad esempio.
Ecco, questa stessa sensazione esiste di fatto anche per l'Asia? Intendo dire, è una cosa comune oppure la provo solo io? Perché adesso che sono qui ho la sensazione di aver lavorato da anni per poter finalmente tornare in questi luoghi, per poter di nuovo passeggiare fra una bancarella e una fermata di autobus, schivando pozzanghere e carrettini che minacciano continuamente il mio percorso, perché a volte, quando passo in mezzo ai vapori di una donna che cucina nel wok sopra un bidone pieno di braci, mi viene la pelle d'oca.
E guardo con ammirazione i ragazzi e le ragazze che si vestono seguendo sì una moda, che sono stravaganti per farsi notare, ma in modo tanto diverso da quello che ho visto in Europa e anche in America del Nord, in un modo che a me non sembra offensivo o aggressivo.
Vi ricordate i cartoni animati dei primi anni ottanta? I personaggi avevano i capelli acconciati in modo assurdo, tutti ciuffi e spari, magari colorati. Ecco, qui tendono a pettinarsi ancora allo stesso modo. E ne vanno fieri! L'estetica del posto fa sì che il tassista sia tutto contento di poter ospitare il suo cliente in un'automobile decorata come una fioriera, magari di un bel fucsia acceso, profumata come una baldracca della Parigi anni venti e con un'aria condizionata in grado di stroncare Armadouk sul colpo. E il loro entusiasmo è talmente genuino che alla fine vieni coinvolto anche tu e superata la differenza di gusti iniziale, gli dai ragione. E capisci che è giusto così. Sarebbe un po' come andare ad Haarlem e vedere tutte le mami in tailleur grigio e con una sobria pietruzza al collo, e qualche anellino discreto. Stonerebbe, no?
Il mal d'Asia, stavamo dicendo. Perché mi viene spontaneo essere attratto da un "ristorante" ricavato dal retro di un'autorimessa, in cui i tavoli sono malconci pianali in formica e le sedie instabili oggetti in plastica, in cui non c'è un piatto uguale all'altro e al posto del tovagliolo ti piazzano al centro del tavolo un bel rotolo di carta igienica? (certo, nell'apposito barattolo).
Perché provo istantanea simpatia per questi posti dai soffitti bassi e l'aria resa irrespirabile dai vapori di peperoncino, affollati di teste chine sulle loro ciotole di zuppa sbrodolante, mentre guardo con compassione la malinconica coppia di tedeschi - maglietta grigina e pappagorgia sudata - mentre aspettano inebetiti dal caldo che gli venga servito il loro sandwich? (Non ho mai visto un asiatico mangiare un sandwich, mi cascassero le orecchie).
Perché? Voglia di imitare? Di essere strano? No, non credo. Forse perché queste abitudini, e il modo in cui prendono la vita le persone del sud est dell'Asia mi sembra sano. Ieri mangiavo, appunto, in uno di questi ristoranti, è arrivato un vecchietto secco secco e dalla pelle scurissima, sicuramente era del sud. Si è messo a mangiare di fronte a me e abbiamo scambiato qualche frase, superando le difficoltà della lingua. Alla fine del pasto mi ha confessato che credeva che vivessi a Bangkok, perché avevo l'aria umile, sicuramente per la morte della sorella del Re (fatto avvenuto in questi giorni).
Gli ho risposto che ero molto rattristato per il luttuoso evento ma che no, ero di passaggio.
Son di passaggio, sì, ma tutto quello che provo qui me lo porto dietro, rimane con me.
DAG
mercoledì 6 febbraio 2008
In giro per Nana
Nana è un quartiere di Bangkok molto popolato, ricco di bancarelle, centri per massaggi (con e senza extra) internet points e birrerie. Stasera, dopo essermi definitivamente ripreso dal jet-lag, ho voluto andarci, per non rimanere sempre e solo nella mia zona e perché cercavo un posto con internet.
Starò poco a Bangkok, e mi sembra giusto vedere il possibile di una città che cambia tanto rapidamente.
Sceso dallo Skytrain mi ritrovo in una via in cui si susseguono un internet point dietro l'altro. Qui in Asia il commercio non è organizzato come da noi, si radunano tutti i commercianti di una categoria in una via o in una zona e per un tratto vedi merce simile o identica nei negozi uno in fila all'altro.
