giovedì 17 aprile 2008

L'elefante.

Ho appena trovato una sistemazione nel villaggio di Pha Pho, dove mr. Bhom, il classico signore tuttofare (una figura comune anche nei nostri paesi più piccoli) affitta camere ai viandanti. Mr. Bhom, che parla un po' di francese, vive con la famiglia nella casa accanto, ma forse la sua famiglia si estende anche alle altre due case adiacenti. Tra figli e nipoti saranno una trentina di persone. E' anche il medico e il farmacista del paese, nonché veterinario.
Due sono le figlie che lavorano alla guesthouse, una parlicchia inglese, si chiama Dubi e fa da mangiare. Malissimo. Prima faceva la maestra nella scuola di Pakxé, la città più vicina.
L'altra non parla mai, sorride sempre e deve aver avuto un grave problema o subito un brutto incidente, perché ha il setto nasale sfondato e un occhio chiuso, la faccia deformata. E' la più simpatica, mi fa dei gran sorrisoni quando la saluto la mattina in laotiano, dicendole "Sabaidee!" Si inchina e ride.
Il signor Bhom mi parla della birra Lao, mentre mangio il terribile pastone zuccheroso preparatomi dalla sciagurata figlia (ma non poteva restare a fare la maestra? C'è tanto bisogno di istruzione, nel mondo...) e mi dice che è così buona perché per farla ci mettono dentro il riso e la frutta, mentre nelle altre birre non mettono neanche un po' di riso, solo la frutta.
Non si è mai finito di imparare...
Mentre mi parla vedo che brandeggia una siringa. Si china e fa un'iniezione nella pancia ad un altro signore, più anziano, che era sdraiato in silenzio su una panca. Io, aiutato dal delizioso pranzetto, ho un urto di vomito. Mi giro dall'altra parte.
Hai voluto andare nei villaggi in cerca della vita selvatica? Beccatela, adesso, e divertiti.
Mr Bhom mi dice che intorno al villaggio non c'è niente, solo campi, e più lontano, la giungla. "Bello!" dico io, "E come si può andare nella giungla?" "Con l'elefante".
Mi spiega che lui e un suo amico hanno un paio di elefanti, con cui trasportano i tronchi più pesanti per costruire le case, e che se voglio posso andare a fare un giro. Ovviamente accompagnato dal suo amico. Nove dollari. Ok, affare fatto.
Nel frattempo sono molto incuriosito dalla presenza di elefanti nella zona, decido di andare a vederli da vicino. Mr Bhom mi indica un campo, un campo immenso, diviso in due da una strada sterrata che si estende a perdita d'occhio.
Mi incammino per la strada, e ad un certo punto individuo due bestioni, lontani lontani, che ciondolano le proboscidi nel sole torrido, con movimenti lenti.
Mi avvicino sempre di più, esco dalla strada e mi inoltro nel campo. Vento e nessun altro rumore, a parte i campanacci al collo dei due giganti. I bestioni diventano sempre più grossi. Mi hanno visto da tempo, ogni tanto sbattono le orecchie. Sbuffano. Arrivo ad una ventina di metri. Se dovessero partire di corsa non ci sarebbero ripari per me, e non so quanto corra un elefante o che scatto possa avere. Ma lo posso sempre scoprire in un documentario, oppure leggere in un libro, no? Devo proprio sperimentarlo sulle mie cotiche?
Sì.
Devo.
Altrimenti potevo starmene a casa.
Mi avvicino altri cinque metri. Mi accorgo che i pachidermi hanno pesanti catene alle zampe davanti, che ne restringono i passi, rallentandoli in caso di nervosismi improvvisi. Tranquillizzato, mi avvicino lentamente, badando a dove metto i piedi. Gli elefanti non sono gli unici ad abitare questi prati ricchi di pozzanghere e acquitrini, circa un terzo dei serpenti velenosi del pianeta vive qui, e io sono in ciabatte.
Adesso sono fermo, ci guardiamo. I due colossi, bestie da lavoro, sono davvero enormi. Coperti di terra secca e fango, si stanno lentamente avvicinando. Mosche gli girano intorno, e tanti insetti. Uno dei due ha occhi gialli, dalla pupilla piccolissima. L'altro ha teneri occhi scuri, più tranquillizzanti. Si avvicinano ancora. Evito di farmi circondare dai due, mi danno l'impressione che potrebbero schiacciarmi fra loro senza neanche accorgersene. Sono buoni ed erbivori, mi ripeto, ma non mi sento molto tranquillo. Allora guardo a terra, tenendoli d'occhio in modo indiretto, e questi si avvicinano ancora. Quello con gli occhi gialli arriva ad un metro. Mi guarda, muove un orecchio e sbuffa. Alzo lentamente una mano, fino a toccare la proboscide, ruvida, polverosa, coperta di peli assolutamente sgraziati, radi e rigidi. L'elefante emette un ringhio sordo, profondissimo e basso.
Cazzo non sapevo ringhiassero.
Mi si gela il sangue.
Faccio un passo indietro. Un altro. Altri due. Ho i peli ritti e sento freddo. La loro testa enorme è due metri sopra di me. Come altre volte in questo viaggio, mi dò del pirla. Mi allontano controllando terreno e bestione.
Altri dieci passi, i due animali non si muovono. Torno al villaggio cercando di fischiettare, un po' irrigidito e intontito dallo spavento.
Non lo sapevo davvero, che gli elefanti ringhiassero.

DAG

Dopo la pacchia, verso l'interno sconosciuto.

Mi sono divertito, a Dhon Dhet, nonostante non ci fosse la corrente elettrica la vita era facile, tanti ristorantini in cui andare a mangiare, tutti con la terrazza sul Mekong ed un panorama meraviglioso, soprattutto al tramonto, tanta gente con cui parlare o almeno scambiare due chiacchiere, Jun che si è ritrovato a confrontarsi con altri turisti e a dover vincere la sua timidezza, il capodanno laotiano che dava un'atmosfera di festa e l'idea di essere in un posto fricchettone. Eravamo in pantaloncini e torso nudo da mane a sera, e col caldo più atroce, ci si buttava tutti in acqua, nelle morbide correnti del Mekong.
Addirittura alcuni bar con terrazza ti vendevano la birra e ti affittavano grosse camere d'aria da trattore, gonfiate ben bene. Volendo potevi sedertici dentro e berti la birra scivolando con la corrente. L'importante era, a fine corsa, aggrapparsi ad un ramo prima che finisse l'isola e iniziassero le cascate. I sentieri dell'isola, sterrati e senza auto, erano quasi costantemente percorsi da ragazzi e ragazze che camminavano, a piedi nudi e sgocciolanti, per riportare indietro i vuoti e le camere d'aria, tutti sorridenti e un po' brilli.

Ma come tutte le cose belle, anche la vacanzina a Dhon Dhet è finita. Stamattina, dopo quattro giorni di pacchia, sono partito alla volta di uno dei villaggi più remoti del paese, sconosciuto anche a molti Laotiani. Ho salutato Jun, il quale, per darvi un'idea di che persona sia, si è messo a piangere perché andavo via. E cedere alle emozioni per un giapponese è una cosa assolutamente inconsueta. L'ho abbracciato stretto, dicendogli che invece io ero molto contento di liberarmi di lui! Ci siamo messi a ridere.

Poche ore dopo (e pochi chilometri dopo) la scalcagnata carretta con cui ero partito dall'isola, guidata da un autista con un occhio di vetro (quello dal lato della carreggiata) e stipata fino all'impossibile di persone e merci di ogni tipo lasciava me e i miei bagagli ad un incrocio assolato, ripartendo in una nuvola di polvere e gas di scarico.
So che da lì dovrebbe passare un bus che si inoltra nella giungla, fino al villaggio di Pha Pho, territorio di etnie dagli scarsi contatti con il mondo civile e, soprattutto, dalla fauna incontaminata e sovrana.
Chiedo informazioni ai ragazzi che chiacchierano nelle baracche vicine all'incrocio, non sanno neanche cosa sia l'inglese. Non conoscono la parola "bus", per fare un esempio, e quando chiedo "stop?" mi guardano esterrefatti, poi scoppiano a ridere, mentre un bimbetto mi spruzza addosso acqua in continuazione bagnandomi tutto e ripetendo "Pì mai Lào!, Pì mai Lào!" (Buon anno, buon anno!)
Arrivano altri ragazzi per guardare da vicino il falang, che sarei io. Questi un po' di inglese lo sgangherano. Uno mi dice "No bus, moto!" Un altro mi dice che il bus è alle due, no alle quattro. Poi si guardano e, in due decidono di dirmi che il bus è domani, forse.
Ok, è una vecchia tecnica collaudata. Ti dicono che non c'è il bus così ti portano loro ad un prezzo cinque o sei volte più alto di quello del bus. Fermo un trabiccolo con passeggeri a bordo e l'autista mi dice che no, lui non va a Pha Pho, come a dire che non è mica matto, ma che se proprio voglio andarci devo aspettare in un altro punto, che mi indica. Tra un ora o forse due arriva un tràs, (truck) che ci va.
Metto la mia valigia a bordo strada e aspetto.
Miracolo, il tràs arriva, salgo nel cassone dietro, aperto ed esposto al polverone incredibile della strada (strada?) sterrata e tra un rimbalzo ed una botta sulle costole arrivo, dopo venti chilometri circa, al meraviglioso villaggio di Pha Pho.
Il mio ingresso nel villaggio è salutato da bambini entusiasti e da adulti ubriachi per i festeggiamenti del capodanno, per il resto mi sembra di vivere in prima persona la scena del film "Lo chiamavano trinità", quando Terence Hill arriva coperto di polvere al paesello disgustando tutti al solo apparire.

DAG

Al tempio per il nuovo anno.

La ragazzina che ha assegnato le camere a Jun e a me ha solo quattordici anni, ma è sveglia come una di trenta. Anzi, scusate, conoscendo un po' di ragazze intorno ai trenta mi sento di dire che è più sveglia della media delle trentenni che conosco io.
Ha un vocabolario di circa dieci parole di inglese, ma riesce a farsi capire. Dopo averci indicato con ordini precisi le stanze (tu dormi lì, tu dormi là) non si sa in base a quale criterio, si è messa a fare conversazione con Jun, il quale di parole inglesi ne conosce quindici. Non so come, dopo un po' l'ho vista andar via e tornare con un vassoio pieno di pezzi di anguria, tagliati di fresco. Si sono messi in un angolino a parlare, con il manuale di conversazione Giapponese-Lao di Jun. Non so e non voglio sapere di cosa parlassero, ma tra i due è nata una simpatia. Ovviamente per ragioni d'età nulla poteva succedere, ma siamo stati praticamente adottati dalla ragazzina e dalla famiglia di lei, composta da un numero indefinibile -e mai chiarito- di personaggi.
Una delle conseguenze più belle di questa adozione è stato l'invito al tempio per la cerimonia del nuovo anno.
In Laos il capodanno dura tre giorni, durante i quali si celebra anche il "Waterfestival" (cosa che avviene simultaneamente anche in Thailnadia). Nel primo giorno si celebra l'anno passato, riposandosi e bevendo birra Lao (la miglior birra del sud est asiatico, che raccoglie seguaci tra i turisti di ora in ora), nel secondo giorno si celebra il cambiamento, ovvero il passaggio dal vecchio anno al nuovo (andando al tempio e bevendo birra Lao) e nel terzo giorno si festeggia l'arrivo del nuovo anno, tirandosi gran secchiate d'acqua e bevendo (ma va?) birra Lao.
E' nel secondo giorno che siamo andati al tempio con le due ragazzine. Ci avevano dato appuntamento alle tre, e noi alle tre ci siamo fatti trovare pronti per andare al tempio, nonché vestiti bene (sì, io in camicia a righe e braghette a scacchi, ormai ho capito come ci si veste, altroché Armani). "Aspetta" ci dice Cìn, la ragazzina sveglia, "Go mama" e noi siamo andati dalla sua mamma che, tra parentesi, è più giovane di me di due anni. La mamma stava penosamente cercando di tagliare una radice arancione con un machete enorme, mettendo le fettine in un bicchiere. Era un'offerta rituale per il Buddha. Le ho prestato il mio coltellino svizzero, e con quello è riuscita a portare a termine l'impresa conservando tutte e dieci le dita. Abbiamo osservato la preparazione delle offerte con attenzione, senza poter aiutare ma memorizzando tutto. Una volta mescolate le fettine di radice arancione nell'acqua, viene aggiunto succo di limone e una boccetta di solvente prelevata da una scatola di decolorante per capelli. Questa ha il compito di sciogliere la radice e dà anche un buon profumo alla mistura. Altri due secchielli d'acqua con dentro fiori bianchi profumati vengono presi e messi da parte, poi ci vengono messe delle collane di fiori al collo e braccialetti in cotone bianco con una treccina per augurare buona fortuna nel nuovo anno. Così agghindati, distribuiti i bicchieri con la mistura e i secchielli con acqua e fiori, ci incamminiamo alla volta del tempio. Le due ragazzine ridono quando si girano a guardarci, rovesciando circa metà delle offerte durante il cammino a furia di ridere. Jun e io inizialmente siamo seri, tutti compresi nel cammino verso il tempio, poi cominciamo a farci sgambetti a vicenda, gridando allo scandalo quando l'altro rovescia un po' d'acqua per terra. Al tempio diventiamo seri di nuovo quando vediamo la moltitudine di fedeli radunati ad ascoltare le parole del monaco anziano. Tolte le ciabatte, ci uniamo agli altri, saremo stati in tutto trecento persone, tutte assorte nella preghiera, le mani giunte davanti. Finito il sermone, tutti in piedi! Si corre verso un punto in cui giovani monaci distribuiscono pezzi di vetro molto grossi e di vari colori, azzurro, verde, trasparente, giallo, ognuno cerca di prenderne uno, poi si torna ai secchielli portati al tempio, e si strofinano i vetri con foglie di bambù e mezzi limoni tagliati, per pulirli simbolicamente (credo dalla polvere dell'anno vecchio) si sciacqua tutto con acqua abbondante e poi si va a lavare le numerose statue del Buddha che sono state raccolte su un ripiano piastrellato. Sui Buddha si versano anche le misture che ognuno ha portato. Nei pochi minuti passati le misture si sono ossidate e hanno assunto un bellissimo color oro, sembra di versare oro liquido sui Buddha, è il massimo degli onori.
Nel momento dell'"oro colato" avviene qualcosa ce mai mi sarei aspettato. Una anziana signora prende lo slancio e tira una secchiata d'acqua lavando tutti: dai ragazzini ai monaci a qualche turista sopraggiunto con la macchina fotografica. Tutti ridiamo, e inizia una fantastica battaglia collettiva a secchiate, cui partecipano anche i monaci! E' come se dopo la messa di Natale il prete finisse di dire messa e iniziasse a tirare palle di neve a tutti, o come fare a gavettoni in chiesa, tutti contro tutti.
L'acqua è una benedizione, più si è bagnati più si sarà fortunati nel nuovo anno.
Credo che il prossimo anno sarò abbastanza fortunato, ma il più fortunato di tutti sarà Jun. Con la meticolosità e l'ingenuità tipica del giapponese, era venuto al tempio con i pantaloni da pioggia, impermeabili. Soffriva un caldo pazzesco, ma si sentiva al sicuro. "Sono impermeabili! Non mi bagno!" Mi aveva detto quando lo avevo guardato inorridito alla partenza.
Gli ho scostato l'elastico dei pantaloni e gli ho versato una intera secchiata nelle mutande.
Buon anno!

