Non so a chi lo avevo detto e a chi no, ma ora lo dico a tutti. Sono tornato in Vietnam. Mi par di udire un coro di "E chissene frega" provenire da occidente, lontano lontano.
Vero, riuscirete a dormire lo stesso, ma per me è un cambio di direzione abbastanza significativo. Sarei dovuto andare in Cina, dopo il Lao. Invece ho deciso di no. Ci vado, in Cina, ma più in là.
Le motivazioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione sono più di una: la prima è che la Cina ha modificato le regole di accesso al paese, per via dei giochi olimpici. Il visto cinese valeva tre mesi, ed ufficialmente nulla è cambiato, ma ora viene dato il permesso di stare nel paese solo per trenta giorni, dopo di che bisogna uscire. L'alternativa sarebbe quella di chiedere una estensione del visto, pagando e con la quasi certezza di vederselo rifiutare. E siccome ho già comprato il biglietto aereo che mi porterà dalla Cina al Canada (dopo metà giugno) non voglio correre il rischio di dover spostare il volo per un mancato rinnovo del visto. Altro motivo è che la Cina è più costosa del resto del sud est asiatico, e starci due mesi influirebbe pesantemente sulle mie finanze.
Il terzo motivo è assolutamente di pancia, istintivo. L'idea di andare in Cina per due mesi mi faceva stare in apprensione, non so perché. Avevo questa sensazione di disagio, di fastidio anticipato, forse dovuta ai tanti racconti fatti da altri viaggiatori sui cinesi, non proprio positivi, a proposito di tentativi di imbrogli costanti e aggressività e maleducazione diffuse.
Per carità, lungi dal crederci in modo incondizionato, ma ho preferito seguire quel che mi diceva l'istinto.
Così un bel mattino, a Luang Prabang, sono entrato in un'agenzia di viaggi e ho fatto domanda di un nuovo visto per l'amato Vietnam. Subito la sensazione di disagio se n'è andata, lasciando il posto ad un gioioso entusiasmo.
Ho pensato bene di festeggiare con una zuppa.
Mentre mangiavo la zuppa seduto alla bancarella per strada si avvicina un ragazzo cicciotto e con la barba scura. Mi chiede se è buona e io gli dico di sì, che gliela consigliavo. Ci mettiamo a chiacchierare in spagnolo, lui è Sudamericano, e mi racconta che vuole andare in Vietnam, ma non sa bene dove andare. Sullo slancio dell'entusiasmo mi metto a dire ogni bene del Vietnam e dei vietnamiti, consigliandogli un sacco di posti e dicendogli che ne vale davvero la pena. Aggiungo anche che faccio il fotografo e che vorrei tornare là per cercare di lavorare un po', o almeno stringere contatti.
Un terzo ragazzo, asiatico, si è seduto in silenzio e mangia la zuppa anche lui.
Finito il mio monologo sulla bellezza del Vietnam il ragazzo asiatico mi guarda e dice: "Sai molte cose sul Vietnam." "Beh, mi piace molto, in effetti", gli rispondo.
"Ne sai più di me che sono vietnamita".
Lusingato, cerco di dire qualcosa di modesto, ma lui riprende la parola. "Ho sentito che fai il fotografo, che genere di foto fai?"
Glielo spiego.
Mi segue interessato, poi, quando ho finito, mi dice: "Io sono di Saigon, mi farebbe piacere incontrarti. Lavoro per una casa editrice."
Patapamfete! Questa è la dimostrazione che quando te ne va dritta una tutte le altre la seguono a ruota.
DAG
sabato 3 maggio 2008
Il fiume silenzioso.
Non c'è solo il Mekong in sud est Asia. Non ci sono solo i grandi fiumi, l'Irrawaddy, il Chao Phraya. Ci sono anche una moltitudine di fiumi che in Italia sarebbero enormi, ma che qui quasi scompaiono di fronte ai colossi d'acqua che attraversano questi paesi, un po' per proporzioni, un po' perché scorrono in zone completamente isolate e senza città di rilievo.
Il Nam Ou è uno di questi fiumi. L'altro giorno Enrico ed io abbiamo deciso di noleggiare un kayak per mezza giornata, pagando ventimila kip, ben tre dollari. Il kayak, una imbarcazione in plastica blu pesante come una petroliera, ha due sedili e due remi in dotazione. Alcuni ragazzi ci avevano detto che si poteva chiedere di essere trasportati oltre le rapide da un'imbarcazione a motore (pagando) e poi discendere lungo il fiume seguendo la corrente e senza far fatica.
"Mai", ci siamo detti, senza il minimo dubbio.
Le rapide erano a trecento metri dal villaggio, subito dopo la prima curva. Il tentativo di andare controcorrente remando, anche mettendocela tutta, è naufragato miseramente. Quasi subito abbiamo capito che non ce l'avremmo fatta, ma non ci siamo persi d'animo. Aggrappandoci ai rami siamo riusciti a portare il kayak sul bordo del fiume. Io (non chiedetemi perché) avevo portato con me una cosa sola: una cima lunga una ventina di metri.
La cima si è rivelata subito utile: abbiamo trascinato il kayak camminando controcorrente, riuscendo quasi subito a superare la parte più dura. Il povero Enrico è finito in una buca fino al collo, ma per fortuna non si è fatto nulla. Passate le rapide ci sentivamo già eroi, e abbiamo proseguito controcorrente, prendendo dimestichezza con l'imbarcazione, con la corrente del fiume (scoprendo che al centro è più forte che in prossimità delle sponde, due vere giovani marmotte!) e con la sincronia dei remi. Ad ogni curva del fiume scoprivamo un paesaggio sempre più primitivo, immerso in un silenzio incantato, silenzio che era sottolineato dai lontani richiami degli uccelli e dal ronzìo di qualche insetto che ci passava vicino. Lo sciaguattìo dei remi era di gran lunga il rumore più forte in tutta la valle, l'aria ferma e il cielo nuvoloso rendevano tutto irreale. Uno stormo di sottili uccelli bianchi stava volando sopra di noi, senza alcun rumore, verso nord. Il paesaggio che ci circondava poteva essere così anche un milione di anni fa, a giudicare dalla tracce lasciate dall'uomo: nessuna.
Più o meno ogni mezz'ora passava una barca col motore scoppiettante. Voltata la prima curva, spariva il rumore e noi tornavamo a guardarci intorno sbalorditi da tutto il verde che ricopriva le montagne intorno e che si rifletteva nell'acqua del fiume.