Questa era la via degli internet points, ma avevo ancora voglia di camminare, così ho proseguito. Mi piace perdermi, quando vado in una città che non conosco e ho tempo. Sono libero di sbagliare direzione quante volte voglio, e magari scopro angoli che ai turisti non dicono nulla, ma che a me emozionano fino alla pelle d'oca. Come stasera, quando sono finito "in sbaglio" in un vicoletto su cui davano le cucine dei ristoranti. Il vicoletto aveva un canale, in mezzo, con un ponticello di legno per andare da una parte all'altra. In fondo al vicolo, che era chiuso, illuminato da candele, stava un altare. Pieno di fiori e offerte, giallo e rosso e con il Buddha contornato da incensi profumati. Il profumo dell'incenso si mescolava coi vapori delle cucine, che invadevano la via con i loro odori misto spezie e detersivi, il rumore del canale in sottofondo invitava alla calma. Sono stato lì un po', davanti all'altare, in penombra, lontano dal traffico caotico di poco prima.
In ben altra situazione mi sono trovato pochi minuti dopo, mentre percorrevo la via che era inequivocabilmente la via dei valigiai arabi.
Un commesso troppo magro, vestito finto elegante e con gli occhi di fuori mi si avvicina tutto sorridente:"Mister! Oh, mister, uèlcom!" "Eccolo", mi dico io, pensando già a come liberarmi di costui che mi tendeva la mano. Mi stringe la mano , tutto falsi sorrisi, con la sua barbetta, e mi invita ad entrare nel negozio di valigie.
Sorridendo gli dico: "No, grazie".
Insiste. "No, grazie".
Cerco, sorridente, di liberare la mia mano, ma lui non la molla. E' una tecnica adottata anche in Italia da alcuni ambulanti.
Insiste ancora. Quando capisco che non intende mollare la presa gli prendo il polso con l'altra mano e gli infilo il pollice alla base, fra i nervi. Sempre sorridendogli, sia chiaro, dò un vigoroso strizzone.
Poco dopo, nel mio gironzolare, quando ripasso casualmente davanti al negozio ma sull'altro marciapiede, lui è ancora lì, si sta massaggiando il polso.
Tiro dritto, in mezzo alla gente, ma sento una voce, dietro di me.
"Hey, mister!"
Oh cazzo, ancora? "Caluful, miste!" (careful, mister) grida la voce, "Attento!"Non era la sua voce, l'accento era orientale, non arabo. "Caluful, MIste!" Qualcuno mi stava avvertendo di un pericolo!
Non faccio in tempo a girarmi che una poderosa spallata mi fa scendere dal marciapiede. Mi giro di scatto e mi trovo di fronte all'ultima cosa che mi sarei immaginato. Un elefantino tendeva la proboscide verso di me e ciondolava la testa giocoso. La voce era di uno dei ragazzi che lo accompagnavano.
Mi sono fermato a dare un po' di pacche all'elefantino che era davvero un cucciolo, ma mi arrivava alla spalla, poi sono venuto via, felice, oltretutto, di aver trovato un internet point.
L'internet point da cui vi ho scritto questo post.
DAG
martedì 5 febbraio 2008
Bangkok
Poi Malpensa, Cairo, Bangkok.
Dodici ore di fuso orario e una bella escursione termica in poco tempo (in South Dakota eravamo arrivati a meno venti, la notte della tenda, qui ci sono trentadue gradi) mi caricano di energia e mi fanno sentire in grado di andare ovunque.
La bordata di caldo umido mi ha fatto vacillare per un attmo nel momento in cui sono uscito definitivamente dall'aeroporto di Bangkok. Sbarco da un aereo della Egypt Air, popolato da molti asiatici, un certo numero di egiziani e un gruppo di italiani che aveva scritto in fronte: "anche io ho comprato il biglietto su internet mesi fa ed ero fiero di averlo pagato poco, adesso ho capito perchŽ ho speso cosา poco e mi sento meno figo di mesi fa...".
Non mi va di spendere per il taxi, cerco un bus che mi porti in cittˆ, nonostante qualche autista che cerca di tirarmi dalla sua mi dica: "non c' nessun bus che porta in cittˆ, sir!"