DAG

In mezzo ai laotiani.

Vi ho già detto del bus, di quel viaggio tanto scomodo, ma fatto in mezzo alla gente del posto. E' uno dei desideri di tanti viaggiatori incontrati, quello di poter davvero uscire dal ruolo del turista cui vengono riservate tutte le comodità e condividere con gli abitanti del paese le cose più comuni come uno spostamento in autobus, una cerimonia rituale o il cibo che viene mangiato ogni giorno nel modo in cui lo preparano e lo mangiano loro.
Se per il cibo ci possono essere, purtroppo, riserve dettate dalla prudenza (noi non siamo provvisti degli stessi anticorpi che hanno le popolazioni autoctone, quindi ci possiamo ammalare molto più facilmente di loro) e dal buonsenso, per quanto riguarda la vita di tutti i giorni possiamo tranquillamente unirci ai locali, sempre che questi ce lo permettano. In Thailandia è abbastanza difficile, in Laos è possibile, così come in Vietnam, soprattutto al sud.
Prendere un autobus scassato e scomodo non è soltanto un modo più economico di viaggiare, ma diventa una vera e propria esperienza perché ti fa capire come queste persone, che materialmente non hanno l'accesso a tutte le cose che per noi ormai sono date per scontate, diano profonda importanza all'educazione, alla generosità ed al rispetto reciproco. E fa riflettere su come viviamo noi.
Qualche esempio.
La signora anziana che era salita con la bambina in braccio, quella cui Jun ha ceduto il posto, ha avuto grandi difficoltà, per la prima parte del viaggio, a tenere la bimba, che era in preda ad una crisi di pianto isterico. La pargoletta cacciava strilli così forti che anche il guidatore ad un certo punto si è girato ridendo per chiedere se tutto andasse bene. Ognuno, nel bus, si è prodigato per far smettere le disperate lacrime della bambina: chi la chimava e iniziava a cantare, chi ha regalato un succo di frutta bevuto solo a metà, chi dei dolcini. Jun ha fatto l'origami della cicogna, vabbè, ovvio. La bambina lo ha sbavato subito rendendolo una disgustosa pallina di carta e muco. Ho riso con Jun. Io cercavo di fare come faccio con gli animali per catturare la loro attenzione. Non ve lo dico come faccio, ma con gli animali funziona. Quella bambina aveva un lato animale particolarmente poco sviluppato, perché ogni volta che incrociava il mio sguardo cacciava uno strillo più acuto degli altri e scuoteva la testa disperata. Fortuna che come autostima sono a posto. Comunque poco importa il pianto della bambina, fatto sta che tutti hanno fatto qualcosa per migliorare la situazione della povera nonna. E della bambina isterica.
Il bus popolare, lo chiameremo così, fa parecchie fermate. La maggior parte di queste è fatta al volo, l'autista vede una valigia o due per strada, o una cesta, e capisce che qualcuno le ha messe lì perché deve prendere il bus. Il bus arriva alle valigie, suona e la persona arriva corricchiando. Il ragazzo dei bagagli prende la valigia e mentre il bus riparte si arrampica sul tetto e lega i nuovi bagagli agli altri con cinghie o funi. Ad ogni fermata il bus viene preso d'assalto da ragazze che vendono da mangiare: mezzi polli alla brace tenuti da due stecchi di legno o uova sode, in genere tre in fila, infilzate in un altro stecco di legno. Tutto fatto al momento, a bordo strada, su brace di legno. Un cibo fantastico. I ragazzi che stavano di fianco a me non parlavano inglese, ma due cose sole mi hanno saputo dire: "Can you speak Lao?" (Puoi parlare in Lao?) e "Sorry for the bus" (Ci dispiace per questo bus). Se alla prima domanda ho dovuto rispettosamente dire che no, non parlavo la loro lingua, e me ne scusavo, la seconda frase mi ha fatto una gran tenerezza: capivano che se per loro era il modo usuale di muoversi, per me poteva essere una cosa brutta viaggiare così. Loro si vedono passare davanti agli occhi questi autobus a due piani, di fabbricazione coreana, che vanno spediti e prepotenti, con un'arrogante scritta "VIP BUS" sul parabrezza e immaginano che i "falang", gli stranieri, vogliano viaggiare solo su quei mezzi distanti e condizionati, esclusivi. Che brutto il termine "esclusivo". Davvero ignorante.
Beh, fatto sta che al ragazzo che mi chiede scusa per il bus offro il mio iPod da ascoltare, lui tutto felice si attacca alle cuffiette e ride con gli amici. Poco dopo mi sento bussare sulla spalla, un uovo già sbucciato mi compare davanti alla faccia. E' lui che per ricambiare mi offre un uovo. Lo ha sbucciato per me! Grazie! Gli dico con entusiasmo, e addento l'uovo sodo.
Per fortuna ho notato solo in un secondo momento le unghie del ragazzo. Nere.
Nere come le mie, però.
(Stessa scena dell'uovo mi è successa con due ragazze cui ho regalato una rivista di pettegolezzi laotiana trovata su un altro bus. Dopo aver guardato le figure e aver constatato che siamo tutti attratti dalle stesse morbosità gliel'ho passato: hanno pelato un mandarino e me lo hanno offerto).
Comunque quello che mi è rimasto impresso è il senso di comunità che anima questa gente: non si capisce mai se si conoscono oppure se siano estranei, perché fra loro pare non ci siano filtri: si passano le bottiglie d'acqua l'uno con l'altro, si scambiano da mangiare, si passano addirittura l'uno con l'altro i bambini da tenere in braccio senza nessuna preoccupazione, e se hanno sonno si addormentano uno sulla spalla dell'altro, maschi con maschi, senza paranoie di machismo. Il tutto con un senso di rispetto e pudore che esclude ogni forma di promiscuità o di fraintendimento. A proposito di machismo superato (o mai instauratosi) non è raro vedere ragazzi con le unghie laccate di blu o militari con graziosi cappellini rosa a fiori per proteggersi dal sole.
Certo, le regole dell'educazione sono diverse da quelle che vengono impartite a noi: Le unghie di uomini e donne vengono lasciate crescere lunghe e tenute da conto perché almeno ci si può pulire le orecchie o il naso, cosa che viene fatta in qualsiasi momento e di fronte a chiunque. Tagliarsi le unghie dei piedi dietro al bancone del proprio negozio, mentre si mostra una maglietta o una sciarpa al cliente, è considerata una cosa assolutamente normale, così come sputare per terra dopo aver raschiato ben bene bronchi, polmoni e gola, in un crescendo degno di una moka da dodici. La soffiata di naso avviene con la grazia di un calciatore, due dita a turare una narice, e slancio in avanti al momento giusto, magari appena fuori dal ristorante in cui si sta pranzando gomito a gomito. Stanno mangiando e trovano un osso, o il limone è stato spremuto sino in fondo? Tirano tutto per terra. A fine pasto una discarica di rifiuti viene spazzata da terra da una cameriera sorridente, vien data una passata di spazzola sul tavolo e via! Pronti per il prossimo cliente.
Ho avuto modo di chiedere, parlando con una persona del posto che parlava inglese meglio degli altri, come percepisse gli altri del proprio paese: "Come fratelli", mi ha risposto, ma la chiave di tutto è l'educazione che viene impartita loro sin da piccoli: Il figlio deve rispettare il padre e la madre e le persone anziane, deve addirittura seguire quello che gli dice il fratello o la sorella maggiore. La legge dello stato è una legge da seguire, concetto semplice e diretto.
Mi sembra di aver capito che il concetto di individuo è tenuto in considerazione, ma più ancora quello di collettività.
Poco mi cambia se le regole del bon ton sono diverse dalle nostre, il rispetto che sta alla base è quello che a me piace, soprattutto se si considera che questo, unitamente al modo di vivere buddhista, genera un clima socialmente rilassato, lontano dalla violenza che si vede in altre parti del mondo. Qui molte ragazze viaggiano da sole senza dover temere alcunché. In Turchia meglio non farlo, come dimostrano i recenti fatti.

DAG

Isoletta.

Tre giorni fa sono arrivato nell'estremo sud del paese. Al confine con la Cambogia il Mekong si allarga in un arcipelago, detto "le 4000 isole" o anche la Halong Bay del Mekong, perché ricorda la celebre baia nel nord del Vietnam. Si arriva al villaggio di Dhon Dhet con un pulmino che parte da Pakxé e si ferma nel fango a bordo fiume. Il viaggio procede su una canoa a motore che porta fino all'isoletta su cui si può dormire. Il Lao in questi giorni sta festeggiando il capodanno, per assicurarmi di avere un posto in cui dormire una volta arrivato al villaggio avevo precedentemente telefonato alla guesthouse che mi sembrava facesse al caso mio e ho prenotato una stanza, chiedendo che non ci fosse l'aria condizionata, ma solo il ventilatore, un po' perché odio l'aria condizionata, un po' per risparmiare. "Guarda, qui non abbiamo la corrente, quindi non c'è problema. Non avrai né il ventilatore né l'aria condizionata" mi dice il proprietario. Mi sono sentito un po' pirla, sempre a presupporre che ci siano tutte le comodità. Volevo andare in un posto isolato, primitivo, a contatto con il mondo dei locali? Ecco, ci sono arrivato. Sull'isola esiste un collegamento internet, i computer sono alimentati da un generatore e la linea telefonica è via satellite (così almeno dice il cartello scritto fuori dalla baracca).
I costi sono da satellite, in ogni caso. Cerco di usare internet meno che posso. La ciliegina sulla torta è stata una bottiglia d'acqua che ha deciso di aprirsi nella mia fedelissima borsetta coi cagnolini, bagnando tutto: iPod, portafogli, busta coi soldi, piantine, ma soprattutto il telefonino. Centottanta euro buttati via, il telefonino non si accende più, nemmeno dopo essere stato esposto per due giorni al caldo dei tropici. E soprattutto sono isolato dalle comunicazioni via sms, molto comode. Sono infuriato per questa storia della bottiglia, il telefonino mi faceva anche da videocamera, da sveglia e da orologio. Prima di arrivare in un posto in cui trovarne un altro uguale devo aspettare di essere in Cina. In una città abbastanza grossa.
Ma veniamo agli aspetti più piacevoli del viaggio: nell'isoletta di Dhon Dhet la sera si cena alle sei e mezza, quando comincia a fare buio. La festa di capodanno di ieri è iniziata alle otto, finita alle dieci e mezza. I generatori che producono la corrente necessaria vengono accesi alle sei di sera e cessano di funzionare alle dieci. A quell'ora l'isola sprofonda rapidamente nel buio, diventa territorio degli insetti e degli animali notturni. Intossicato da spray antizanzare e circondato da zampironi fumanti me ne sto ad ascoltare appoggiato alla balaustra in legno del mio terrazzino, in un caldo umido che mi fa sgocciolare in continuazione. Suoni, versi e rumori nuovi ogni minuto giungono alle mie orecchie da lontano o mi sorprendono da pochi metri di distanza. Poi me ne vado a dormire. L'altra notte ero al riparo della mia zanzariera, sul mio giaciglio di legno (scordatevi i materassi) quando un potente scrollone ha fatto ballare tutto. Ho aperto gli occhi, ma era così buio che potevo anche tenerli chiusi. Non c'è la luna, in queste notti, a filtrare tra le assi sconnesse della mia baracca su pali. Mentre mi chiedevo cosa potesse essere, seduto sul letto e sinceramente un po' spaventato (un terremoto?) è arrivato un altro scrollone, più forte del primo. Sono uscito dal bungalow e ho intravisto, alla luce delle stelle, l'enorme schiena grigia di un bufalo che brucava tra i pali della mia casetta sospesa. Ogni tanto, nel girarsi, urtava con un fianco un palo e faceva ballare tutto. Sonori sbuffi dalle froge sembravano esprimere soddisfazione per il pascolo trovato. Sono stato a guardarlo per un po', poi sono tornato, tranquillo, a dormire.
A sudare, anzi.