Sono rimasto conquistato dal silenzio di questa parte di mondo che quasi nessuno ha mai visto ma che è davvero sbalorditiva, che mi ha rimesso fiducia nelle risorse che abbiamo sulla terra.
Abbiamo remato dalle dodici e mezza alle cinque e mezza circa, poi abbiamo deciso di fare ritorno. Contavamo sulla corrente che ci avrebbe fatto prendere velocità, contavamo addirittura di lanciarci nelle rapide e di passarle con il brivido del rischio di andare a sbattere contro qualche roccia, ma la corrente del Nam Ou dev'essere buddhista anche lei, perché è placida e moderata. Giusto vicino alle rapide abbiamo preso un po' di velocità, poi siamo tornati a galleggiare in mezzo allo specchio d'acqua, con un movimento lento e sonnacchioso.
Un angolo di mondo davvero speciale. Il Lao si sta guadagnando il primo posto nella classifica, gente.
DAG
Il Nam Ou è uno di questi fiumi. L'altro giorno Enrico ed io abbiamo deciso di noleggiare un kayak per mezza giornata, pagando ventimila kip, ben tre dollari. Il kayak, una imbarcazione in plastica blu pesante come una petroliera, ha due sedili e due remi in dotazione. Alcuni ragazzi ci avevano detto che si poteva chiedere di essere trasportati oltre le rapide da un'imbarcazione a motore (pagando) e poi discendere lungo il fiume seguendo la corrente e senza far fatica.
"Mai", ci siamo detti, senza il minimo dubbio.
Le rapide erano a trecento metri dal villaggio, subito dopo la prima curva. Il tentativo di andare controcorrente remando, anche mettendocela tutta, è naufragato miseramente. Quasi subito abbiamo capito che non ce l'avremmo fatta, ma non ci siamo persi d'animo. Aggrappandoci ai rami siamo riusciti a portare il kayak sul bordo del fiume. Io (non chiedetemi perché) avevo portato con me una cosa sola: una cima lunga una ventina di metri.
La cima si è rivelata subito utile: abbiamo trascinato il kayak camminando controcorrente, riuscendo quasi subito a superare la parte più dura. Il povero Enrico è finito in una buca fino al collo, ma per fortuna non si è fatto nulla. Passate le rapide ci sentivamo già eroi, e abbiamo proseguito controcorrente, prendendo dimestichezza con l'imbarcazione, con la corrente del fiume (scoprendo che al centro è più forte che in prossimità delle sponde, due vere giovani marmotte!) e con la sincronia dei remi. Ad ogni curva del fiume scoprivamo un paesaggio sempre più primitivo, immerso in un silenzio incantato, silenzio che era sottolineato dai lontani richiami degli uccelli e dal ronzìo di qualche insetto che ci passava vicino. Lo sciaguattìo dei remi era di gran lunga il rumore più forte in tutta la valle, l'aria ferma e il cielo nuvoloso rendevano tutto irreale. Uno stormo di sottili uccelli bianchi stava volando sopra di noi, senza alcun rumore, verso nord. Il paesaggio che ci circondava poteva essere così anche un milione di anni fa, a giudicare dalla tracce lasciate dall'uomo: nessuna.
Più o meno ogni mezz'ora passava una barca col motore scoppiettante. Voltata la prima curva, spariva il rumore e noi tornavamo a guardarci intorno sbalorditi da tutto il verde che ricopriva le montagne intorno e che si rifletteva nell'acqua del fiume.
Sono rimasto conquistato dal silenzio di questa parte di mondo che quasi nessuno ha mai visto ma che è davvero sbalorditiva, che mi ha rimesso fiducia nelle risorse che abbiamo sulla terra.
Abbiamo remato dalle dodici e mezza alle cinque e mezza circa, poi abbiamo deciso di fare ritorno. Contavamo sulla corrente che ci avrebbe fatto prendere velocità, contavamo addirittura di lanciarci nelle rapide e di passarle con il brivido del rischio di andare a sbattere contro qualche roccia, ma la corrente del Nam Ou dev'essere buddhista anche lei, perché è placida e moderata. Giusto vicino alle rapide abbiamo preso un po' di velocità, poi siamo tornati a galleggiare in mezzo allo specchio d'acqua, con un movimento lento e sonnacchioso.
Un angolo di mondo davvero speciale. Il Lao si sta guadagnando il primo posto nella classifica, gente.
DAG
Hirudo medicinalis.
Assieme ad Enrico ho incontrato anche un gruppo di ragazzi provenienti dalla Spagna. Una coppia, lei spagnola e lui vicentino trapiantato (lavorano come camerieri solo per mettere via i soldi per viaggiare) e un tedesco fuggito nel sud della Spagna vent'anni fa, di nome Haiko, capelli lunghi e occhi azzurrissimi, aria da rifugiato.
L'allegra comitiva, costituita da cinque personaggi (la libraia taiwanese è partita per un trekking di due giorni sulle montagne) ha pensato bene di darsi un'organizzazione "ispanica" per dare un senso al proprio soggiorno nel villaggio isolato di Muong Ngoi. La regola è: "Ci vediamo da qualche parte a qualche ora". Il villaggio ha una strada sola, quindi non è un'impresa incontrarsi.
Ci troviamo spesso alla terrazza di Enrico e Haiko. Quello è il nostro covo. La padrona della guesthouse, che tutti chiamano "mama" ci porta, ciondolando, da mangiare o le birre mentre noi, al riparo dalla pioggia scrosciante che è arrivata col monsone, passiamo ore a chiacchierare un po' in tutte le lingue, bevendo birra e fumando le sigarette che fanno ridere.
Il primo giorno siamo andati a fare trekking: un sentiero porta prima alle grotte, poi ad un villaggio ancora più isolato del nostro, in cui pochissimi sono i turisti perché ci si arriva dopo due ore di cammino sotto il sole. Ma le guesthouses sono le più economiche che io abbia mai incontrato: cinquemila kip, ovvero cinquanta centesimi di euro. Per dormire una notte.
Contenti e soddisfatti del primo esperimento di trekking, decidiamo di andare, il giorno seguente, alla ricerca delle altre grotte di cui abbiamo sentito parlare, dall'altra parte del fiume.