Rido e proseguo. Non pu˜ non esserci. Infatti c'. e mi ha portato per 4 dollari e mezzo attraverso la metropoli, lasciandomi nella zona della mia guesthouse. Preciso!
Avevo visto Bangkok anni fa, nel novantaquattro e nel duemila, e non mi era piaciuta. Troppo caotica, troppo rumorosa, inquinata, sporca, dispersiva. Ne avevo detto peste e corna. Solo che non avevo ancora visto Montreal, il suo opposto. Viva Bangkok! Tra le due preferisco il caos e le bancarelle per strada e i tuk tuk che fanno un rumore che mi ricorda la mia moto (sigh, la mia moto...!) le pozzanghere che ti sorprendono quando ci finisci dentro e ti bagni tutti i piedi non sai di cosa, il caldo che ti tiene compagnia e che ti fa sciabattare con calma per le vie affollate.
Bella cosa, il caldo, me ne godo un po' per ognuno di voi, vˆh!
DAG
post scriptum: le tastiere qui in thailandia non prendono tutti i caratteri senza lamentarsi, ogni tanto si incastrano. Sicuro che saprete decifrare lo stesso.
Devo riconoscere i pieni diritti a superpao, che voi conoscete come paola (la quale adesso sta facendo un giro analogo al mio ma nell altro emisfero)
l espressione brunner = breakfast+lunch+dinner, un pasto per tutte le esigenze, espressione usata qualche post fa. Grazie paola!
domenica 3 febbraio 2008
Warren
Anni fa mi trovavo su un pullman in Myanmar, in attesa di partire per il Nord del paese, quando notai un ragazzone che distribuiva caramelle e penne a sfera in mezzo ad una folla di bambini vocianti. Aveva un'aria talmente sorridente e contenta che rimasi a guardarlo per un po', ammirato da tanta felicità. Non dei bambini, sua.
Quello era Warren. Facemmo conoscenza sul pullman, scoprendo che andavamo nello stesso posto. "Da quanto sei in giro?" gli chiesi. "In Myanmar da due settimane, ma nel Sud-Est asiatico da tre anni". "Sei in vacanza da tre anni!?!?!?"-"No, sono in viaggio da tre anni". Era il primo viaggiatore di lungo corso che incontravo. Gente che mette via soldi in un modo o nell'altro e poi parte, viene in questi posti o in altri luoghi economici rispetto alla nostra vita occidentale, e rimane lì, adottando uno stile di vita modesto e rilassato, ma che gli permetta di stare il più a lungo possibile. Tra questi Warren è il viaggiatore più longevo che io abbia incontrato. E' in giro, anche se con piccole pause, dall'89. E' tornato varie volte nel suo paese, gli Stati Uniti d'America, per mettere a posto un po' di cose. Ha una casa e dei terreni in Tennessee. Li affitta e coi soldi dell'affitto vive in Asia. Warren prende il viaggio come un lavoro, una cosa molto seria. Ha delle regole che non infrange mai, scrive ogni giorno il suo diario annotandovi tutte le spese, fino all'ultimo centesimo. Cerca di decidere con largo anticipo i suoi spostamenti o le sue spese, in modo tale da cominciare a guardarsi intorno per trovare i prezzi migliori oppure per mercanteggiare e spendere il meno possibile, è in grado di ricordarsi esattamente quanto ha speso per una bottiglia di rhum comprata chissà dove non so quanti anni fa.
Prima di partire ha fatto quasi di tutto, e ne ha combinate di tutti i colori. E' stato uno dei barman più conosciuti di New York, ed è in grado di fare i cocktails migliori che io abbia mai bevuto (anche se è vero che non sono un intenditore). Estremamente semplici, ma ben bilanciati (questo infatti è un commento del Principe, che invece, in fatto di cocktails, è un vero intenditore). E' stato ospite delle galere di molti degli stati americani in cui ha lavorato o vissuto, ha creato una voragine finanziaria al posto del conto in banca che era riuscito ad aprire e poi è volato via.
Ora vive in Cambogia da qualche anno, con la sua fidanzata khmer. Parla khmer.
Warren ed io ci siamo incontrati ancora qualche volta in Asia (nel 2000) e a Milano nel 2007, durante un suo viaggio intorno al mondo, finanziato non voglio sapere come. So solo che nei diciassette giorni in cui è stato a Milano all'incirca un anno fa ci siamo divisi tutto, casa, serate, cibo, alcool. No, donne no. Non ce n'era...