DAG

Non accalcatevi

Ragazzi, piano, non c e bisogno che mi diate tutti un consiglio, eh?
ALtrimenti non so piu cosa scegliere come soluzione...
Ma ce ne fosse uno che mi ha detto qualcosa su come risolvere il problema del telefonino!
Ora i casi sono due: o il mio blog non lo legge piu nessuno, oppure nessuno sa una cippa di telefonini. Neanche quelli che in Sprea scrivono intere riviste al riguardo.... ehm... vero?
Beh, allora beccactevi questi altri post che vi ho scritto, e se a qualcuno suona il telefonino mentre sta leggendo, lo butti pure nell acqua. Tanto si vive lo stesso, e anche bene!

DAG

lunedì 14 aprile 2008

MESSAGGIO TECNICO

Messaggio tecnico per avvisare tutti che il mio telefonino non funziona piu.
Peccato proprio ora che sono in una delle zone piu isolate dalle comunicazioni!!
Mi si e aperta una bottiglia d acqua nella borsa e il telefonino non si e piu riacceso il modello e un nokia N70. Se qualcuno sapesse come farlo ripartire (l ho gia fatto asciugare per due giorni onde eliminare tutta l umidita interna) mi puo dare un consiglio?
Prima di averne uno che vada bene per me devo aspettare di essere in cina. Chi mi ha mandato messaggi non se la prenda se non rispondo.
Abbracci a tutti!

DAG

domenica 13 aprile 2008

Scomparsa Pippa Bacca.

Riporto qui di seguito la notizia segnalata da Elisabetta a proposito della scomparsa, avvenuta in Turchia, dell`artista Pippa Bacca, amica anche mia.

DAG

Istanbul: appello per l'artista scomparsa sul «Chi l'ha visto?» turco
La sorella e il ragazzo tappezzano Ankara di manifesti

ANKARA - La stazione di servizio della British Petroleum ha l'insegna verde, il suo colore preferito. Pippa si veste soltanto di verde; è color pisello anche il trolley che portava con sé quando è sparita da questo autogrill lungo la E5, la vecchia strada a quattro corsie che da Istanbul va verso Izmit e poi fino ad Ankara.
Giuseppina Pasqualino di Marineo (Cavicchi)
L'ultimo ad averla vista, intorno a mezzogiorno del 31 marzo, è stato uno dei benzinai: «Era ferma all'ingresso del piazzale — ha raccontato —. Ho notato una jeep frenare, fare retromarcia e andare verso di lei». Da allora di Giuseppina Pasqualino di Marineo, 33 anni, in arte Pippa Bacca, non si sa più nulla. È scomparsa mentre faceva l'autostop in abito da sposa undici giorni fa.

Un'eternità. Ma qui, e questa è la buona notizia, la cercano come se fosse viva. «I miei uomini tornano a casa solo il tempo necessario per cambiarsi » assicura Mehmet Tuzel, il capo della polizia di Ankara, che coordina le indagini. Sono giornate grigie e interminabili. Si inseguono voci, segnalazioni, verifiche e smentite. «Era a Dilova, fuori da un ristorante assieme a un barbone », l'avvistamento di una donna resterà senza conferme. «Hanno chiesto un riscatto», ma il falso allarme dura lo spazio di un controllo fatto al telefono. Da Milano la madre di Pippa lancia un appello drammatico: «O è morta o si trova in una situazione tragica. Speriamo sia un rapimento. In ogni caso non può essere scomparsa nel nulla». Credere che nessuno abbia visto qualcosa è difficile. L'autogrill di Bayramoglu, dove si è fermata quella jeep, è poco meno di un suk: ci sono bar, ristoranti, un McDonald's, fermate di pullman e di taxi collettivi, centinaia di viaggiatori in transito. Ci sono anche molte telecamere. Gli investigatori hanno raccolto i filmati. Da quei nastri, e dalle tracce lasciate dal telefono cellulare della giovane artista, forse potrebbero arrivare indicazioni utili. Le ricerche per ora sono concentrate nella zona di Gebze, la città più vicina all'area di servizio. Sui cruscotti delle auto-pattuglia ci sono le foto segnaletiche di Giuseppina Pasqualino. Agenti in borghese fanno domande discrete, per non creare un clima che possa mettere paura a eventuali sequestratori. Il problema è che l'indagine è scattata in ritardo. Dal momento della scomparsa a quando in Italia è stato dato l'allarme sono passati quattro giorni e prima che la polizia turca potesse mobilitarsi ce ne sono voluti circa altrettanti.

Lunedì scorso su Kanal D è andato in onda l'appello del console italiano a Istanbul, Stefano Canzio. Da Roma la Farnesina ha attivato l'Interpol. Sul tavolo del pubblico ministero milanese Ilda Boccassini è arrivata la denuncia presentata dai familiari della giovane. E ad Ankara l'ambasciatore in Turchia Carlo Marsili ha preso contatto con le autorità locali: «Ci siamo rivolti ai più alti livelli di polizia e ministero dell'Interno — spiegava ieri all'Apcom —. Ci hanno assicurato che stanno lavorando al massimo per trovarla. Io posso dire che le forze dell'ordine hanno un controllo capillare del territorio». Il numero di persone scomparse in Turchia non è alto. Purtroppo la regione compresa tra Gebze e Sakarya non è un buon posto per perdersi. Criminalità, traffico di droga, islam militante, immigrazione clandestina: finisce spesso sulle pagine di cronaca nera. Il caso di Pippa qui viene definito «anomalo», ma l'idea che una giovane donna sparisca in questo modo non è facile da digerire per Ankara. E poi l'Italia è un Paese amico. Insomma, di sicuro Giuseppina Pasqualino la stanno cercando sul serio. Finora, però, nessuna notizia. I controlli negli ospedali e negli obitori hanno dato esito negativo. Così restano in piedi tutte le ipotesi: un incidente, il sequestro, oppure una tragedia. Per esorcizzare la paura che lo accompagna da giorni, il terrore che la sua fidanzata sia morta, Giovanni Chiari prova a scherzare: «Se la ritroviamo, la strada per tornare a casa la fa a calci nel sedere».

Da martedì sera Giovanni è in Turchia insieme con Antonietta, una delle quattro sorelle di Pippa. Due giorni fa sono comparsi tutti e due in diretta al programma tv di Lerzan Mutlu, una cosa a metà tra Chi l'ha visto? e uno show di Maria De Filippi. La Mutlu, bionda platinata, chiede aiuto ai telespettatori per risolvere misteri e casi lacrimevoli. Dopo la trasmissione hanno telefonato una dozzina di persone, ma nessuna aveva notizie decisive. Allora Antonietta e Giovanni si sono messi in viaggio assieme a Laleham Karadeniz, la loro interprete. Hanno seguito le tracce di Pippa dalla periferia di Istanbul fino a Gezbe e ancora più in là, lasciandosi dietro una scia di manifesti: la foto di lei che aspetta un passaggio vestita da sposa e un appello. Gruppi di uomini turchi lo leggono, poi salutano con i loro Inshallah. Ieri assieme a Silvia Moro, compagna di Pippa nella performance «spose in viaggio», i ragazzi venuti dall'Italia hanno tappezzato il centro di Ankara. Silvia ha smesso l'abito bianco per non creare confusione e falsi avvistamenti. Ricorda i giorni passati per strada, prima di dividersi per alcune divergenze sulla natura del progetto — forse anche una lite — quando chi le raccoglieva diceva: «Siete due angeli».

Lao

Dieci di aprile, auguri mamma, siamo già alla quarta cittadina del Laos, Pakxé. Le città laotiane sono difficili da capire, per me. Non hanno un centro. Hanno, finora, come elemento comune, la vicinanza con il fiume Mekong, ma questo non vuol dire che sulle sponde del fiume ci sia più vita che da altre parti. Avevo percepito Vientiane come una città di confine, ma l'impressione si è ripetuta poi per tutte le altre città. Thakhet, Savannakhet, ora Pakxé, hanno tutte un qualcosa di provvisorio e di sfuggevole, come se la meta non fosse lì, ma da cercare da qualche altra parte. A Vientiane abbiamo visitato l'arco di trionfo eretto dai francesi al loro ingresso nel paese, a Thakhet niente, siamo partiti il giorno dopo essere arrivati, a Savannakhet il museo dei dinosauri (e quando si va allo zoo o al museo dei dinosauri vuol dire che si sta raschiando il fondo del barile), Pakxé sembra abbastanza vivace, almeno ci sono tre ristoranti tra cui scegliere dove andare a mangiare. A Thakhet neppure quelli, alle otto tutti a nanna, le strade, prive di illuminazione pubblica, diventavano territorio di scorribande degli animali più inconsueti.
Non che mi aspettassi la spumeggiante Copacabana, sia chiaro, ma (tanto per fare un esempio) stasera abbiamo finito di cenare, abbiamo guardato l'orologio ed erano le sette e dieci. Per ingannare il tempo mi sono fatto interrogare in giapponese, Jun mi diceva le frasi in inglese e io dovevo prima capire cosa volesse dirmi e poi ricordarmi come si dice in giapponese. La prima parte era la più difficile se considerate che per il mio amico, tanto per farvi un esempio, "surìppi" per Jun significa "sleep", dormire e "bèsde" "birthday", compleanno.
Rimandato lui in inglese, bocciato io in giapponese.
Mentre vi scrivo Jun è andato a farsi fare un massaggio ai piedi, perché ha letto sulla guida che c'era un centro massaggi vicino alla guesthouse in cui dormiamo. Io ne avevo visto uno, e glielo avevo indicato perché è da tre giorni che dice che vuole un massaggio ai piedi, ma lui ha dovuto cercare quello consigliato dalla sua guida giapponese. Ovviamente era lo stesso. Approfitto della sua assenza e quindi dalla temporanea pausa dai "japanese jokes" per godermi la cosa più lussuosa da quando siamo arrivat in Lao: una terrazza enorme, su cui affacciano le nostre due camere. La terrazza è all'ultimo piano di un edificio interamente gestito da cinesi. Il proprietario ci ha visto uscire dalla guesthouse accanto alla sua scandalizzati per l'esorbitante cifra richiesta: 12 dollari. Ci ha subito sciacallato al collega vicino facendoci segno di dormire con le mani e indicandoci la porta a vetri dietro di sé. Quando abbiamo visto le camere ho contrattato per avere uno sconto. Siamo arrivati a cinque dollari a notte. Abbiamo fatto il gesto di dare i passaporti, ma il proprietario ha detto di no, che non gli interessava. Ha voluto i soldi subito, quelli sì. Non siamo registrati, in questo hotel. Sembra che la presenza cinese stia diventando sempre più forte, man mano che ci si allontana dal confine con la Thailandia. Interi edifici sono arredati con lanterne rosse, piastrelle lucide e vetri blu scuro. Quello è il segnale che i proprietari sono cinesi. Da una parte della strada il ristorante con relativa guesthouse, dall'altra il supernegozio, che vende di tutto, dai cioccolatini ai pneumatici.
I Laotiani, del resto, sembrano accettare senza alcun problema la presenza di altri popoli nel loro territorio: anche noi, i "Falàng" (termine abbastanza dispregiativo che inizialmente stava ad indicare i francesi ma poi si è esteso a tutti gli stranieri) veniamo in contatto con la gente del posto con una facilità nuova, rispetto, per esempio, alla Thailandia.
Lo abbiamo potuto constatare soprattutto nel corso dell'ultimo trasferimento, quello che ci ha portato da Savannakhet a Pakxé.
"Il bus parte alle dieci e mezzo, venite qui alle dieci e fate il biglietto domani", ci aveva detto la bigliettaia. Tre dollari e mezzo mi sembrava un costo francamente un po' basso per un viaggio di sei ore. Il sospetto che il bus non fosse proprio una limousine si stava facendo strada. All'arrivo nella polverosa stazione dei pullman di Savannakhet, il giorno dopo, il sospetto prende pesantemente corpo. Un torpedone cencioso e grondante morchia da ogni crepa rugginosa ci attende nel centro del piazzale, parecchi omini intorno si ingegnano per caricare sul tetto ed assicurare con cinghie e funi d'ogni tipo le merci da trasportare.
L'ultimo bagaglio che viene issato sul tetto è un motorino.
All'interno, dopo la conta dei biglietti, tutti i posti sono già occupati, ma continuano ad arrivare nuovi passeggeri. Ci stipiamo, mi rendo conto che sono in piedi e non ho trovato il mio posto. Sul biglietto ci sono i numeri, ma sui sedili no. Indico il numero del mio posto al ragazzo che controlla i biglietti ma lui fa un gesto vago, circolare, che potrebbe comprendere tutto l'interno del pullman. Volendo anche l'esterno. Un signore trasporta sgabelli. Li distribuisce sorridendo a tutti, ci sediamo nel corridoio, sugli sgabelli, in fila indiana, strettissimi, quando mi accorgo che Jun ha trovato un posto a sedere. Comodo e tranquillo, di fianco ad una ragazza. Come diavolo abbia fatto non lo so, ma mi fa venire il nervoso, perché mi guarda dall'alto in basso e ride, mostrandosi soddisfatto e un po' annoiato.
Vedo una signora anziana salire sul bus, una bimba al collo. La bimba avrà otto mesi, forse un anno. Indico con sguardo pietoso la donna a Jun, e poi lo guardo con disprezzo. Jun cade vittima del proprio buon cuore. Cede il posto all'anziana signora, lui farà il viaggio in piedi. Lo guardo e ridacchio. Tutto sommato uno sgabello non è poi così scomodo.