Il primo ostacolo si pone subito davanti a noi in modo ovvio: come attraversare il fiume? Un fiume che non ha ponti ed è troppo profondo per essere guadato, soprattutto da chi come noi ha le macchine fotografiche al collo, un fiume percorso da una canoa ogni tanto, primitivo e selvaggio. Dall'altra parte del fiume non ci sono tracce umane, solo boscaglia che diventa foresta fittissima e disabitata. Gli argini color terra ogni tanto si interrompono per formare brevi spiagge, bianche ed assolate.
Fermiamo una barca passeggeri vuota che passava in quel momento, ci facciamo capire a gesti e il pilota ci porta di là dal fiume. Dice che non vuole soldi, ma gli diamo lo stesso mille kip a testa per ringraziarlo. Ci saluta felice e se ne va.
Siamo dall'altra parte ora e cerchiamo un percorso, un sentiero. Io ho il mio bastone da trekking, prezioso per attraversare i rigagnoli senza cadere e scostare la vegetazione spinosa. Sto davanti al gruppo per un po', finché non mi incastro completamente nei cespugli e decido che non c'è strada. Del resto non sappiamo nemmeno dove siano esattamente le grotte che stiamo cercando. Facciamo marcia indietro, mettendoci a ragionare ognuno ad alta voce, tutti in spagnolo, per decidere il da farsi. Adesso guida Haiko, il tedesco spagnolo, che sembra procedere più spedito nel folto dei cespugli.
Enrico ad un certo punto ci dice: "Guardate che stanotte ha piovuto, potrebbero esserci delle sanguisughe". Allo stesso momento capiamo che non c'è speranza di avanzare nella vegetazione, facciamo dietrofront. La ragazza dello spagnolo-vicentino si accorge disgustata di avere due sanguisughe attaccate ad un piede. Poi un'altra e un'altra ancora. Io non ne avevo mai viste, e sono rimasto a guardare un po' schifato questi esseri che si agitavano attaccati alle sue caviglie e lei che non riusciva a staccarli. Poi mi sono accorto che alcune si erano attaccate anche a me. Per fortuna non mi avevano bucato, ma erano dappertutto: sulle scarpe, sulle calze, in pochi secondi si erano infilate dentro alle scarpe e non accennavano a staccarsi.
La sanguisuga (Hirudo medicinalis) è uno degli animali più orrendi e schifosi che popolano la terra. Ha un olfatto evolutissimo e fiuta il sangue a distanza, si muove velocemente facendo ponte tra la testa e il sedere, arcuando e distendendo il suo corpo di vermiciattolo ad anelli, ed è in grado di scatenare le paranoie più ancestrali: ostinata fino alla morte, non molla il colpo finché non viene staccata, se schiacciata a terra si appiattisce e dopo un po', ripresa la forma originale, si dirige nuovamente e spudoratamente verso di noi. Per succhiare il nostro sangue. Sembra invincibile. Nuota perfettamente ed è in grado di stare molto tempo aspettando la propria vittima senza mangiare. Quando si attacca emette due sostanze: un anticoagulante ed un anestetico. Grazie all'anestetico non ci si accorge di avercela addosso. E' in grado di gonfiarsi esageratamente del sangue della propria vittima. Solo il fuoco la uccide.
Ne eravamo pieni. Tutta la distesa di vegetazione che copriva il terreno, bagnata dalle piogge notturne, ci pareva popolata da questi ributtanti e ostinati esserini. Fuggiamo verso una spiaggia, dopo aver deciso che le grotte non ci interessavano più tanto. Rimasti un po' sulla spiaggia assolata e accertato che lì le sanguisughe non sarebbero arrivate a darci noia, comincia a porsi il problema di come fare ritorno al villaggio, dall'altra parte del fiume. Un gruppo di bufali ci guarda incuriosito poco distante.
Riusciamo a chiamare una barca dalla nostra parte del fiume, e chiediamo all'omino quanto vuole. La nostra posizione è debole per contrattare, ed il barcarolo ci chiede una cifra spropositata per un tragitto di tre minuti al massimo, con una barca a motore. Cinquemila kip a testa. Cinquanta centesimi.
Spudorato come una sanguisuga!
Scandalizzati, gli diciamo che vuole decisamente troppo, e decidiamo di mandare sulla barca solo la ragazza che era con noi. Le affidiamo tutti i nostri averi e i nostri vestiti.
Rimasti in mutande non ci resta che una soluzione: attraversare il fiume a nuoto.
Arrivammo stanchi ma felici, come si scriveva nei temi alle elementari.
DAG
L'allegra comitiva, costituita da cinque personaggi (la libraia taiwanese è partita per un trekking di due giorni sulle montagne) ha pensato bene di darsi un'organizzazione "ispanica" per dare un senso al proprio soggiorno nel villaggio isolato di Muong Ngoi. La regola è: "Ci vediamo da qualche parte a qualche ora". Il villaggio ha una strada sola, quindi non è un'impresa incontrarsi.
Ci troviamo spesso alla terrazza di Enrico e Haiko. Quello è il nostro covo. La padrona della guesthouse, che tutti chiamano "mama" ci porta, ciondolando, da mangiare o le birre mentre noi, al riparo dalla pioggia scrosciante che è arrivata col monsone, passiamo ore a chiacchierare un po' in tutte le lingue, bevendo birra e fumando le sigarette che fanno ridere.
Il primo giorno siamo andati a fare trekking: un sentiero porta prima alle grotte, poi ad un villaggio ancora più isolato del nostro, in cui pochissimi sono i turisti perché ci si arriva dopo due ore di cammino sotto il sole. Ma le guesthouses sono le più economiche che io abbia mai incontrato: cinquemila kip, ovvero cinquanta centesimi di euro. Per dormire una notte.
Contenti e soddisfatti del primo esperimento di trekking, decidiamo di andare, il giorno seguente, alla ricerca delle altre grotte di cui abbiamo sentito parlare, dall'altra parte del fiume.
Il primo ostacolo si pone subito davanti a noi in modo ovvio: come attraversare il fiume? Un fiume che non ha ponti ed è troppo profondo per essere guadato, soprattutto da chi come noi ha le macchine fotografiche al collo, un fiume percorso da una canoa ogni tanto, primitivo e selvaggio. Dall'altra parte del fiume non ci sono tracce umane, solo boscaglia che diventa foresta fittissima e disabitata. Gli argini color terra ogni tanto si interrompono per formare brevi spiagge, bianche ed assolate.