Ora, questa è forse l'ultima volta che verrà qui in Tennessee, perché ha deciso di vendere casa e terra. Ci teneva particolarmente che venissi a trovarlo, è l'ultima occasione che ha per mostrarmi i luoghi in cui è cresciuto. Poi, Asia di nuovo. E lo rincontrerò, nella sua nuova patria, tra meno di due mesi, durante il mio vagabondare. Lui, neanche a dirlo, è felicissimo che io abbia intrapreso questo viaggio, anche perché vede che ho un metodo nel fare i programmi, e mi da una mano ad organizzare con preziosi consigli e indirizzi e posti da non perdere. Rivede un po' sé stesso agli inizi del viaggio.
Lui adesso ha cinquantatré anni ed è felice.
DAG
venerdì 1 febbraio 2008
On the road again
Non potevo non mettere un titolo del genere viaggiando per gli Stati Uniti. E' il titolo più banale del mondo, lo so, ma ci sta proprio bene per questo post.
Finito il lavoro sulle Black Hills sono partito alla volta del Tennessee, destinazione finale Knoxville. Per risparmiare ho deciso di prendere il bus, il già collaudato Greyhound, che mi aveva portato da NY a Montreal durante la notte. Solo che quella tratta era una semplice tratta notturna di otto ore scarse. Questa volta ho viaggiato per trentasei ore consecutive. Ho cambiato autobus cinque volte, attraversato non so quanti stati e contee e cambiato, via terra, due fusi orari.
Rapid City - Sioux Falls;
Sioux Falls - Kansas City;
Kansas City - St Louis;
St Louis - Nashville;
Nashville - Knoxville.
La qualità del cibo che si può incontrare viaggiando con il Greyhound è terrificante, mi sono ritrovato a cacciare un misero biglietto da un dollaro in un distributore quantomeno sospetto che in cambio mi ha sputato fuori una salma di hamburger. Dolce. Freddo. Nel sacchettino di cellophane. Probabilmente scaduto. Sicuramente scaduto. Patatine fritte e biscotti ripieni di peanut butter erano le cose più sane che riuscissi a trovare nei distributori, non c'era altra scelta. Arrivato ad una fermata un po' più grande delle altre, mi sono gettato sul bancone del self-service. "Due cosce di pollo, per favore".
Salito sul nuovo pullman ho scelto astutamente il compagno di viaggio più truculento e buzzurro che potessi trovare: un energumeno ciccione in canottiera e con le spalle pelose, un cappellaccio da cow-boy in testa e un aspetto talmente lercio da far passare qualsiasi appetito. Non a me. Ho addentato famelico le cosce di pollo, fritte, unte, lasciando perdere qualsiasi forma di educazione e di contegno, ho spolpato il mio brunner (breakfast-lunch-dinner) con inevitabili rumorazzi, risucchi e sciaguattii, e finendo con le mani talmente unte da non aver cuore nemmeno di pulirmele sul sedile. Il vicino? Neppure una piega, si è limitato a guardare i grossi camion che sfrecciavano sulla corsia opposta per tutta la durata del fiero pasto. Arrivo a destinazione sfiancato, unto ma felice. (E sazio).
DAG
Un popolo di venditori
E basta con 'ste cose serie, e la tenda, e la montagna sacra, vediamo un po' cosa c'è in una normale cittadina americana, che più americana non si può, cosa vendono i negozi, come si mangia.
Premetto che in molti avranno già visto e vissuto le cose che descrivo ora, ma le racconto perché sono le cose che colpiscono noi italiani, e forse anche molti europei.
Due cartelloni pubblicitari hanno fatto breccia, tra i numerosi che ho visto: Il primo caldeggiava la visita ad un monumento nazionale, Mt. Rushmore (i faccioni dei presidenti ricavati a botte di dinamite dal fianco di una montagna, alla faccia dell'impatto ambientale) definendolo: "A life-changing experience", un'esperienza che ti cambia la vita! "Un immancabile momento di patriottismo", diceva pure. L'altro era un manifesto che segnalava la presenza di un casinò nei paraggi: "Afferra lo Spirito vincente!" facendo chiaro riferimento alla spiritualità di questi luoghi. Il profilo di un capo indiano rafforzava l'idea.