DAG

mercoledì 9 aprile 2008

L'amico del Sol Levante

Vi ho già detto del mio amico Jun, conosciuto sul treno che mi ha portato in Lao. Ecco, Jun, nonostante abbia la faccia da thailandese, è giapponese, ma così giapponese che più giapponese non si può.
Per darvi un'idea, Jun ha una borsetta con dentro due libri: un prontuario di conversazione giapponese - inglese, corredato dalle frasi più inutili, tipo :"Signorina, credo che il resto che mi ha dato sia in eccesso" (figuriamoci se faccio notare una cosa del genere!) oppure "Dove posso trovare delle garze sterili?" in un paese in cui le aspirine te le vendono sfuse alle bancarelle! Ed una guida turistica del Lao, molto ridotta, ma efficace. Oltre, ovviamente, alla macchina fotografica.
Ogni tanto lo trovo che scruta la guida come se fosse scritta in caratteri sumeri, con un'espressione concentrata fino allo spasmo. Poi punta il dito sopra una foto (generalmente la foto di una pagoda o un tempio) e guardandomi dice: "Biùtifu" E io: "Si, Jun, biùtifu." E lui: "Go?" "Sì, Jun, let's go." E, inforcate le biciclette a noleggio (il motorino no, è "déngelas", dangerous) si va a visitare la pagoda. Quando siamo,lì la prima cosa che dice è :"Foto". E fa una foto.
L'altro giorno stavamo prendendo un caffè seduti ad un tavolino sotto un albero e improvvisamente ha spalancato gli occhi guardando sopra la mia spalla, facendo cenno di non muovermi.
Io mi son spaventato, e che diamine! E gli ho detto "Oh! Che c'è?!!?" non mi ricordo se in inglese o in italiano, ma tanto si capiva lo stesso. Chissà quale insetto schifoso mi stava camminando addosso.
Jun ha aspettato un attimo e poi si è messo a ridere, dicendomi: "Ha ha ha! Japanese joke!" (Ti ho fatto uno scherzo giapponese!). Questo ha dato la stura ad una serie di scherzi atroci e idioti, degni di due minorati mentali durante l'anno del militare, scherzi a turno definiti "italian" e "japanese" joke.
Ma Jun è anche una delle persone più rispettose che io conosca. Nonostante faccia il pugile e guidi i camion per guadagnarsi da vivere (è in Thailandia per studiare la lingua e cercare di trovare un lavoro migliore) è di animo gentile, adora i bambini e gli regala in continuazione l'origami della cicogna. Sa fare solo quello della cicogna. Quando passiamo di fianco ad un gruppo di bambini in uniforme li indica e dice "Sukùru" (School). Ogni tanto si fuma una sigaretta, e gira perennemente con una bustina portacenere per non buttare la cenere o i mozziconi per terra. Quando fuma non cammina perché, dice, può essere pericoloso se urta un bambino con la sigaretta accesa. Non sopporta i prepotenti o quelli che urlano.
L'altra sera eravamo a sentire due ragazzi che suonavano in un locale, un locale alla buona con questi due chitarristi alla buona che senza pietà massacravano i classici della musica folk internazionale. Hanno ucciso un po' di U2, strapazzato Bruce Springsteen e tumefatto Simon and Garfunkel, ad un tavolo vicino al nostro quattro ragazze laotiane. Ad un altro tavolo due ragazzi, un indiano con la barbetta e un cinese alto, ubriachi sino alle ossa, che vociavano sopra il volume generale. Ad un certo punto, quasi inevitabilmente, il cinese comincia a rompere le scatole alle ragazze laotiane. Queste fanno finta di nulla. Quello insiste, ridacchiando. Quelle lo ignorano. Quello ne prende una per un braccio, alzando la voce. Jun e io seguiamo la scena in silenzio. Ad un certo punto Jun si gira verso di me e dice: "Visto? Dà fastidio alle ragazze."
Il cinese si gira e ci guarda. Incrocia lo sguardo di Jun e si mette a ridere cercando la complicità nel mio amico. Jun rimane assolutamente fermo, guardandolo negli occhi, senza muovere un muscolo.
Io sudo freddo. Brutti ricordi mi tornano in mente tutti assieme.
La risata del cinese si spegne, in pochi secondi. Tensione. Jun non si è mosso di un millimetro.
Il cinese abbassa gli occhi.
E anche stavolta è andata.

DAG

Il maître d'hotel

Il Laos, che in realtà si chiama Lao, senza la "s" in fondo, è uno dei paesi più isolati e forse meno visitati rispetto agli altri del sud est asiatico. La Repubblica Democratica del Popolo del Lao, questo il suo nome completo, ha una popolazione che non supera i sette milioni di abitanti e ha un regime socialista moderato, che ha aperto sì al capitalismo, ma con alcune riserve. In Lao non troverete McDonald's o Starbuck's. In Lao molte persone girano con la maglietta di Che Guevara, i pochi che possiedono un'automobile o un fuoristrada ci tengono ad avere sulle fiancate l'effigie del Che oppure di Lenin. Meglio se tutti e due. Alcuni Laotiani parlano spagnolo perché hanno vissuto qualche anno a Cuba, che ha un governo simpatizzante con il governo del Lao, e molti sono quelli che parlano francese. I cartelli e le indicazioni sono in laotiano e in francese, per via della colonizzazione.
Ma i veri protagonisti della vita in Lao non sono gli uomini, sono gli animali. Noto come la terra dal "milione di elefanti", non passa ora senza che il mio amico Jun (questo il nome del pugile giapponese con cui sto viaggiando) ed io non ci fermiamo di fronte ad un lucertolone, o a qualche ragno enorme.
Ieri sera dopo cena abbiamo fatto una passeggiata lungo la via principale del paese (eravamo nel villaggio di Thakhet, nel Lao centrale) e per mezzo metro non andavo a mettere un piede sopra uno scorpione di dodici centimetri che stava fermo a lato della strada. Considerando che giro con le ciabattine (fa un caldo inimmaginabile) camminargli sopra non sarebbe stata un'ottima idea.
Oggi qualcosa mi ha punto sul collo, mentre andavamo col tuc tuc alla stazione degli autobus. Tamponato subito con l'ammoniaca, il dolore è cessato poco dopo, ma i primi istanti era davvero acuto.
Questa sera, dopo una lunga passeggiata nel villaggio di Savannaketh, dove siamo arrivati a metà pomeriggio, entrando nel bagno della mia stanza ho notato, ancora prima di accendere la luce, che c'era qualcosa di strano nella tazza del cesso. Accesa la luce mi sono trovato due occhioni che mi guardavano imploranti: un rospo vi era finito dentro non so come e non riusciva ad uscire dal water. Scivolava, povero. Aiutato con una ciabatta, gli ho messo una bacinella d'acqua sotto il lavandino e ho deciso di adottarlo. Mangerà un po' di zanzare.
Tanto è caotica e frenetica la vita a Bangkok, tanto in Lao i ritmi sono lenti e cadenzati. Quasi tutte le cittadine (Vientiane, la capitale, è poco più che un paesotto) sono cresciute lungo il Mekong. La sponda ovest del fiume, di notte, è piena di luci multicolori. Quella è la Thailandia. Molti laotiani vorrebbero andarvi a vivere, ma si lamentano che passare il confine non è facile. Siamo in una sorta di Tijuana dell'Asia, anche se molto meno pericolosa.
Le condizioni igieniche sono precarie, c'è poco da fidarsi a mangiar carne in giro, anche perché qui non c'è la cultura dei banchini per le strade, i laotiani mangiano in casa, quindi il ricambio del cibo non è così frequente. Scegliamo i ristoranti (se ristoranti si possono chiamare) a naso, ci mancano elementi per valutare davvero cosa è buono e cosa no. Stessa cosa per le guesthouses. Arrivati a Thakhet, per esempio, non sapevamo letteralmente dove andare a dormire. La guida giapponese di Jun indicava tre posti. Due introvabili, uno in costruzione. Arriviamo in un terreno circondato da siepi, con una baracca all'ingresso. Il cartello dice "GUESSHOUSE". Infatti, mi dico. Indovina dov'è l'albergo...
Le stanze non sono poi così malvage, il costo è esorbitante: dieci dollari! Ma non abbiamo scelta. L'Andrea rompipalle comincia a farsi sentire: non è giusto che non ci sia scelta e che non ci facciano nemmeno un barlume di sconto: devo trovare un inghippo. Dieci dollari sono troppi, il mio budget per il Lao è di venti dollari al giorno, imprevisti inclusi!
Nel farmi la doccia scopro che non c'è acqua calda, come promesso dal ragazzo che ci ha registrato. Ecco l'inghippo! Vado e faccio presente la cosa, il ragazzo mi dice che sta arrivando il manager d'hotel. Abbastanza incredulo, sono contento che si stia per palesare una figura professionalmente accreditata con cui relazionarmi. Già pregusto il duello verbale con il maître per ottenere lo sconto.
Il ragazzo mi dice che il maître d'hotel è arrivato. In effetti un motorino tutto scassato si è appena spento davanti all'entrata della baracca. Fa il suo ingresso un tizio dalla camicia lurida, che inciampa, perde una ciabatta e mentre se la rinfila mi guarda in faccia e mi fa un rutto.
Ok, ha già vinto lui, niente duello verbale, immagino. Tutto ha un limite.

DAG

domenica 6 aprile 2008

Inaugurazione e mostra, per voi!!!

Come anche i più insensibili avranno capito, sono molto felice di essere in viaggio e di veder sfilare sotto i miei occhi un intero mondo che non conosco e che mi incuriosisce perché per me è strano e nuovo.
Molte cose nuove, però stanno succedendo anche a Milano, e fra queste ce n'è una che proprio non mi sarei voluto perdere.
E' un evento che avrà inizio il 15 di Aprile, e il mio desiderio sarebbe quello di potervi assistere.
Ma io son qui e non si può avere tutto.
Voi no, voi che state leggendo siete a Milano (la maggior parte, credo) e quindi potete andare a vedere le fotografie di Alessia Montanari, la mia amica e socia, che saranno esposte al Dynamo, glorioso locale di piazza Greco a Milano.
Andate, vi consiglio, la sera dell'inaugurazione, martedì 15 aprile, verso le 21,30. Troverete sicuramente anche Alessia, fate qualche foto dell'evento (giusto così, per affetto) e mandatemele via mail, cosicché possa rendermi conto di quel che mi sto perdendo ma anche sorridere di fronte ad un monitor e vedere un po' di vostre facce. Fatele un abbraccio da parte mia.
Che Alessia sia brava e che le sue immagini siano belle si vede subito; quel che posso dire, lavorando fianco a fianco con lei, è che oltre alla serietà ed al rigore nel metodo di lavoro, come tutti quelli che amano il proprio mestiere, Alessia mette un po' di sé, che lei lo voglia o no, in ogni immagine che produce.
Ed è quello che fa la differenza.

Martedì 15 aprile, Dynamo, piazza Greco 5, Milano, ore 21,30.
Mostra fotografica di Alessia Montanari
www.alessiamontanari.it

DAG

e la locomotiva pareva un mostro strano

Ecco, sono arrivato in Laos! Ieri sera, dopo l'ultimo giro per Bangkok ad assaporare facce, profumi e luoghi mi sono fatto portare alla stazione e sono salito sul night train che mi avrebbe portato al confine. Il treno va a motore, e resta acceso dentro la stazione, per cui tutti i gas di scarico intossicano i passeggeri finché non si esce dalle volte della stazione (un vecchio edificio in stile coloniale) e si prende velocità. L'interno del treno è ristretto ed ingombro di strutture di alluminio, strutture che dovranno sostenere le cuccette. Tutto quello che non è alluminio è dipinto di un bel color verdino. Sembra di stare in un sommergibile, per la mancanza di spazio ed il caldo mostruoso che vi si è accumulato. In questi giorni a Bangkok il caldo non ha fatto che aumentare, arrivando ai 42 gradi e fermandovisi, è il periodo in cui sta per iniziare la stagione delle piogge e perfino i Thailandesi, popolo dalla pelle di ceramica, sudano, anche se con dignità.
Quando partiamo il treno rimane aperto. Presa una certa velocità, idem. Le porte e le finestre del treno non si chiudono mai. Polvere e insetti creano un turbinìo incessante nel vagone, tutto sventola e sbatacchia.
Arriva l'omino che fa i letti. Con una velocità sorprendente abbassa i ripiani, mette le lenzuola, le federe, assicura le cinghie per non volare di sotto a chi dorme al piano di sopra, e mette le tendine per la privacy. Le tendine svolazzano e addio privacy. Mentre ti fa il letto devi andare a sederti da qualcun altro, perché sei senza posto, ed è tutto un inchino e un sorriso e un socializzare con gli altri passeggeri. Immaginatevela in Italia una scena del genere. Immaginate che musi lunghi.
Sdraiato nella mia cuccetta non posso che boccheggiare, il caldo è davvero troppo. Sono tutto sudato, nonostante il turbine d'aria che agita il treno. Il ventilatore attaccato al soffitto, mosso probabilmente da un Isotta Fraschini in grado di far decollare un bombardiere, crea un potente ma inutile flusso d'aria verso il pavimento, aggiungendo turbolenza a tutto il sistema. E rumore al rumore. Cerco di distrarmi con la musica, ma le cuffiette dell'iPod nulla possono contro l'uragano lanciato nella pianura in cui ci troviamo a viaggiare. Incrocio lo sguardo del mio vicino, un ragazzo giapponese che si dispera anche lui per il caldo. Ci mettiamo a ridere come due stupidi per la situazione assurda, e decidiamo di andare nel vagone bar, per mettere un freno alla cosa. Scopro che parla due parole di inglese, è in Thailandia per studiare Thailandese e fa il pugile. E', manco a dirlo, appassionato di fotografia e fotografa tutto ciò che vede. Se sul ring ha la stessa grazia di quando compone le inquadrature allora poveri avversari, non vorrei essere al posto loro. Non è grosso, ma è definito da far paura. Beato lui...
Comunque è amichevole e sorridente, ci beviamo una coca cola. Il vagone bar ha la stessa atmosfera di un ciringuito su una spiaggia tropicale: due casse enormi, degne di un concerto dei Pink Floyd, diffondono musica locale a tutta potenza, le due cameriere in camicetta blu si aggirano tra i tavolini e per richiamare la tua attenzione ti danno uno schiaffo su un braccio, poi si mettono a ridere quando le guardi. Se ordini qualcosa di diverso da una birra ci rimangono male e ti dicono: "No bìa? No?" (No beer?) e ti guardano come se gli stessi facendo un torto. Ci tengono che ti ubriachi sul loro treno, evidentemente, ne fanno un punto d'orgoglio. Penso al Greyhound in America, dove se hanno appena il sospetto che tu abbia bevuto non ti fanno neanche salire.
Jun, questo il nome del pugile giapponese, estrae dalla sua borsetta un pacchetto di fogli colorati e mi guarda mentre lo osservo incuriosito. "Origami", mi dice, e si mette a piegare e ripiegare il foglietto. Ne viene fuori, a smentire la rozzezza delle sue inquadrature, una cicogna perfetta, che mi regala con faccia seria. Prendo la cicogna con tutte le cautele, per evitare che voli fuori dal finestrino, e la guardo tutto contento. Lui mi sorride e dice :"Furèn!" (friends) e io gli ripeto "Furèn, furèn", stringendogli la mano.
Ecco, ho trovato un nuovo amico.