Fermiamo una barca passeggeri vuota che passava in quel momento, ci facciamo capire a gesti e il pilota ci porta di là dal fiume. Dice che non vuole soldi, ma gli diamo lo stesso mille kip a testa per ringraziarlo. Ci saluta felice e se ne va.
Siamo dall'altra parte ora e cerchiamo un percorso, un sentiero. Io ho il mio bastone da trekking, prezioso per attraversare i rigagnoli senza cadere e scostare la vegetazione spinosa. Sto davanti al gruppo per un po', finché non mi incastro completamente nei cespugli e decido che non c'è strada. Del resto non sappiamo nemmeno dove siano esattamente le grotte che stiamo cercando. Facciamo marcia indietro, mettendoci a ragionare ognuno ad alta voce, tutti in spagnolo, per decidere il da farsi. Adesso guida Haiko, il tedesco spagnolo, che sembra procedere più spedito nel folto dei cespugli.
Enrico ad un certo punto ci dice: "Guardate che stanotte ha piovuto, potrebbero esserci delle sanguisughe". Allo stesso momento capiamo che non c'è speranza di avanzare nella vegetazione, facciamo dietrofront. La ragazza dello spagnolo-vicentino si accorge disgustata di avere due sanguisughe attaccate ad un piede. Poi un'altra e un'altra ancora. Io non ne avevo mai viste, e sono rimasto a guardare un po' schifato questi esseri che si agitavano attaccati alle sue caviglie e lei che non riusciva a staccarli. Poi mi sono accorto che alcune si erano attaccate anche a me. Per fortuna non mi avevano bucato, ma erano dappertutto: sulle scarpe, sulle calze, in pochi secondi si erano infilate dentro alle scarpe e non accennavano a staccarsi.
La sanguisuga (Hirudo medicinalis) è uno degli animali più orrendi e schifosi che popolano la terra. Ha un olfatto evolutissimo e fiuta il sangue a distanza, si muove velocemente facendo ponte tra la testa e il sedere, arcuando e distendendo il suo corpo di vermiciattolo ad anelli, ed è in grado di scatenare le paranoie più ancestrali: ostinata fino alla morte, non molla il colpo finché non viene staccata, se schiacciata a terra si appiattisce e dopo un po', ripresa la forma originale, si dirige nuovamente e spudoratamente verso di noi. Per succhiare il nostro sangue. Sembra invincibile. Nuota perfettamente ed è in grado di stare molto tempo aspettando la propria vittima senza mangiare. Quando si attacca emette due sostanze: un anticoagulante ed un anestetico. Grazie all'anestetico non ci si accorge di avercela addosso. E' in grado di gonfiarsi esageratamente del sangue della propria vittima. Solo il fuoco la uccide.
Ne eravamo pieni. Tutta la distesa di vegetazione che copriva il terreno, bagnata dalle piogge notturne, ci pareva popolata da questi ributtanti e ostinati esserini. Fuggiamo verso una spiaggia, dopo aver deciso che le grotte non ci interessavano più tanto. Rimasti un po' sulla spiaggia assolata e accertato che lì le sanguisughe non sarebbero arrivate a darci noia, comincia a porsi il problema di come fare ritorno al villaggio, dall'altra parte del fiume. Un gruppo di bufali ci guarda incuriosito poco distante.
Riusciamo a chiamare una barca dalla nostra parte del fiume, e chiediamo all'omino quanto vuole. La nostra posizione è debole per contrattare, ed il barcarolo ci chiede una cifra spropositata per un tragitto di tre minuti al massimo, con una barca a motore. Cinquemila kip a testa. Cinquanta centesimi.
Spudorato come una sanguisuga!
Scandalizzati, gli diciamo che vuole decisamente troppo, e decidiamo di mandare sulla barca solo la ragazza che era con noi. Le affidiamo tutti i nostri averi e i nostri vestiti.
Rimasti in mutande non ci resta che una soluzione: attraversare il fiume a nuoto.
Arrivammo stanchi ma felici, come si scriveva nei temi alle elementari.
DAG
Parlo italiano!
Partire da Luang Prabang ha significato per me darmi uno scrollone e ricominciare a viaggiare con la voglia di farlo. Ero arrivato in città con la luna storta, e chi mi conosce sa quanto io possa vedere tutto nero quando ho la luna storta. Forse vedere tutti quei negozi così perfetti, quei ristoranti così artificialmente caratteristici, queste bottegucce finte e a misura di turista mi avevano messo di cattivo umore. Forse era anche la stanchezza accumulata dopo due notti in pullman. Fatto sta che, salutate le ragazzotte finlandesi, bruttine ma davvero simpatiche, mi sono intrufolato in un minivan con altri turisti e sono partito per il nord. Durante il tragitto, durato circa tre ore, nessuno ha parlato, non perché non ci fosse nulla da dire o per mancanza di confidenza, ma perché il furgoncino aveva gli ammortizzatori rotti e c'era il rischio, con tutte le buche, di spaccarsi i denti o mordersi la lingua. Quindi tutti a bocca serrata fino all'arrivo. La corsa è terminata a Nong Kiaw, un villaggio sul fiume Nam Ou. La barca che mi porterà al villaggio successivo, Muong Ngoi, partirà alle due. Nel frattempo decido di mangiare qualcosa al posto poco distante, lasciando ben in vista la mia valigia. Al mio tavolo, scesa dal mio stesso minivan, siede anche una ragazza asiatica, molto taciturna, con gli occhiali ed una camicetta azzurra. Ci presentiamo. Lei è di Taiwan, fa la libraia e si chiama Sling Ping.
Cerco di restare serio quando mi dice come si chiama...
Siamo entrambi diretti al primitivo villaggio di Muong Ngoi, dove staremo qualche giorno. La libraia taiwanese sarà una presenza silenziosa e costante, molto educata come quasi tutti gli asiatici, durante questi giorni al villaggio. Non so cos'è, ma devo suscitare nei viaggiatori asiatici di Giappone, Taiwan e Corea un senso di fiducia, forse li metto a loro agio. Sling Ping, la libraia taiwanese, non fa eccezione. Ci incontriamo alla mattina fuori dai rispettivi bungalows, ci salutiamo cerimoniosamente, andiamo a fare colazione e poi ognuno organizza la propria giornata. Spesso me la ritrovo di fianco mentre passeggio per il villaggio a fare foto. Fa foto anche lei. La sera, al momento di andare a letto, ci salutiamo rispettosamente con un inchino e ci auguriamo la buona notte. Nessuna tentazione, la libraia taiwanese è una cara persona, ma assomiglia tremendamente al mio amico Pol.