E' strano, qui. Da un lato hanno questa capacità organizzativa pazzesca, per cui prevengono ogni tua probabile esigenza o capriccio, e sono già prontissimi per vendertelo, cortesia inclusa, dall'altro sono come muli che vanno per la loro strada senza porsi alcun dubbio.
E' la regola entrare in un negozio e trovarsi di fronte al commesso che con un sorrisone complice ti fa: "Hei ciao! come stai oggi!?" (Ma perché, ieri mi hai visto con una brutta cera? Non ricordo...) Oppure sentirsi chiamare dall'altra parte del negozio (scordatevi le bottegucce, qui i negozietti hanno la metratura dell'Esselunga) "Ok, allora quando hai bisogno di qualsiasi cosa me lo fai sapere, vero?" Salvo poi che, sull'onda dell'entusiasmo e della familiarità acquisita, quando esci li saluti dicendo forte :"Ok, ciao ragazzi, ci vediamo" e questi ti guardano come noi guardiamo un piccione morto sull'asfalto.
Non sono certo il primo a notare che gli americani sono dei bambinoni, lo so. Ma immaginatevi cosa dev'essere entrare in un negozio di giocattoli, nel più grande della cittadina di Rapid City. E' un supermercato, diviso per categorie merceologiche, con un'area destinata ai giocattoli per bambini oltre i 18 - 20 anni, cioè trenini, aeromodelli a motore, motoscafi in grado di speronare una petroliera. Arrivo in fondo al negozio, nel reparto dedicato ai giocattoli istruttivi Uno scatolone contiene, come ben mostra il disegno, la mucca visibile. Il bambino, assetato di conoscenza, può divertirsi a montare e smontare una mucca in plastica grande quanto un sanbernardo e disporre in bell'ordine fegato, cuore stomaco e altre frattaglie del pacifico animale. Con un altro giocattolo andiamo oltre: il bambino (o chi per esso) passando una particolare lente di ingrandimento sul corpo di un dinosauro può vedere le ossa che ne costituiscono lo scheletro. Indispensabile. Se poi qualcuno di noi volesse ricostruire un modello in scala dell'Everest, lo può comprare per soli $14,99, con la neve finta da spruzzare sulla vetta, una volta portata a termine l'impresa!
Entro, poco dopo, in un negozio di armi. In un supermercato di armi. Era il classico posto in cui i buoni alla riscossa entrano e vanno subito a prendere le armi da guerra pesante: mitragliere con cartucce grandi quanto una salciccia, fucili in grado di trapassare tre elefanti in fila e pugnali con lama mimetica e bussola incorporata. Un'arma terrificante, dall'aspetto tanto crudele da essere ridicola, era reclamizzata dalla scatola dalla scritta: "Ora sei pronto". Ma per cosa? A che pericoli si espongono per aver bisogno di armi tanto terrificanti?
Veniamo al cibo. Cosa non piace ai bambini? Le verdure, si sa. Allo stesso modo in questi posti, andando a mangiare nei luoghi più comuni e popolari, non troverete l'ombra di una verdura fresca neanche a spararvi. Eppure, come abbiamo visto poco fa, spararvi sarebbe facilissimo. Tutto è fritto, piccante, salato, glutammato, esaltato, croccante, fritto, fritto, fritto. Le porzioni potrebbero placare la fame di un legionario dopo la battaglia. Appena entri al ristorante la cameriera ti accoglie sorridente e tutta civettuola, come un usignolo, tutta dichiarazioni di disponibilità e sbattiti di ciglia. Peccato che, a volte, abbiano un culo largo quanto il Civitavecchia-Olbia. Un usignolo di cento chili. Il cinguettio è funzionale al "Tip", la mancia che va lasciata a chi ti ha servito al tavolo e che, spesso, è buona parte dello stipendio. Potete finire il pasto, se avete perso ogni pudore, spalmando del burro d noccioline sul pane. Così, per un ulteriore insulto al fegato.