DAG

Il treno nel cielo.

Torno a Bangkok come si potrebbe tornare a casa, me ne rendo conto. Riesco, dopo la prima notte in cui sono completamente scombussolato dalle dodici ore di differenza con gli Stati Uniti, a trovare una stanza nella mia guest house preferita, dove il proprietario si mostra contento che io sia tornato ma mi rimprovera perché non gli ho mandato una mail per avvisarlo. Adesso c'è solo la stanza col ventilatore, quelle con l'aria condizionata sono tutte occupate. Meglio, mi dico, tanto io non uso neanche il ventilatore! A trentacinque gradi riesco a dormire come un angioletto.
Rispondono al mio saluto gli omini del fritto di fianco a casa, le donnine della zuppa, la proprietaria dell'agenzia viaggi. Mi chiedono come sto, dicono che sono contenti di rivedermi.
I compiti principali di questo terzo ed ultimo soggiorno thailandese sono quello di ottenere il visto per la Cina e, poiché ho avuto conferma che il lavoro in Bangladesh dovrà essere rimandato e fatto, ahimé, in Italia, organizzare il viaggio in Laos, mia prossima meta. Altro obiettivo è ristabilire orari e stomaco, che dopo l'America sono sottosopra. A tal proposito mi metto a seguire una dieta morigerata, cerco di dormire quando riesco, se mi sveglio nel cuore della notte non me la prendo e mi metto a leggere. Bangkok è, un po' come New York, la città che non dorme mai, volendo potrei andare in giro a qualsiasi ora, ma preferisco il giorno.
Di giorno posso fotografare la gente sullo skytrain, la metropolitana che corre sopra la città, una specie di treno sospeso che in pochi minuti collega i punti nevralgici della città. La vista dello skytrain e delle poderose strutture in cemento armato che lo sostengono mi affascina, questo serpente che si snoda a quindici, venti metri sopra le teste delle persone, sopra il traffico delle automobili, dei tuc tuc e dei motorini mi ricorda il Naga, il serpente dalle sette teste che protegge il Buddha durante la meditazione. I Thai vanno orgogliosi dello skytrain, e la vita su questi livelli sopraelevati, che in alcuni punti si sdoppiano, si dividono e poi, dopo essersi insinuati fra i grattacieli, si riuniscono, è un brulichìo incessante di persone in entrambi i sensi di marcia, tutti sembrano piccini, veloci.
Dal livello strada saliamo con le scale o con le scale mobili oppure con l'ascensore al primo livello dello skytrain, quello pedonale. Qui possiamo incrociare anche i numerosi passaggi sopraelevati che consentono di attraversare gli incroci e le strade più grosse, cosa non facile, ma soprattutto pericolosa, a Bangkok. Questi percorsi sospesi, sempre coperti per proteggerci dalle piogge monsoniche quando queste arrivano, portano anche direttamente all'interno dei centri commerciali, di cui la città è letteralmente disseminata. Arriviamo ad una parete piena di pulsanti. Ognuno fa il conto di quanto costa il proprio biglietto, paga e in pochi secondi ottiene una tesserina in plastica magnetizzata. Si entra nell'area a pagamento. Poliziotti controllano che il flusso sia costante e aiutano chi ha difficoltà. Saliamo ancora di un livello, andiamo ai binari. Qui possiamo attendere il nostro treno guardando la televisione oppure godendo della vista della città dall'alto, che è quasi sempre quello che faccio io, curiosando fra i ristoranti e i bar oppure godendo della vista dei grattacieli. Alcuni grattacieli, già altissimi di per sé, hanno gru montate sul tetto, verranno innalzati ancora di più.
Arriva il treno e notiamo che le persone si dispongono lungo le linee con le frecce segnate sul pavimento. In mezzo c'è uno spazio vuoto. Quando il treno arriva si ferma esattamente in corrispondenza delle frecce e i passeggeri scendono e percorrono lo spazio vuoto centrale, poi noi saliamo nel vagone. Nessuno supera gli altri, o fa il furbo, o sgomita o si pianta in mezzo. L'aria condizionata dello skytrain è una ghigliottina che secca la gola e ci irrigidisce all'istante. Ecco, forse questo è l'aspetto ancora da calibrare...
Arrivati a destinazione (le fermate vengono annunciate in Thai e in Inglese) non ci resta che riinfilare la tesserina nel cancelletto e andarcene. La tessera, se tutto è andato bene, rimane intrappolata nella macchinetta e verrà riutilizzata e rimagnetizzata un numero indefinito di volte. Il tutto sempre sotto lo sguardo dei poliziotti, che a me è sembrato protettivo e tutelare.
Abbandoniamo il serpente di cemento per tornare sulla terra, in mezzo alle bancarelle, ai vapori di peperoncino, ai tuc tuc, al terreno sconnesso che ci fa tenere d'occhio il nostro tragitto, ai mercanti di strada. Alla Bangkok che non è ancora salita sullo skytrain.

DAG

mercoledì 2 aprile 2008

Good morning ladies & gentlemen...

Il rientro dagli Stati Uniti è stato abbastanza traumatico. Il viaggio, tutto sommato, era anche partito bene: sveglia ad un orario naturale, colazione tipica (eggs and bacon, spremuta d'arancia, black coffee e toast col burro) e trasferimento all'aeroporto col pulmino. Rapid City è così piccola che non ha un regolare servizio taxi, con due passi in più ti ritrovi fuori dal centro abitato, e l'hotel Alex Johnson, di ben otto piani, è di gran lunga l'edificio più alto di tutta la cittadina.
All'aeroporto si arriva un quarto d'ora prima, per ogni tipo di volo, visto che il terminal è grande quanto la sala d'attesa del veterinario. Pure i controlli all'aeroporto si svolgono in un clima di rilassata compagnoneria: l'ufficiale addetto al controllo bagagli prima mi chiede le chiavi per aprire il lucchetto della mia valigia, poi quando vede che gliele dò subito (l'altra volta mi avevano troncato il lucchetto senza troppi complimenti) mi dice: "No, ok, va bene, ci ho ripensato, sembra a posto, come valigia". E ti credo che sembra a posto, è una valigia! Ma preferisco lasciar perdere.
Il volo si svolge tranquillo, se si esclude che il mio vicino è un ciccione oversize da servizio di Studio Aperto sull'obesità. E' così grasso che il suo fianco, non so come, ingloba il bracciolo fra i due sedili e straripa nel mio posto, schiacciandomi il gomito. L'omaccione, dalla faccia buona e la barba lunga, mi guarda e mi dice, tutto contento: "He he... big man".
Non posso che essere d'accordo, gli sorrido di rimando, mi è simpatico.
I problemi sono cominciati a Minneapolis, quando ci hanno imbarcato sull'aereo per Tokyo. L'aereo, un Boeing 747 - 400, enorme, si stacca dal finger, fa cinquanta metri e si spegne tutto. Si accendono le luci di emergenza. Ci guardiamo in faccia stupiti, ma nessuno dice nulla. Dopo dieci minuti, stessa storia. L'aereo ritorna al finger. "Good morning ladies & gentlemen, sono il vostro capitano..." Problema all'impianto elettrico, dice che in mezz'ora sarà tutto risolto. Aspettiamo un'ora. Riprova. Tutto come prima, succede di nuovo. "Good morning ladies & gentlemen..." Qualcuno sbuffa, altri si lamentano. Molti passeggeri sono, ovviamente, giapponesi. Nessun giapponese dice alcunché, si limitano ad ascoltare con gli occhi un po' più aperti del solito.
Dopo tre ore: "Good morning ladies & gentlemen, continuiamo ad avere lo stesso problema..." Un coro di "Shit! Fuck! Incredible! Never again!" eccetera si alza dai sedili, dove ormai regna il bordello. Il male comune aiuta evidentemente a socializzare, perché nessuno più è seduto, tutti chiacchierano fra di loro, si agitano, si scambiano i posti, tutti tranne i giapponesi che, dopo aver ascoltato lo stesso messaggio con gli occhietti sempre più aperti dicono (ma solo quelli dall'animo più ribelle): "Oooohhhh...." e non fanno niente.
Passa un'altra ora. "Good afternoon, ladies & gentlemen..." Questa volta ci sbarcano dall'aereo, ci danno un buono sconto di 250 dollari in aggiunta ad un altro di 25 da utilizzare sulle linee della stessa compagnia, ci assicurano vitto e alloggio fino al giorno dopo. Lasciamo l'aereo un macello, sembra che gli Unni vi abbiano fatto un rave party con droghe scadute. Evidentemente in quelle quattro ore ognuno di noi ha dato il meglio di sé per produrre più pattume possibile e cercare di smontare il sedile di quello davanti. Hanno anche pensato di tenerci buoni col cibo, dandoci da mangiare più o meno ogni ora. Idea geniale e deleteria allo stesso tempo: come tieni buoni trecento americani nervosi? Pappa. Cibo. Cosa ti lasciano in giro trecento americani sazi ma comunque non contenti dopo quattro ore di snack, patatine, caffè, caramelle, biscottini, vassoietti, panini, baggianate? Una merda d'aereo. Da buttare.
La coda per ritirare il voucher per l'albergo è lunga come la Stramilano negli anni d'oro, non ho la minima intenzione di farmela tutta. Vado semplicemente al desk vicino, della stessa compagnia, e in pochi minuti ottengo un voucher per una stanza in un albergo davvero di lusso, il Ramada, con piscina e internet inclusi.
Il giorno dopo ho scoperto che alcuni sono riusciti a ritirare il voucher a mezzanotte e mezza. Io alle sette ero in stanza, a cantare sotto la doccia.
Cena tristissima, da solo in un ristorante enorme, dove mi ammazzo trangugiando, a spese della compagnia aerea, un intero fianco di maiale ricoperto di salsa barbecue, una batteria di costine (almeno quattordici) cotte alla perfezione, ma davvero troppe per il mio stomaco. In stanza crollo addormentato dopo sette minuti.
Alle tre e un quarto del mattino mi ritrovo a passeggiare per la stanza tutto sudato, cercando di digerire e dandomi del pirla senza limiti.
Tanto l'Asia mi invita alla moderazione, tanto gli Stati Uniti mi spingono all'eccesso, mi vien da pensare. Meglio tornare nella mia Bangkok, vàh, che almeno mi dò una calmata...

DAG

Lusso sfrenato, digiuno e dubbi.