Invece una presenza davvero felice è arrivata a dare man forte al mio entusiasmo nel viaggiare (casomai ce ne fosse bisogno).
Sulla barchetta stracolma di gente che andava verso nord, lungo il fiume Nam Ou ho incontrato un italiano. Più di un mese è passato dall'ultima volta che ho parlato italiano per un po' con qualcuno, ed ero negli Stati Uniti.
Mi sono esaltato all'idea di poter parlare nuovamente italiano. Enrico, questo il nome del ragazzo incontrato, sta viaggiando da solo. E' di Milano e fa, anzi, faceva, il consulente finanziario in banca. Il suo progetto è quello di stare via per un po', un anno, un anno e mezzo almeno. Anche se ha trent'anni ha già viaggiato tanto, davvero tanto, rispetto a me e a molti che ho incontrato. Si è fatto il Marocco in motorino, arrivando nel sud fino al confine con la Mauritania e vivendo con le famiglie, ha viaggiato per un anno in India e Nepal, Ha visto l'Australia e altri posti lontani che adesso non ricordo. Ne ha viste di tutti i colori, o quasi, ed è una persona entusiasta ma non è un ingenuo. Quando ha finito i soldi o si è stancato torna in Italia e ricomincia a fare il consulente finanziario. Finora lo hanno sempre assunto, lui dice che è un lavoro palloso ma richiesto. A vederlo sembra che si sia appena tolto giacca e cravatta: capelli in ordine, pizzetto curato, occhiali da ufficio. E', e non potrebbe essere altrimenti per i miei gusti, un bravo ragazzo, educato. In pochi giorni abbiamo legato, scoprendo di avere in molti casi gusti simili. Suona la chitarra ed è dello scorpione. A me fa ridere l'immagine dell'impiegato di banca milanese che molla tutto e scappa per fare un viaggio in posti selvaggi come il Lao, ma lui non ha intenzione di fare quello che viaggia a vita. Parlando è venuto fuori che tutti e due proviamo un po' di tristezza verso quegli uomini intorno ai cinquanta che vedi ogni tanto soli al ristorante in questi posti, la pelle bruciata dal sole dei tropici e gli occhi pieni di rughe. Personaggi che sicuramente hanno avuto una vita avventurosa, che hanno viaggiato tantissimo, "ma con cui non farei a cambio", ci siamo detti quasi in coro. Forse, abbiamo concluso, perché veniamo da una cultura come quella italiana, che vede nel formare una famiglia uno degli obiettivi auspicabili per ogni individuo.
(...)
Se può essere una bella sfida viaggiare da solo e ogni tanto provare il brivido di essere l'unico in cui riporre fiducia, evitando quasi il contatto con gli altri viaggiatori, sembra a volte che questi "viaggiatori fuori corso" vengano tenuti lontani dai gruppi dei ragazzotti in viaggio come me.
Sì, mi do del ragazzotto quando ho quasi quarant'anni, lo so. Fa niente.
DAG
Cerco di restare serio quando mi dice come si chiama...
Siamo entrambi diretti al primitivo villaggio di Muong Ngoi, dove staremo qualche giorno. La libraia taiwanese sarà una presenza silenziosa e costante, molto educata come quasi tutti gli asiatici, durante questi giorni al villaggio. Non so cos'è, ma devo suscitare nei viaggiatori asiatici di Giappone, Taiwan e Corea un senso di fiducia, forse li metto a loro agio. Sling Ping, la libraia taiwanese, non fa eccezione. Ci incontriamo alla mattina fuori dai rispettivi bungalows, ci salutiamo cerimoniosamente, andiamo a fare colazione e poi ognuno organizza la propria giornata. Spesso me la ritrovo di fianco mentre passeggio per il villaggio a fare foto. Fa foto anche lei. La sera, al momento di andare a letto, ci salutiamo rispettosamente con un inchino e ci auguriamo la buona notte. Nessuna tentazione, la libraia taiwanese è una cara persona, ma assomiglia tremendamente al mio amico Pol.
Invece una presenza davvero felice è arrivata a dare man forte al mio entusiasmo nel viaggiare (casomai ce ne fosse bisogno).
Sulla barchetta stracolma di gente che andava verso nord, lungo il fiume Nam Ou ho incontrato un italiano. Più di un mese è passato dall'ultima volta che ho parlato italiano per un po' con qualcuno, ed ero negli Stati Uniti.
Mi sono esaltato all'idea di poter parlare nuovamente italiano. Enrico, questo il nome del ragazzo incontrato, sta viaggiando da solo. E' di Milano e fa, anzi, faceva, il consulente finanziario in banca. Il suo progetto è quello di stare via per un po', un anno, un anno e mezzo almeno. Anche se ha trent'anni ha già viaggiato tanto, davvero tanto, rispetto a me e a molti che ho incontrato. Si è fatto il Marocco in motorino, arrivando nel sud fino al confine con la Mauritania e vivendo con le famiglie, ha viaggiato per un anno in India e Nepal, Ha visto l'Australia e altri posti lontani che adesso non ricordo. Ne ha viste di tutti i colori, o quasi, ed è una persona entusiasta ma non è un ingenuo. Quando ha finito i soldi o si è stancato torna in Italia e ricomincia a fare il consulente finanziario. Finora lo hanno sempre assunto, lui dice che è un lavoro palloso ma richiesto. A vederlo sembra che si sia appena tolto giacca e cravatta: capelli in ordine, pizzetto curato, occhiali da ufficio. E', e non potrebbe essere altrimenti per i miei gusti, un bravo ragazzo, educato. In pochi giorni abbiamo legato, scoprendo di avere in molti casi gusti simili. Suona la chitarra ed è dello scorpione. A me fa ridere l'immagine dell'impiegato di banca milanese che molla tutto e scappa per fare un viaggio in posti selvaggi come il Lao, ma lui non ha intenzione di fare quello che viaggia a vita. Parlando è venuto fuori che tutti e due proviamo un po' di tristezza verso quegli uomini intorno ai cinquanta che vedi ogni tanto soli al ristorante in questi posti, la pelle bruciata dal sole dei tropici e gli occhi pieni di rughe. Personaggi che sicuramente hanno avuto una vita avventurosa, che hanno viaggiato tantissimo, "ma con cui non farei a cambio", ci siamo detti quasi in coro. Forse, abbiamo concluso, perché veniamo da una cultura come quella italiana, che vede nel formare una famiglia uno degli obiettivi auspicabili per ogni individuo.