DAG
mercoledì 30 gennaio 2008
la casetta nel bosco
domenica 20 gennaio 2008
Mitakuye Oyasin
Avevamo pianificato, per la giornata di ieri, la visita ad alcuni luoghi di lutto per la cultura Lakota, tra questi Wounded Knee, il luogo del massacro in cui persero la vita più di trecento fra uomini, donne e bambini della tribù Lakota, massacro pianificato ed eseguito dall'esercito americano. Dopo aver visitato questi luoghi siamo tornati in albergo, a dire il vero abbastanza mesti anche noi, un po' per il tema della giornata, un po' per il tempo, che andava peggiorando, con neve ad intermittenza.
"Andiamo a letto presto, così domattina partiamo prima dell'alba e vediamo il sole sorgere dalla cima di Bear Butte", altra collina sacra.
Ero al computer quando, verso le sette e mezza (orario in cui volevo andare a dormire) suona il telefono della mia stanza.
"Ce l'hai un costume da bagno?" Era Austin, il mio amico-guida. "Si, perché?"
"Se vuoi possiamo andare ad un Inipi, ho saputo che alcuni amici hanno preparato la cerimonia per stasera"
L'inipi è la tenda in cui gli indiani d'America celebrano le loro cerimonie e recitano le loro preghiere, sotto la guida dello sciamano.
"Si, andiamo". Nessuna esitazione.
Intorno al falò si sono già radunati alcuni membri della tribù, e quando ci uniamo a loro questi ci salutano stringendoci la mano. "Hau", rispondiamo. Poche le parole scambiate, anche per via del freddo, ognuno pensa a tendere le mani verso verso la pira che, bruciando, scalda le pietre rituali.
"Lo fate anche voi, in Italia, questo?" mi chiede un vecchio dai capelli lunghi, in piedi di fianco a me.
"Certo... certo, magari non tutti i giorni, ma lo facciamo" Gli rispondo con un sorriso.
Dietro di noi, nel cortile di legno dal suolo innevato e gelato, sta l'Inipi, la tenda rituale. E' scura, bassa e circolare, a forma di igloo. Mi accorgo che qualcuno ha posizionato, davanti all'entrata, un teschio di bufalo, corna di cervo e un'ascia rituale. C'è una atmosfera di attesa, alcuni respirano profondamente, qualcuno rutta. Alimentiamo il fuoco, sempre di più, adesso fa veramente freddo, ci saranno venti gradi sotto zero, appena ci si allontana dal fuoco il vento ti taglia le guance e la neve (a queste temperature ridotta a sottili cristalli di ghiaccio) ha l'effetto di spilli che non danno pace. E' buio.
Ad un segnale convenuto, tutti cominciano ad allontanarsi dal fuoco, vanno di fianco alla tenda e si tolgono i giacconi, i cappelli. Io guardo Austin, senza capire. E' già a torso nudo mentre mi dice: "I vestiti li puoi lasciare su quella panchina, non c'è da temere".
"COSA???"
"Si, le calze mettile pure dentro le scarpe" è stata la sua risposta.
Non ho scelta.
Sono nudo, in costume da bagno, esposto ad una tormenta di neve a meno venti, con i piedi nudi sulla poca neve che copre la terra gelata, in piena notte. Sembra l'inizio del film "Trecento", solo che me lo sto vivendo sulla mia pelle, ammesso che ne abbia ancora una e non si sia trasformata in vetro.
Batto i denti, le ginocchia picchiano l'una contro l'altra senza controllo, ad uno ad uno entriamo nella tenda, dicendo la formula rituale: Mitakuye Oyasin, siamo tutti fratelli.
Mi siedo in terra, aiuto il vecchio irrigidito a sedersi di fianco a me, poi vengono portate le pietre roventi, color arancione, nella tenda, e il freddo comincia a diminuire, anche se tutti tremiamo ancora. Tutti tranne i vecchi, che sembrano insensibili al freddo.
Chiudono la tenda, le pietre incandescenti son l'unico riferimento visibile. Il sacerdote, dopo alcune formule rituali, butta acqua sulle pietre, la tenda si riempie di vapore.
Incomincia il sermone, metà in inglese metà in Lakota, intervallato da frequenti "Mitakuye Oyasin", siamo tutti fratelli.
Ad ognuno viene richiesto di pregare, ascolto le preghiere degli altri, quasi tutti si esprimono in inglese, pregano per i loro parenti, perché superino i momenti di difficoltà o trovino la forza per smettere con la droga o con l'alcool.