Durante il mio soggiorno presso le Black Hills, a Rapid City, mi ritrovo ad avere a disposizione una stanza da sogno rispetto a quelle in cui mi capita di dormire da un po' di mesi a questa parte, una suite di due locali. Ho due televisori, due telefoni, due condizionatori e due ingressi, internet Wi-fi incluso e un letto "king size" per me che di notte mi muovo pochissimo.
Ma va bene, bisogna ogni tanto sperimentare il lusso per sentire la mancanza delle cose rustiche. Mi manca un po' la compagnia dei gechi nella stanza. Diciamo che passare tanto tempo da solo, come capita a me, ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi, ogni tanto. Che affezionarsi ai gechi sia un sintomo di solitudine? Oggi, fra l'altro, è Pasqua, me ne sono accorto poco fa!
Bene, usciamo per andare a farci la cena di Pasqua, allora, visto che ho anche fame.
Rapid City è deserta. Tanta gente in giro ieri, tanto oggi la cittadina sembra bombardata, non c'è in giro anima viva. Qui nella zona centrale, poi, hanno arredato gli incroci mettendovi statue in bronzo di persone a dimensione naturale: alcuni seduti, altri in piedi, uno col giornale, un indiano lakota. A parte gli spaventi che mi prendo ogni tanto quando agli incroci mi giro e mi trovo uno che mi guarda sorridente salutandomi oppure un altro che porta a spasso il suo cane di bronzo, queste presenze mute e congelate accentuano, stasera, la mancanza di esseri umani vivi.
Sto camminando da un po', alla ricerca di un ristorante prima, poi anche di un fast food, alla fine di un posto qualsiasi pur di mangiare qualcosa. E' tutto chiuso. Alla fine trovo un postaccio lurido e infame pieno di ubriachi che parlano a voce altissima per sovrastare il volume del juke box. Vi sto scrivendo da qui. Non hanno nulla da mangiare, ma se anche l'avessero non mangerei nulla. Altro che banchini per strada in Asia!
Noto una cosa: gli avventori qui dentro sono probabilmente ubriachi come in Asia, ma c'è un clima completamente diverso, un clima più spavaldo e violento. Risate sguaiate, uno stronzo che grida tutto quello che gli passa per la mente pur di farsi notare, per fortuna nessuno è venuto a rompermi le palle. Io sono alla mia seconda birra, a stomaco vuoto. Ho fame, e quando ho fame divento un po' intollerante, me ne rendo conto.
Certo non mi cerco rogne, penso che con tutte le bistecche che mi sono mangiato in questi giorni saltare una cena non mi farà certo male. Rimpiango un po' l'Asia, così umana, così confusionaria e tranquilla allo stesso tempo, tornarvi sarà come entrare in casa propria dopo una giornata di lavoro, senso di stomaco e cuore che si aprono.
Oltretutto qui, nella "civile America", fumano tutti! Ma non era stravietato fumare, nella patria delle class actions? Siamo stati seri noi, in Italia, che abbiam detto: "Non si fuma più? Va bene, basta." E non si fuma più.
Qui no, arrivo a casa la sera con i vestiti che puzzano di fumo, e mi dà fastidio. In Asia al massimo sanno di curry, o di incenso!
Strana sera di Pasqua, questa. Due birre per cena. Uscito dal locale mi fermo a guardare tre Harley Davidson parcheggiate in strada. Bellissime. Andando via mi chiedo quali, tra gli avventori, potessero essere i proprietari. Rientro con la sensazione di non aver capito nulla del mondo che mi sta intorno, per lo meno non sempre.

DAG

Notturno alle Badlands

Una delle tappe fotografiche del lavoro in South Dakota consisteva nel fotografare le Badlands. Le Badlands sono, per chi non vi fosse mai capitato o non avesse ancora avuto notizia di quest'area, il territorio più desolato all'interno di uno stato famoso per avere un territorio desolato. Fate conto di guidare per quaranta miglia, circa settanta chilometri, e non incontrare mai un albero. Il terreno è un continuo susseguirsi di rocce, gole, canyon, ovunque si possono vedere gli strati del suolo che si sono sovrapposti col tempo. Le rocce delle Badlands hanno un colore che varia dal sabbia al beige, con parti rosse, quelle non ancora erose dal vento e dalle piogge, e parti calcaree, le più antiche. Le Badlands sono solo apparentemente senza vita, ogni giorno le percorrono daini, piccoli roditori e qualche cervo dalle corna maestose, come mi è capitato di vedere.
In gennaio la giornata dedicata alle badlands era stata piena di sole, ombre lunghe e cielo di smalto blu, un vento gelido che faceva correre in macchina appena dopo aver scattato qualche fotografia, le dita irrigidite dal freddo.
Questa volta, mi son detto, voglio andarci di notte. Il 20 marzo c'era la luna piena. Austin ed io abbiamo aspettato che il momento fosse quello giusto (cioè dopo che gli ho rifilato tre sonore batoste a bigliardo) e siamo usciti dall'unico "saloon" del paesello al limite del parco naturale delle Badlands.
Avevo individuato due punti particolarmente adatti, secondo me, per le inquadrature che volevo, quando siamo scesi dall'auto è stato come sbarcare su un altro pianeta. Immaginate questo terreno, assolutamente arido e scavato dal vento ed una luna piena che, uscendo da dietro una nuvola, lo rischiara completamente. La luce della luna è fredda, ma è pacifica. E' serena. Silenziosi, ci allontaniamo dalla macchina, portando l'attrezzatura necessaria per le riprese, e troviamo il posto. Un ululato non troppo lontano mi fa girare verso Austin, con la faccia interrogativa. "Coyote" mi dice. Già, siamo nelle badlands, i coyote ululano alla luna, è giusto.
La vista si abitua subito alla luce che peraltro non è debole, siamo in un punto senza vento, non fa freddo. In questa conca scavata da vento e piogge il terreno è metà sabbioso e metà roccioso, la luna è di fronte a noi, tonda e silenziosa. Austin ha portato un teschio di bisonte, oggetto rituale lakota, per ambientare le foto. E' la prima volta che mi capita di ambientare foto di paesaggio, noto.
Ora, una cosa è vedere quanto basta per fare una passeggiata, un'altra è fotografare un paesaggio illuminato solo dalla luce riflessa della luna in modo che risulti il più naturale possibile. Treppiede, pannello riflettente, abbiamo provato in tutti i modi a realizzare alcune immagini che faticavano a venir fuori. Oltretutto il treppiede, dovendomelo portare in giro per otto mesi, era necessariamente piccolo, e faticava a tenere stabile la macchina con l'obiettivo nelle pose più lunghe. Ogni minimo alito di vento rendeva vana la foto, perché il fragile sistema si metteva a vibrare. Dopo un po' di tentativi siamo riusciti a trovare la soluzione: Austin tiene sempre in macchina una Mag-lite, la torcia tanto diffusa negli USA come illuminazione d'emergenza. La Mag-lite ha una luce azzurrognola, più o meno come quella della luna. Abbiamo utilizzato tutto il sistema architettato in precedenza di treppiede e pannello e anche la torcia elettrica, "dipingendo" letteralmente con la luce le parti che dovevano risaltare di più, come il teschio di bufalo e alcune sporgenze rocciose. Il risultato è stato più che soddisfacente, e anche curioso come esperimento visto che i primi fotografi usavano questa tecnica per illuminare i loro soggetti, e letteralmente "foto - grafia" significa "dipingere con la luce". Belle foto, davvero.
Se le osservate per un po', quando ne avrete l'occasione, sentirete anche l'ululato del coyote poco lontano...

giovedì 27 marzo 2008

I piaceri della carne

Ho scoperto, viaggiando, che una delle cose più interessanti è il cibo. Avevo letto, qualche anno fa, due libri, scritti dallo stesso autore, Antony Bourdain (un cuoco franco-americano) che parlavano della sua scoperta del cibo, e ne ero rimasto affascinato. Nel primo libro L'autore raccontava di come lui fosse rimasto stregato dal cibo e di come avesse capito che voleva fare il cuoco, nel secondo andava in giro per il mondo alla ricerca del cibo perfetto. Non vi dico come va a finire, ma posso anticiparvi che una buona porzione del secondo libro è dedicata al cibo del sud est asiatico. Ma siamo ancora in America, non corriamo.
L'altro pomeriggio sono rimasto a Rapid City da solo, l'amico Austin è dovuto partire per tornare dalle due figlie. Dopo essermi scatenato in internet a controllare email, rispondere a messaggi, verificare i costi dei biglietti aerei futuri, fare due chiacchiere in skype con la mia agente cinese, sono uscito a mangiare qualcosa; ho deciso di andare alla Firehouse, la casa dei pompieri, dove fanno meravigliose bistecche di bisonte e di angus. Se una delle mia decisioni in Asia era stata quella di non mangiare carne e di non bere birra o alcolici, è anche vero che avevo deciso che mi sarei sfogato con le bistecche americane.
In più, alla Firehouse ero già stato una volta con Austin ed era il posto in cui avevo mangiato la miglior bistecca che il mio palato ricordi. Mi accoglie lo stesso ragazzo che ci aveva servito l'altra volta, uno dalla parlata così stretta che al posto delle parole gli esce un ringhio indistinto. Mi accorgo che mentre parla lo guardo strizzando gli occhi e tendendo al massimo le orecchie, per cercare di cogliere almeno il senso di quello che dice. Se ride dopo aver parlato rido anche io, facendo di sì con la testa e dandomi mentalmente dello sfigato.
Bene, mi accoglie lui questa volta, e sono da solo, non c'è l'amico Austin a farmi da interprete. Sono in trappola. Ma mi sorprende lui: intanto appena mi siedo arriva e mi dice : "Hey, ciao Andrea, come stai?"
Ora ditemi voi quanti camerieri si sono ricordati del vostro nome alla seconda volta che entravate in un ristorante.
Abbozziamo due chiacchiere, poi gli accenno al fatto che vorrei una bistecca, che probabilmente sarà l'ultima prima di tornare in Asia, dove non mangio carne, e lui mi dice: "Ah, sì, vuoi quella bistecca lì e la vuoi cotta media e con le patate fritte intorno, non lesse coll'aglio e invece del ketchup ci vuoi la maionese, no?"
Sbalordito faccio sì con la testa.
Era esattamente quello che gli avevo chiesto tre giorni prima.
Questo si chiama avere la testa in quel che si fa! C'è gente in gamba, anche nel fare l'umile mestiere di cameriere. Io che non ricordo il nome di chi mi si è presentato due minuti prima!
Per farmi meglio apprezzare la cena mi indica una finestra da cui si possono vedere le cucine, e vedo come viene cotta la carne.
Su una piastra di acciaio rovente, tenuta costantemente unta con olio, viene sbattuta con violenza una T-bone, una bistecca con l'osso (la nostra fiorentina) e subito viene premuta dalla spatola d'acciaio del cuoco. Lo sfrigolìo della carne che si arrostisce sull'acciaio e libera i suoi primi vapori si fa sentire anche al di là della finestrella coi doppi vetri. Passano pochi secondi, il cuoco, sempre e solo con la spatola, preme la bistecca contro la piastra, producendo altri vapori e scoppiettìi, poi la smuove, girandola in piccoli cerchi per creare lo strato cotto della carne. La superficie della bistecca diventa scura, quasi si screpola, ma non viene mai bucata per mantenere all'interno tutte le qualità ed il gusto, tutti gli elementi che la rendono morbida. Il cuoco gira la bistecca. Stesso festival di profumi, di suoni e di colori che fanno ululare il mio stomaco di piacere anticipato. Altro che sesso, ragazzi, il cibo è molto più potente!
A lato saltellano sulla piastra erba cipollina tagliata a rotelline, condimenti, contorni, mentre faccio in tempo a vedere il riflesso lucido della crosta della mia bistecca fumante che viene tolta dalla piastra e messa nel piatto di ghisa, caldo, con le patate intorno ed un vassoio di legno a tenere il tutto ben caldo per un po'.
Una birra locale a temperatura perfetta ed un coltello speciale attendono la bistecca al mio tavolo.
La lama del coltello urta la parte esterna della carne, resa croccante e profumata dalla rapida cottura, poi rivela il paradiso rosato al suo interno, mentre felice mi dico: "E' solo il primo boccone!"
Questo post è dedicato in particolare a Gualtiero.
DAG