(...)
Se può essere una bella sfida viaggiare da solo e ogni tanto provare il brivido di essere l'unico in cui riporre fiducia, evitando quasi il contatto con gli altri viaggiatori, sembra a volte che questi "viaggiatori fuori corso" vengano tenuti lontani dai gruppi dei ragazzotti in viaggio come me.
Sì, mi do del ragazzotto quando ho quasi quarant'anni, lo so. Fa niente.
DAG
L'Italia vista da qui.
Qualche anno fa fece la sua tappa milanese una mostra fotografica dal titolo "La terra vista dal cielo". Le fotografie, in mostra ventiquattr'ore su ventiquattro lungo via Dante in centro a Milano, raffiguravano numerosi paesaggi, alcuni esotici, altri assolutamente comuni per noi, ma tutti resi insoliti dall'inconsueto punto di vista.
Adesso, da qui, ho l'occasione di assistere allo sguardo degli altri sul nostro paese, ho la possibilità di raccogliere commenti e di registrare opinioni su di noi, gli italiani, da parte di chi vive veramente lontano.
Non posso riportare, purtroppo, nessun commento da parte dei laotiani sull'Italia, visto che nella maggior parte dei casi alla domanda "Chiùsmi, ué iù fò?" (Excuse me, where are you from?) e di fronte alla successiva risposta "Italy!" mi guardano come se avessi emesso un suono nuovo. Alcuni tengono gli occhi fissi nei miei aspettando la risposta vera, altri li abbassano scuotendo la testa.
Non hanno mai sentito parlare dell'Italia. La cosa mi sembra di una tenerezza disarmante, perché né io né loro sappiamo cosa dire, a quel punto.
Altri, viaggiatori, turisti, alla parola "Italy!" (che io pronuncio sempre con entusiasmo) hanno differenti reazioni, a seconda della distanza del loro paese d'origine e, ovviamente, delle esperienze personali.
Un capitolo a parte lo meriterebbero i cugini francesi, con cui, dietro ai sorrisi, è sempre in atto un feroce braccio di ferro. Con alcuni è divertente, con quelli più educati. Alcuni sono anche autoironici, ma solo quelli che han viaggiato di più. Lasciando stare il pietoso argomento della coppa del mondo di pallone, che ormai ha stancato tutti, le abitudini degli italiani sono spesso il fulcro dei commenti da parte dei turisti provenienti dall'estero. Non ho mai dovuto assistere alla pietosa frase "ah Italia mafia pizza mandolino" se non una volta, di fronte ad un attempato americano che voleva fare il simpatico. Gli ho risposto con una sola parola. "Bush". Ha cambiato argomento.
A gennaio, in Tennessee, il mio amico Warren mi ha detto: "Prada is off, gone!" Non capivo. Ha insistito nel dirmi che Prada non c'era più, se n'era andata.
Ho provato a pensare di tutto. Prada ha chiuso? Hanno rapito Prada? Non capivo.
Pace, mi dicevo, niente più accessori costosi o sponsor sulle barche.
Intendeva dire Prodi. Si era confuso. Era caduto il governo Prodi.
Tre ragazze finlandesi con cui sto gironzolando in questi giorni per Luang Prabang mi hanno detto che adesso abbiamo "Burlascone again". Una di loro mi ha dato una pacca sulla spalla.
Ma bisogna dire che in generale noi italiani partiamo da una posizione di simpatia che ci mette in vantaggio rispetto agli altri. Certo, con l'euro così forte gli americani si lamentano e pensano automaticamente che siamo tutti ricchi, ma quelli che son stati in Italia (solito percorso, Venezia Firenze Roma Pompei Sicilia) ne conservano un ricordo meraviglioso. Molti mi guardano stupiti e mi dicono: "Ma parli bene l'inglese!" Abbiamo fama di non saper parlare neanche un po' di inglese. Studiamolo, per favore, ragazzi. Dai, non fatemi fare 'ste figure...
Italian noisy people. Rumorosi. Siamo in grado di fare un casino pazzesco, pare che se in un locale c'è una comitiva di italiani tutti si accorgano immediatamente del simpatico gruppetto. Poi mi fanno l'imitazione degli italiani che si chiamano fra di loro :"Mimmoooooooo, Carmeeelooooooo!" Un dubbio color verde padania si fa strada. Siamo tutti così rumorosi?
"Ah, Milano... non ci sono mai stata", mi dice una bellissima australiana. "Com'è?"
"Meravigliosa", rispondo. Lei continua: "E tu vivi nella città o fuori?" "In città. Vicino alla zona della moda. E della futura Expo."
Non ridete e lasciatemi fare lo scemo con l'australiana, per favore.
La parola "moda" fa brillare gli occhi quasi a tutti.
Un tedesco cerca di incasellare e classificare, mi lancia il commento: "Ma Milano siete freddi, gente di sud è più calorosa e comunicativa, parla di più."
E a me viene sempre in mente un commento uscito durante una serata con la mia amica Paola.
"Vai a Corleone a fare due chiacchiere, se ci riesci."
DAG
Adesso, da qui, ho l'occasione di assistere allo sguardo degli altri sul nostro paese, ho la possibilità di raccogliere commenti e di registrare opinioni su di noi, gli italiani, da parte di chi vive veramente lontano.
Non posso riportare, purtroppo, nessun commento da parte dei laotiani sull'Italia, visto che nella maggior parte dei casi alla domanda "Chiùsmi, ué iù fò?" (Excuse me, where are you from?) e di fronte alla successiva risposta "Italy!" mi guardano come se avessi emesso un suono nuovo. Alcuni tengono gli occhi fissi nei miei aspettando la risposta vera, altri li abbassano scuotendo la testa.
Non hanno mai sentito parlare dell'Italia. La cosa mi sembra di una tenerezza disarmante, perché né io né loro sappiamo cosa dire, a quel punto.
Altri, viaggiatori, turisti, alla parola "Italy!" (che io pronuncio sempre con entusiasmo) hanno differenti reazioni, a seconda della distanza del loro paese d'origine e, ovviamente, delle esperienze personali.