Qualcosa mi tocca ripetutamente un piede, ma non capisco cosa sia. Siamo seduti per terra, ma a queste temperature non ci sono insetti, poi è qualcosa di strano. Viene da me. E' il mio sudore che, gocciolando dal gomito, va a finire sul piede. Sono bagnato fradicio, sto gocciolando.
"E adesso vorrei chiedere anche a chi è venuto da lontano di esprimere la propria preghiera" dice lo sciamano.
E così anche io ho pregato, ad alta voce, ho pregato per la salute della mia famiglia e delle persone care, ho pregato perché la bellezza di questa terra arrivi al cuore di chi viene qui e per chi ha fatto in modo che io scoprissi questi territori e questa gente.
Un coro di "Hau" mi ha fatto capire che il gruppo approvava.
Mitakuye Oyasin.
DAG
La Montagna Sacra
L'America del Nord, geograficamente, è divisa in due dalla catena delle Montagne Rocciose, che fanno da spartiacque per tutti i fiumi e fiumiciattoli che la attraversano. Solo una montagna spicca, per la propria altezza, al di fuori delle Rocky Mountains, e si trova ad Ovest di queste. Indovinate dove si trova? Qui, nel South Dakota. Poteva non essere un posto sacro per la tribù Lakota? No. Infatti non solo è una montagna sacra, ma tra i luoghi sacri è il più importante, visto che sulla sua sommità andava a meditare Alce Nero, forse l'ultimo leader carismatico Lakota e autore di pensieri e meditazioni letti e riletti da oltre trent'anni (Alce Nero Parla).
Dopo una serie di tentativi andati a finire male, la mia guida e ormai anche amico, Austin, è riuscito a trovare una strada che non fosse chiusa per la neve troppo alta, fra tutte quelle che si avvicinano alla base della vetta. Abbigliati di tutto punto, maglie termiche, passamontagna e occhiali protettivi contro neve e vento, abbiamo iniziato la salita. Che, non starò tanto a dilungarmi, abbiamo interrotto per mangiare due panini rigidi (per il freddo) e fare qualche foto nei punti migliori. Salire è faticoso, quando si è coperti da così tanti strati la respirazione diventa difficile, sarà stato quello, sarà stata la macchina fotografica, ma mi sentivo spossato in modo anormale. Mi girava anche la testa e avevo gli straluccichi nello sguardo, ballava tutto! Mi sentivo un po' una chiavica, lo devo ammettere, ma non capivo perché. Ho chiesto ad Austin. "Troppo ossigeno per i tuoi polmoni", mi ha detto. "Hai già vomitato?" Ma che bella prospettiva! Perché, va a finire così? Mi ha spiegato che non andava per forza così, ma poteva succedere.
Non è successo, anzi, dopo quasi tre ore di salita siamo arrivati ad una scalinata in pietra ricoperta di ghiaccio, battuta da un vento molto forte, che aumentava la sensazione del freddo. Da meno quindici ti fa percepire meno trenta. La scalinata andava a finire in una piccola costruzione, sempre in pietra. Eravamo giunti alla sommità di Harney Pick, 7200 piedi (2160 m), il luogo di meditazione di Alce Nero, sovrastante foreste e rocce a perdita d'occhio, e vento che solleva neve farinosa dagli alberi in lontananza. Nessun altro rumore. Nessuna presenza umana per miglia e miglia. Nessun bisogno di parlare fra noi, solo lo sguardo e una felicità dentro, un senso di pienezza commovente.
Nota tecnica: a queste temperature bisogna sempre avere una batteria della macchina fotografica di riserva, che deve essere tenuta al caldo, magari nella tasca dei pantaloni. Il freddo uccide le batterie in pochi minuti. Il sistema autofocus può rallentare di molto (il mio si era bloccato) quindi bisogna scattare in fuoco manuale. Anche il software della macchina risulta così frenato dal freddo che le immagini scattate impiegano un secondo o due per comparire sul visore della fotocamera ed è sconsigliabile usare automatismi o funzioni program che imbolsiscono tremendamente l'apparecchio.
Sarebbe come voler suonare un violino sott'acqua. Scordatevi di fare più di tre foto se, per scattare, avete dovuto togliervi i guanti.
DAG