Black Hills

Ritornare nelle Black Hills, nei luoghi cari agli indiani nativi di queste parti, ritrovare i luoghi e le facce che avevo conosciuto all'inizio del mio viaggio è stato bello, più bello di quanto mi aspettassi. Ritrovare l'amico lakota Austin, capelli più lunghi e stessa ironia, mi ha scaldato il cuore e fatto sentire parte di un sistema che sta funzionando. Quando si viaggia per un po' di tempo da soli ad un certo punto viene la paura di sconnettersi dal mondo. Certo, io questo scollamento lo scongiuro mandando mail e scrivendo sul blog (sì, zio, scriverò di più, mi impegno, per lo meno) ma comunque sentirsi richiesti da qualche parte per lavorare è diverso.
E questa volta è speciale, in South Dakota. Questa volta non saremo in due, ma in tre, perché è arrivata, dall'Italia, una figura chiave per tutto questo lavoro che sta venendo fuori, figura che per motivi di riservatezza chiameremo "il Motivatore".
La presenza del Motivatore a me, personalmente, ha dato una dose di energia in più, aiutandomi a mettere a fuoco il fulcro del lavoro che viene fatto qui.
Lo so, dico poco niente, ma non è per fare il misterioso, ma perché tutto il meccanismo che è stato avviato dal Motivatore è un sistema che si svelerà, ad un certo punto, con una forza tutta sua e che coinvolgerà molti luoghi, molte persone e che segnerà un positivo cambiamento in molte persone.
Ma non va svelato prima.
La stessa filosofia lakota è quella di non parlare molto, di spiegare simboli e tradizioni fino al punto necessario, i Lakota preferiscono fingersi ignoranti o sordi o pigri piuttosto che dare spiegazioni se non ritengono opportuno darle, magari perché la persona che chiede di essere informata non è pronta per sapere.
C'è una sorta di procedura iniziatica, che viene valutata passo dopo passo e che fa accedere al livello di conoscenza superiore e di partecipazione in maniera graduale. Ci sono rituali che nessuno ha mai visto. Che nessuno potrebbe e potrà mai fotografare. Ci sono altre cose a cui si può accedere solo dopo un po' di tempo, come il rituale della purificazione nella tenda sacra. Ma quello è stato l'altra volta.
La prossima volta che sarò qui potrebbe essere un ulteriore avvicinamento alla cultura e alle tradizioni lakota, ma non ci sono certezze in merito.
Il Motivatore è rimasto con noi purtroppo solo per l'evento più importante, l'ascesa alla montagna sacra, poi com'è arrivato è ripartito, nel giro di poche ore, e Austin ed io siamo rimasti a fotografare le cose mancanti, a fare i fegatelli, come vengono chiamati nel mondo del cinema le riprese di raccordo tra una scena e l'altra, felici che il tempo fosse bello, questa volta, e non funestato da bufere di neve e temperature polari come in gennaio.
Bisonti, ancora, ma più da vicino e in una località diversa. Siamo stati direttamente a casa del ranger che gestisce direttamente una riserva. L'unico ranger lakota, vittima, in questi posti, di discriminazioni e scherzi di stampo razzista. Austin e lui si sono scambiati qualche frase, poi lui ci ha detto di seguirlo. "Se devi fare le foto ai bisonti come tutti gli altri, non vale nemmeno la pena che tu le faccia. Vuoi vederli davvero?" Mi ha chiesto. "Yes!"
E con il fuoristrada della contea siamo entrati direttamente nel territorio dei bisonti, avvicinandoci quanto più possibile, spegnendo il motore e stando lì, finestrini aperti, rumore del vento e sbuffi degli animali.
"Puoi scendere, se vuoi..."
Ok, scendo lentamente dal predello del fuoristrada, mi accuccio per inquadrare, tenendo d'occhio il gruppo di bestioni che intanto avevano lentamente circondato la macchina. Ho di fronte un bull, un toro di dodici anni. La sua barba è talmente lunga che rasenta l'erba, il suo testone, armato di corna larghe quanto un mio polpaccio, sembra pesare un terzo dell'animale stesso. Vedo distintamente le mosche che si posano sul suo naso, sento ogni suo sbuffo. Tra me e l'animale c'è solo un po' di vento. Ci guardiamo.
Si, lo so che vi aspettate qualcosa di improvviso, adesso. Con conseguente gesto eroico da parte mia.
No.
Il bisonte, forse stufo di tute le mosche che lo stavano angustiando, forse stanco di stare in piedi (ma dubito) si è semplicemente lasciato andare su un fianco, buttandosi per terra con un tonfo e sollevando una nuvola di polvere, cominciando a scalciare per aria per grattarsi la schiena e rimanendo con le zampe all'insù, ricordandomi la minni, la mia gatta, quando vuole farsi grattare la pancia. Non proprio la stessa cosa, ma tenero, dai.
DAG

martedì 25 marzo 2008

Ho fatto un giro...

Tutto Asia, Asia, caldo, zuppe, tè verde, tuc tuc, motorini, elefantini, pagode e mercatini e poi patapamfete!
Bus che parte dalla scalcagnata Phnom Penh, arriva al confine con la Thailandia, arriva a Bangkok, zuppa veloce tanto per non farmi mancare nulla, tappa a Tokyo, un altro decollo e mi ritrovo in America.
Ho completato il giro! Il mio primo giro del mondo.
Il mio viaggio era iniziato a gennaio, una delle tappe fondamentali è stata Rapid City, nel vasto South Dakota, e proprio a Rapid City mi trovo ora, ma ci sono arrivato dalla parte del Pacifico.
Devo dire che fa una certa impressione. Intanto uno si dice:"Bhè? Già fatto? Siamo davvero su una pallina, altro che un pianeta!" E poi, personalmente, l'altra cosa che mi è venuto spontaneo dire è stata: "Cazzo nevica!"
Eh sì, perché a Minneapolis, primo scalo in territorio statunitense, il comandante ha annunciato con candore che una spruzzatina di neve aveva imbiancato l'aeroporto nella mattinata.
Ho guardato i miei piedi, felici ed ignari nelle infradito. E' un mese che non metto un paio di scarpe.
All'immigration il poliziotto mi fa un sacco di domande. "Motivo del viaggio?" - "Turismo" - "Da dove arrivi?" - "Thailandia" - "E prima? - "Cambogia" - "E prima?" - "Sto viaggiando molto" - gli dico per tagliare corto. Non è felice. "Ma come mai vieni proprio qui da laggiù?" - "Turismoooo! Dài che ciò freddo!" - "Sicuro che non è per lavoro?" - "Ma no!" Mento con la faccia di quello che non capisce perché si accaniscano con lui.
"E cosa c'è da vedere in South Dakota di così importante da venire dall'Asia apposta?"
E qui è cascato l'asino. Il poliziotto in questione era un putto biondo coi capelli rasati dietro, da marine, un po' cicciotto, americano dalla testa ai piedi, allevato a stelle e strisce sin da bambino, senza dubbi aggiunti.
"Mount Rushmore!" gli dico con un sorriso ampio e partecipe.
"Yeah, man!" Mi sorride convinto, improvvisamente mio amico. Il monumento al patriottismo americano per eccellenza, i faccioni dei presidenti scolpiti nel fianco della montagna (vedi post più indietro, non mi ricordo quale, dài).
Passo con la sua benedizione e il suo augurio di divertirmi.

domenica 23 marzo 2008

Regole molto precise

Phnom Penh ha significato anche un nuovo incontro con Warren, di cui avevo scritto qualche tempo fa, Warren che vive in Cambogia da sette anni, che vive da expat, come vengono chiamati qui "gli americani che espatriano", che ha affittato una casa e che impiega tutta la sua giornata a scrivere, leggere, curare la rendita che gli dà da vivere. E' meticoloso, Warren, lo è fino al centesimo. Warren ha una fidanzata, una fidanzata khmer che vive con lui da sette anni, Srey Pel, trentun anni, trentotto chili. Quando Warren è in viaggio, se lei non è con lui, lei non ha il diritto di stare in casa, e torna dalla famiglia, che vive nello slum, la baraccopoli intorno alla città. Questo perché non è salutare che lei abbia a disposizione una casa per sé.
Regole molto precise scandiscono la loro vita coniugale, Warren si occupa anche di farle rispettare. Srey Pel ha diritto ad avere due coca cole al giorno. Va matta per la coca cola, e la cassa che Warren compra mensilmente è lì, in cucina. Lei ha accesso alle coca cole, ma se ne beve più di due al giorno poi fino al mese dopo non ce ne sono più. Srey Pel cucina a mezzogiorno, Warren la sera. Warren fa la spesa, Srey Pel lava i piatti. Escono tre volte la settimana, al massimo. Le altre sere stanno in casa. Devono tornare entro l'una di notte. Ogni giorno Srey Pel fa due massaggi di un'ora ciascuno a Warren, dopo pranzo e dopo cena. Se tornano dopo l'una di notte per ogni quarto d'ora di ritardo Warren riceve, la sera, cinque minuti di massaggio in meno.
Questa volta Warren è stato via tre mesi, e c'è stato un problema: Srey Pel è tornata a far uso di droga, nello specifico il crack, lo "yama", come lo chiamano qui. Ha perso sette chili, Warren dice ridendo che dorme con uno scheletro. Warren le aveva dato i soldi per telefonargli ogni sera, e durante la telefonata lei doveva recitare il Sacha, la preghiera al Buddha. Lei ha mentito al Buddha, perché ha fumato di nuovo lo yama. Adesso Srey Pel non riceve più il suo dollaro quotidiano e Warren ha accettato di riprenderla in casa purché si rasasse i capelli a zero, come una monaca. Warren sa che rasarsi la testa è un gesto che significa profonda penitenza per i buddhisti. Lei non uscirà di casa per cinque mesi. Non ne avrà il coraggio, e questo la terrà lontana dalle droghe quantomeno il tempo per disintossicarsi, ma solo fisicamente.
Sembra una vita assurda, con delle regole da campo di prigionia. Ma vi assicuro che li ho visti insieme, in casa, in questi giorni, e si amano. Queste regole sono salutari, anche se sono molto lontane dalla nostra logica.. Srey Pel è una persona acuta, pungente e combattiva, irriverente e anche simpatica nel suo inglese stentato.

DAG

giovedì 20 marzo 2008

Cosa c'è dietro ad un sorriso?

Solo una vaga idea di come sia regolata la vita in Asia, di quanto siamo distanti dal poter capire questo mondo, che ha una logica differente dalla nostra. La tentazione di emettere giudizi è forte, ma addentrandoci nelle cose che ci è dato di vedere qui prendiamo sempre più le distanze dalle nostre sentenze, capendo che noi, con la nostra logica, non c'entriamo nulla.
Dagli asiatici ci aspettiamo il sorriso. L'accoglienza servizievole, gli inchini a mani giunte e questa atmosfera un po' zen e pacifista che tanto piace a noi europei, da un po' di anni a questa parte. E il sorriso è una delle cose che più volentieri ricordiamo dei nostri viaggi in Asia. Diventa, in alcuni casi, un parametro di giudizio. In Vietnam del sud sono più sorridenti, in Laos dicono che sorridano tutti, ah come sorridono in Thailandia! Sorridono a noi, i Falàng. Il termine dispregiativo per indicare gli stranieri. E noi tutti felici ci sentiamo accolti in un mondo di pace e serenità.

Tre ragazze siedono una dietro l'altra, sui gradini di casa. Mi guardano e mi sorridono quando si accorgono che le osservo da un po'. Si stanno togliendo i pidocchi. La terza li toglie alla seconda che li toglie alla prima. Si interrompono quando a quella di mezzo suona il cellulare e deve alzarsi per rispondere.

Un motorino investe un cane di piccole dimensioni. Motorino e guidatore fanno un ruzzolone tremendo, il guidatore si sbuccia tutte le mani. Il cane guaisce da matti, scappa a nascondersi sotto un'auto, davanti al negozio della padrona, una ragazza. La ragazza cerca di far uscire il cane dal nascondiglio.
Tutti sono intorno al motorino e al motociclista sbucciato. La ragazza è riuscita a tirar fuori il cane, che lascia, dal naso, una striscia di sangue sull'asfalto. La ragazza guarda il cane morire a poco a poco sotto i suoi occhi. Gente intorno parla a voce alta, alcuni ridono, la ragazza non muta espressione. E' assolutamente neutra. Poco dopo sento il cuore del cane e le dico, tristissimo: "E' morto..."
La ragazza, solo a questo punto, cambia espressione. Mi fa un sorriso. E porta via il cane.

Banchini per strada, chiedo una zuppa. La situazione igienica è precaria, la carne appesa al sole tutto il giorno non mi attira, dico due o tre volte alla padrona del banchino :"No meat!" e lei ripete, ridendo: "No meat!, No meat!" Tutta la famiglia ride e ripete "No meat!, No meat!"
Mi ritrovo una zuppa piena di carne, carne di tutti i tipi.
Ingenuo. Non sono tenuti a sapere cosa significhi "No meat". Colpa mia che pretendo che gli altri sappiano l'inglese.

Il proprietario della guesthouse di Phnom Penh una mattina mi incontra e mi chiede in angloasiatico, a bruciapelo: "Allora oggi vai a sparare?" Siccome shooting è il termine che si usa anche per scattare fotografie, gli rispondo istintivamente che sì, sarei sicuramente andato a fare un po' di shooting. "Ah!", mi fa lui tutto felice, "a che ora?" intanto mi chiedo come faccia a sapere che ogni giorno vado in giro a scattare fotografie, visto che di me non sa nulla. "Mah, ... non so" rimango sul vago per non dare informazioni e gli chiedo: "Tu a che ora mi consigli?" "Ah, la mattina è meglio, perché vanno tutti! E poi ci sono più polli!"
"Prego?"
"Sì, cosa vuoi, ad una certa ora i polli finiscono, è normale."
"Eh..certo..." Capisco allora che lo shooting di cui parliamo non è la stessa cosa per lui e per me.
Una delle attività favorite dei khmer e di (ahimé) numerosi turisti è quella di andare a sparare. Con armi vere. Ai polli. Un dollaro a pallottola, due dollari per il pollo. Vivo. Ma non è tutto. Lasciando stare i passaggi intermedi (tra cui la possibilità di sparare con un M16 da trenta colpi ovvero trenta dollari in pochi secondi) ho scoperto che con duecentocinquanta dollari puoi sparare con un bazooka ad una mucca. Non riesco neanche ad immaginare la cosa.
"No, grazie, sono un non violento, non mi piace uccidere, sono buddhista", sperando di bloccare qualsiasi argomento in proposito con questa risposta.
In Cambogia il regime di Pol Pot solo pochi anni fa ha sterminato un paio di milioni di persone così, nel moderato tentativo di creare una nuova razza controllabile. (Vedere il film "The killing fields" per saperne di più).
"Allora puoi sparare alla foto di Pol Pot!", mi ha prontamente risposto con un sorriso.
Semper parati estote.

Il sorriso significa certo, nella maggior parte dei casi, accettazione e buona disponibilità d'animo, ma non pensiamo che dietro ad ogni sorriso ci sia quello che noi vogliamo intendere per come siamo abituati.