Un capitolo a parte lo meriterebbero i cugini francesi, con cui, dietro ai sorrisi, è sempre in atto un feroce braccio di ferro. Con alcuni è divertente, con quelli più educati. Alcuni sono anche autoironici, ma solo quelli che han viaggiato di più. Lasciando stare il pietoso argomento della coppa del mondo di pallone, che ormai ha stancato tutti, le abitudini degli italiani sono spesso il fulcro dei commenti da parte dei turisti provenienti dall'estero. Non ho mai dovuto assistere alla pietosa frase "ah Italia mafia pizza mandolino" se non una volta, di fronte ad un attempato americano che voleva fare il simpatico. Gli ho risposto con una sola parola. "Bush". Ha cambiato argomento.
A gennaio, in Tennessee, il mio amico Warren mi ha detto: "Prada is off, gone!" Non capivo. Ha insistito nel dirmi che Prada non c'era più, se n'era andata.
Ho provato a pensare di tutto. Prada ha chiuso? Hanno rapito Prada? Non capivo.
Pace, mi dicevo, niente più accessori costosi o sponsor sulle barche.
Intendeva dire Prodi. Si era confuso. Era caduto il governo Prodi.
Tre ragazze finlandesi con cui sto gironzolando in questi giorni per Luang Prabang mi hanno detto che adesso abbiamo "Burlascone again". Una di loro mi ha dato una pacca sulla spalla.
Ma bisogna dire che in generale noi italiani partiamo da una posizione di simpatia che ci mette in vantaggio rispetto agli altri. Certo, con l'euro così forte gli americani si lamentano e pensano automaticamente che siamo tutti ricchi, ma quelli che son stati in Italia (solito percorso, Venezia Firenze Roma Pompei Sicilia) ne conservano un ricordo meraviglioso. Molti mi guardano stupiti e mi dicono: "Ma parli bene l'inglese!" Abbiamo fama di non saper parlare neanche un po' di inglese. Studiamolo, per favore, ragazzi. Dai, non fatemi fare 'ste figure...
Italian noisy people. Rumorosi. Siamo in grado di fare un casino pazzesco, pare che se in un locale c'è una comitiva di italiani tutti si accorgano immediatamente del simpatico gruppetto. Poi mi fanno l'imitazione degli italiani che si chiamano fra di loro :"Mimmoooooooo, Carmeeelooooooo!" Un dubbio color verde padania si fa strada. Siamo tutti così rumorosi?
"Ah, Milano... non ci sono mai stata", mi dice una bellissima australiana. "Com'è?"
"Meravigliosa", rispondo. Lei continua: "E tu vivi nella città o fuori?" "In città. Vicino alla zona della moda. E della futura Expo."
Non ridete e lasciatemi fare lo scemo con l'australiana, per favore.
La parola "moda" fa brillare gli occhi quasi a tutti.
Un tedesco cerca di incasellare e classificare, mi lancia il commento: "Ma Milano siete freddi, gente di sud è più calorosa e comunicativa, parla di più."
E a me viene sempre in mente un commento uscito durante una serata con la mia amica Paola.
"Vai a Corleone a fare due chiacchiere, se ci riesci."
DAG
La barca mancata.
L'antica capitale del Lao era Luang Prabang, una città ricchissima di pagode, templi e monumenti di grande importanza storica. Si può arrivare a Luang Prabang con l'aereo, con la barca oppure con il bus. Se, come nel mio caso, vi trovate a dodici ore di distanza via terra, vi conviene prendere l'ultimo autobus, la nottata è un po' scomoda, ma risparmiate una notte in albergo e vi troverete la mattina dopo già sul posto, dopo svariate ore di tornanti. Se, sempre come nel mio caso, di nottata nel bus ne avete appena trascorsa una, senza potervi lavare e senza poter mai abbandonare i bagagli durante il giorno, la seconda nottata proverete sulla vostra pelle che è vero che l'essere umano si può adattare a qualsiasi cosa. Due notti e un giorno con un caldo terribile, senza mai potersi cambiare i vestiti, (braghette e maglietta, con camicia di rinforzo contro l'aria condizionata degli autobus) senza mai potersi lavare i denti, mangiando con attenzione e bevendo l'acqua della bottiglia che diventa calda dopo mezz'ora (la temperatura è costantemente al di sopra dei 40 gradi) mi hanno reso una specie di puzzola con le ciabatte, con due piedi neri degni di un homeless e uno strato di polvere color terra che mi ricopre interamente.
Cosa mi ha spinto a fare due notti in pullman, attraversando il paese in fretta e furia, pur di arrivare a Luang Prabang il più rapidamente possibile? Non lo so.
Una specie di inquietudine, una voglia di cambiare aria per vedere una parte nuova del paese.
Inizialmente il programma di viaggio era diverso: una volta arrivato a Vientiane, a metà strada tra il sud e il nord del paese, volevo imbarcarmi sul battello che risale il Mekong e arriva all'antica capitale, che è a nord, dopo un giorno ed una notte di avventurosa navigazione sul fiume.
Nell'intera Vientiane, la capitale, non esiste nessuno che mi sappia dire qualcosa di concreto sul battello che risale il Mekong. Eppure Alessandro, un ragazzo toscano che avevo incontrato in Vietnam, mi ha scritto una mail dicendomi: se puoi prendi la barca, è meraviglioso!
Le agenzie di viaggio, in grado di procurare biglietti per ogni dove da qualsiasi punto del paese, vagolano nel buio dell'incertezza di fronte alle mie richieste di informazioni. Uno addirittura mi ha fatto arrabbiare. "Non esiste nessuna barca sul Mekong". Gli ho detto che un mio amico un mese prima ci era salito e mi ha risposto: "Mi spiace, ma il tuo amico non è corretto con te". "Eh già", gli ho detto, "forse si è sbagliato. O forse si droga?!" "Può essere" mi ha risposto, sinceramente preoccupato. Fantastico.
Alla fine scopro che la barca, detta slow boat (che vi fa immaginare cosa dev'essere, in una nazione in cui il limite di velocità nei centri urbani è trenta all'ora) parte da un villaggio a quindici chilometri dalla città. Chiedo se è possibile telefonare alla compagnia della slow boat, visto che nessuno sa niente. La compagnia non ha telefono. Praticamente non c'è. Un omino raccoglie i soldi prima che la barca parta e ti lascia passare. Altri omini guidano la barca. Quella è la compagnia della slow boat. Nessuno sa quando parte la barca, alcuni mi dicono la mattina presto. Altri cercano di essere più precisi: la mattina molto presto.