DAG

lunedì 17 marzo 2008

Phnom Penh

Phnom Penh è una città tutto sommato facile, soprattutto per chi arriva dalla turbolenta Saigon. Ero stato qui otto anni fa, le strade erano sterrate, il traffico di motorini e carrettini mi aveva colpito, adesso le strade sono asfaltate, i viali principali sono separati da aiuole dall'erba ben curata e il governo ha dipinto strisce bianche sull'asfalto, strisce che hanno inizialmente suscitato curiosità negli abitanti ma che poco dopo hanno perso completamente di interesse. Nessuno ha il minimo sospetto che quelle strisce servano a regolamentare i parcheggi e tutti arrampicano le loro automobili nella maniera più anarchica.
Le regole del traffico sono simili a quelle vietnamite, con qualche bizza in più: per guidare la macchina serve? La macchina. In Cambogia non c'è patente. La targa? Può anche esserci. A volte. Ad un ragazzo che mi ha accompagnato ad un mercato in moto prima di partire ho chiesto: "Ce l'hai un casco?" - "Ho un cappellino!" Mi ha risposto entusiasta. No, grazie. Mi dà fastidio alla testa. Quante persone possono andare su un veicolo? Tante, se sono magre.
Per svoltare a sinistra occorre lentamente invadere la corsia opposta e procedere contromano, mentre tutti suonano il clacson per segnalarti che ti hanno visto, fino all'altezza della via in cui si intende svoltare. I semafori ci sono, ma vengono considerati al pari delle numerose lucine che rallegrano le vie e le insegne dei negozi. In Cambogia si guida a destra, come da noi in Italia, e andare contromano è vietato, a meno che non si tenga la sinistra. Questo perché due negazioni (contromano e tenere la sinistra) fanno una cosa positiva. Stringente logica asiatica.
La guesthouse in cui risiedo è vicina al palazzo del re, al fiume e ad una delle passeggiate principali della città. Mi incammino passando in mezzo a banchettini di frutta, amache appese ai cartelli stradali con qualcuno che ci dorme dentro, bambini cenciosi che chiedono l'elemosina a piedi nudi e altri che corrono lungo gli argini e si buttano dentro al fiume, per giocare. Tre fiumi confluiscono in quest'area: il Mekong, che qui raggiunge la sua massima larghezza, ed è davvero impressionante, il Tonlé Sàp, emissario dell'omonimo lago e il Bassàc. Nella stagione delle piogge il Mekong si gonfia ed aumenta la sua portata al punto che il Bassàc cambia direzione e forma un lago qualche chilometro più a monte. I contadini muovono le loro case e fuggono verso le colline. Ogni anno.
Procedendo lungo la passeggiata arriviamo al FCC, il Foreigners Correspondance Club della Cambogia, il posto in cui da sempre si ritrovano giornalisti e reporter di tutto il mondo quando sono qui per lavoro.
Adesso, mentre vi scrivo, sono qui, sulla terrazza dell'FCC. Anche Terzani è passato di qua, e l'idea che un pilastro della letteratura sull'Asia come Tiziano Terzani abbia frequentato questa terrazza mi fa venire la pelle d'oca.
L'ambiente è vecchio stile, arredamento in legno scuro ma lineare, le pareti sono a color caldi, con pregevoli fotografie in bianco e nero in sobrie cornici e il secondo piano è tutto una balconata che dà su sua maestà il Mekong. Come se non bastasse, siamo al tramonto. E' un di quei momenti in cui voglio bene a tutti e abbraccerei tutto il mondo, come dopo una mangiata dagli zii. Vorrei che foste tutti qui, a vedere quello che passa sotto i miei occhi: lente imbarcazioni sfilano lunghe e sottili alla luce degli ultimi raggi del sole che colpiscono le fiancate e ne esaltano i colori vivaci. Il cielo sfuma dall'azzurro al rosa e alcune nuvole se ne stanno immobili a guardare la vita che brulica nella strada sottostante e sul fiume.
L'FCC di Phnom Penh è uno di quei posti che ti fanno sentire il sapore del viaggio, che ti fanno aprire il cuore alla gente che vive qui o che viene qui per lavorare e che apre uno spiraglio su quanto sia complicato, articolato e differente dal nostro mondo il pianeta asiatico.

martedì 11 marzo 2008

One dollar

Lasciare il Vietnam non è stato facile. In tutti i sensi.
Primo perché in un mese (che peraltro è volato) ho sviluppato un affetto molto bello ed autentico con il paese e secondo perché, in pochi giorni di permanenza a Saigon, si è instaurato un legame con la gente del posto che è andato oltre il viaggio da turista. E questo è uno degli scopi del mio viaggio, non essere solo un turista.
A Saigon mi è successo poi di riincontrare alcune delle persone che avevo incrociato nella mia discesa lungo il paese, e ritrovarsi è stata una festa. Tutti viaggiatori "di lungo corso", che sai che faranno più o meno il tuo itinerario, incrociando gli stessi stati, capitando negli stessi posti, chi prima, chi dopo, e allora ti scambi le mail e costruisci una rete di contatti itinerante, dando e ricevendo consigli su visti, guesthouses, ristoranti, tentativi di fregature da cui guardarsi, dando appuntamenti per il piacere di condividere di nuovo qualcosa da un'altra parte, in un'altra città.
Ma ad un certo punto bisogna partire. La compagnia del bus che mi porterà a Phnom Penh, Cambogia, è cambogiana. Le scritte sul bus sono in lingua khmer, non più in vietnamita. Appena saliti sul bus ci vengono date istruzioni sulla procedura per il visto in un inglese precario, ci dicono che saremo tanti al confine e per fare prima l'autista gentilmente si occuperà dei visti per tutti, basta dargli il passaporto e i soldi da lasciare al funzionario, 25 dollari. "Qualcuno ha domande?"
"Io!" -dico alzando la mano, da bravo scolaretto sul bus della gita. "Se la procedura del visto la faccio per conto mio, costa lo stesso venticinque dollari?" - "Sì, certo, costa uguale".
Sapevo che non era così, proprio grazie alla rete di contatti di cui sopra.
Ma il punto non era questo. In Cambogia devo stare pochi giorni e poi rientrare per via del lavoro che mi attende dopo metà marzo negli Stati Uniti (Evviva! di nuovo in South Dakota in mezzo agli indiani!) e volevo informarmi per un visto che consentisse ingressi multipli senza dover pagare tutte le volte la tassa di entrata cambogiana.
Quindi, arrivati al confine, mi dissocio dalla fila dei miei compagni di viaggio ed entro negli uffici con il mio bel passaporto in mano. E vai da un ufficiale all'altro, da una scrivania all'altra, e quello sbuffa perché sta leggendo il giornale, e l'altro mangia la zuppa e non mi dà retta, e gli altri chiacchierano fra loro; sembrava di stare in Italia, in un ufficio pubblico. Alla fine niente ingressi multipli, ottengo un normale visto turistico come gli altri. Ma lo pago venti dollari, non venticinque.
L'ultimo funzionario mi ferma e mi dice se ho l'assicurazione sanitaria. "No" - "La vuoi fare?" -"No, grazie". - "Ok, puoi passare. One dollar, prego".
"Cosa?" - "One dollar".
"Ok, mi dai la ricevuta, però"
"No, niente ricevuta"
Tranquillo gli dico: "Niente ricevuta, niente dollar" e me ne vado, sicuro che mi avrebbero fermato e fiero di essere diventato un rompicoglioni che però non subisce.
Nessuno mi ferma, esco dagli uffici e... sorpresa!
Il bus se n'è andato.
Sole. Caldo. Cicale e polvere. Silenzio.
Il bus se n'è andato con la mia valigia. E non so dove si fermerà in una città che non conosco e che è grande quanto Napoli, ma molto più incasinata e con meno garanzie.
Smarrito, mi guardo intorno e maledico il momento in cui ho deciso di fare il rompicoglioni e uscire dal gruppo.
Senza alcun senso logico, mi incammino per la strada assolata, con lo zaino dell'attrezzatura fotografica in spalla e la mia ridicola borsa coi cagnolini a tracolla, mentre tutti i miei vestiti e i libri se ne vanno nella stiva di un bus chissà dove.
Dopo un chilometro mi si affianca un omino con la moto. "Motorbike? One dollar!"
Sto per mandarlo nel quartiere dove risiedevo a Saigon quando mi viene in mente una osservazione semplice: Perché one dollar? Con un dollaro non si va da nessuna parte, se non molto vicino.
Mi avvicino all'omino e in modo concentrato gli chiedo: "Bus? You know?" - "Yes, yes, mister, bus restaurant!"
Ma certo! La compagnia del bus è cambogiana, è ovvio che non si ferma in territorio vietnamita per la pausa pranzo, loro portano i turisti a mangiare nel ristorante e il ristorante gli dà una percentuale, ma il tutto avviene tra connazionali, quindi appena al di là del confine si fa la pausa pranzo. Logico.
Ok, salto sulla moto e in pochi minuti raggiungiamo il piazzale del ristorante. Bus e compagni di viaggio sono lì. "Mi hai abbandonato al confine" dico tranquillo all'autista (in Asia chi grida è considerato un debole, cosa da esportare assolutamente anche da noi!) e questo si mette a ridere. Per sua fortuna so che quando un asiatico ride vuol dire che è molto imbarazzato, questo lo salva dal vedersi infilate negli occhi le bacchettine con cui sta mangiando.
"Adesso i soldi della moto li paghi tu, one dollar".

domenica 9 marzo 2008

...ancora Saigon...

C'è una battuta, nel film Apocalypse Now, detta da un soldato dell'esercito americano, che rende bene l'idea di questa città. Il soldato, dormendo, sogna di essere a casa, circondato dall'affetto della famiglia e in un ambiente a lui familiare; quando si sveglia, assordato dal costante rumore del traffico vietnamita, guarda fuori dalla finestra della stanza e dice semplicemente :"...Ancora Saigòn..." come se fosse una cosa che non finisce mai.
L'idea è quella, la moltitudine qui è una costante, il rumore della città è un rombo continuo che dopo un po' non viene più percepito ma che in qualche modo rimane dentro, esasperando o esaltando ogni sensazione e ogni stato d'animo.
Saigon non è una città tranquilla.
Ma è bella, finora la più bella tra quelle che ho visto finora. Anche perché a dispetto dei pochi giorni avuti a disposizione per viverla, la mia impressione è stata di appartenere a questa città, cosa mai successa ad Hanoi, per esempio, dove ho passato dieci giorni.
Il Go2 è un bar molto frequentato, sia da occidentali che da vietnamiti, aperto tutto il giorno e la sera fino a mezzanotte, cioè molto tardi per gli standard locali. Nella confusione di questo bar c'è anche un tavolo da bigliardo, a cui sta perennemente attaccato un ragazzo con una malformazione alle gambe. Forse una vittima dell'agente Orange, un simpatico omaggio della guerra che ancora oggi fa nascere bambini deformi.
K'uang, questo il nome del ragazzo, gioca a bigliardo e se si accorge che lo stai guardando ti fa un sorrisone e scambia volentieri qualche battuta. Per spostarsi deve aggrapparsi alle sponde del tavolo, visto che le gambe non lo reggono, ma lo fa molto velocemente. Imposta il tiro, ti guarda, sorride e fa un punto. Dopo un po' batte l'avversario, mai in modo clamoroso. Intasca i soldi e incomincia un'altra partita. K'uang è un professionista del bigliardo, si guadagna da vivere così, depredando gli americani a botte di cinquantamila dòng a partita, circa tre dollari. Saggiamente ogni tanto perde, altrimenti nessuno scommette più con lui.
T'aung è una ragazza di venticinque anni, amica di K'uang, ed è diversa da molte altre viet-girls. T'aung è una pagnottona, davvero cicciotta, dai modi bruschi e piuttosto sgraziati, e anche lei gioca a bigliardo piuttosto bene. Tanto da impartirmi sonore batoste, ecco. T'aung è simpatica, parla un buon inglese, dopo due sere che parlavamo attaccati ad una birra dietro l'altra mi ha detto: domani è il compleanno di mia sorella, mi farebbe piacere che venissi a casa, per festeggiare con la famiglia. "Certo, grazie!" - "Magari canti una canzone con il karaoke anche tu!" - "Ci puoi scommettere!" le rispondo. Già mi vedevo. Ci mettiamo d'accordo per le nove del mattino dopo (alle nove inizia la festa? Io all'asilo almeno le facevo di pomeriggio!) sempre lì al bar, mi sarebbe venuta a prendere in motorino. (Ma va? Anche lei ha un motorino!!) Prima di andare via mi dà una gran pacca in mezzo alla schiena e mi dice: "Ma vestiti bene domani, per favore!"
Ci son rimasto male. Avevo i jeans e una camicia bianca senza collo, abbronzato, avrei fatto bella figura anche al Twiga al tavolo con Briatore, adesso arriva questa zampogna e mi dice di vestirmi bene? Le ho chiesto come.
"Mettiti una camicia normale, come questa qui (e ha indicato un ragazzo che è rimasto stupito) e poi un bel paio di pantaloni corti, non i jeans!"
Ah... capisco.
Il mattino dopo mi presento al bar alle nove, camicia a righe e pantaloncini a scacchi (la classe, lo stile) e un sacchetto con un paio di birre comprate in giro per non arrivare mani vuote.
Lei è arrivata qualche minuto dopo e mi ha detto: "Bene, così vestito vai bene. Devo parlare con mia sorella, aspetta qui un quarto d'ora e prendi un caffè, poi andiamo!"
Non l'ho più vista.
In compenso, dopo un cenno di intesa fra loro, si sono alzati da un tavolino due ragazzi timidi, che mi hanno chiesto se potevano farmi qualche domanda per la scuola. Studiavano inglese e tra i loro compiti c'era quello di conversare con uno straniero che parlasse inglese. Ho accettato, ordinando un tè al miele.
Hanno tirato fuori un foglio con un questionario infinito e un registratore, e iniziato a sparare domande a nastro. E' stato parecchio divertente, perché anche io ho avuto modo di esaurire molte delle curiosità sulla vita in Vietnam e su Saigon, alla fine abbiamo scambiato le mail e mi hanno detto che la prossima volta loro avrebbero volentieri risolto qualsiasi problema io avessi avuto.
Hanno voluto a tutti i costi pagare loro il mio tè.