Prendo un tuc tuc dopo una contrattazione selvaggia e mi faccio portare al villaggio da cui parte la barca fantasma. Ho con me tutti i miei averi, valigia, zaino e la mitica borsa coi cagnolini.
Il villaggio coincide con l'imbarcadero, uno spiazzo assolato con cani randagi e pulciosi, un baraccotto con dentro un funzionario sonnacchioso che a qualsiasi mia domanda risponde "No" e due poliziotte nella tipica divisa verde laotiana. Dico al funzionario che vado in fondo al piazzale per chiedere informazioni, faccio cenno alle mie valigie, dicendogli: "Le lascio lì, posso?" "No". "Ok, grazie". Le lascio lo stesso e mi avvio. Le due poliziotte mi si avvicinano, sorridenti. Noto che sono più giovani di me. Una mi chiede in un inglese traballante se mi possono aiutare, le spiego che volevo prendere la prima slow boat per andare a nord e loro mi spiegano che quella di oggi era già partita la mattina molto presto "Quando?" cerco di indagare io e lei mi risponde "Si" (è una congiura?) e poi mi fa capire che la barca non ci sarà neanche l'indomani perché è domenica. Inoltre la barca non arriva a Luang Prabang, ma fino ad un altra città e poi devo prendere il bus. Quanto è distante questa città da Luang Prabang? "Non lo so". Chiedo se nell'ufficio della polizia lì vicino, in cui loro lavorano, c'è una mappa del Lao." No", mi rispondono. "Non ce l'abbiamo, ci dispiace". Sulla mia mappa questa città non è segnata. Praticamente dovrei passare un giorno e due notti in questa gabbia di matti che è il villaggio-imbarcadero, per prendere un battello che non so quando parte e dove arriva.
La poliziotta con cui parlo nota il mio dispiacere, mi guarda negli occhi e sembra capire, poi furtivamente mi indica un gruppo di persone in fondo al piazzale e se ne va agitando la mano a significare: "Io non ti ho detto niente".
Mentre mi dirigo verso il drappello di malconci figuri in fondo al piazzale qualcosa mi suona strano, non sembrano i soliti laotiani. Mi giro e dò un'occhiata alle valigie. Sono ancora là, di fianco al baraccotto di mister No.
Il gruppo a cui mi avvicino gioca rumorosamente intorno ad un tavolo. Chi è a torso nudo sfoggia tatuaggi che ricoprono mezza schiena, o un braccio intero. Capelli lunghi e risate sguaiate. Stanno giocando ad una specie di dama. Le pedine sono tappi di birra Lao, mazzette di banconote sono appoggiate di fianco alla scacchiera.
Qualcuno mi nota, individuo subito il capo della banda, canottiera gialla, cappellino da baseball e sigaretta in mano. Lo saluto in laotiano: "Sabaidee", molto educatamente. Tutti o quasi ridono, alcuni ripetendo "Sabaidee!" in tono canzonatorio. Contrabbandieri. Gente che fa la spola tra la Thailandia e il Lao portando di tutto, compresi oppio e marijuhana (assolutamente vietati in Thailandia) ma che qui viene offerta per le strade, gente che ha messo in piedi un sistema di trasporto alternativo e molto lucroso: la speed boat.
Sulla Lonely Planet, come su molte altre guide, viene detto chiaramente: se prendete la speed boat lo fate esclusivamente a vostro rischio e pericolo. In Lao ultimamente la speed boat è stata vietata. Troppi morti, e quando i morti sono turisti stranieri meglio essere drastici. Le acque del Mekong sono piene di tronchi vaganti e di rocce che affiorano, soprattutto in questa stagione, in cui il fiume è ai livelli minimi. Urtare un tronco o una roccia alla velocità della speed boat significa schizzare per aria e lasciarci le penne.
Per darvi un'idea del mezzo: Io sarei arrivato percorrendo il Mekong solo fino a metà strada in un giorno e una notte. La speed boat mi avrebbe portato a destinazione completa, Luang Prabang, in tre ore.
Rinforzo il concetto: in un paese in cui il casco non è obbligatorio, neanche sulle moto più grosse, i piloti delle speed boat fanno indossare il casco integrale ad ognuno dei passeggeri. Durante le tre ore di "navigazione" non ci si ferma mai, non si può sollevare la testa perché si viaggia sdraiati a pancia in giù e i bagagli fanno da ammortizzatori tra i passeggeri e il fondo della barca. Del missile, anzi.
Ho chiesto al capo della banda quanto mi sarebbe costato, giusto per curiosità. Ha scarabocchiato qualcosa su un foglio poi me lo ha passato. 400 dollari. "EEEH?" Mi son messo a ridere. "Con 400 dollari ti compro la barca!" gli ho risposto. "Non credo" mi ha detto lui piantato di fronte a me a gambe larghe, mento all'insù e occhi a fessura. "Fammela vedere" gli ho detto io, in tono di sfida e aggiungendo un rutto, così, per facilitare la comunicazione e metterlo a suo agio.
Si è sporto dalla balaustra in bambù e ha guardato in basso, invitandomi a fare lo stesso.
Sono rimasto senza parole. Una scheggia, larga non più di cinquanta centimetri, era ormeggiata sotto di me, al riparo di alcuni cespugli. La scheggia sarà stata lunga quattro metri, e terminava con una punta lunga e acuta. A poppa, circondato da un groviglio di tubature e cavi, un mostruoso motore assolutamente sproporzionato sembrava essere stato posato sulla esile imbarcazione quasi per scherzo, più per farla affondare che per muoverla. La poppa della speed boat è sotto il livello dell'acqua, quando la barca è ferma, per il peso del motore. Sembrava la cosa più lontana dal concetto di barca che io avessi mai visto.
Mai e poi mai mi affiderei ad una cosa del genere.
Non fatelo, se dovesse capitarvi l'occasione, anche perché in questo modo si perderebbe il piacere di vedere il paese dal punto di vista di chi naviga il fiume. Dalla speed boat non ci si gode certo il paesaggio!
Ripresi i bagagli, sono andato alla stazione degli autobus, e mi son rassegnato ad arrivare a Luang Prabang via terra.
Ieri, con un banale tour organizzato, sono andato a vedere le grotte "dei seimila Buddha" sul Mekong. Da bravi turisti si prende la barchetta e si va verso le grotte in un'ora di sonnolenta navigazione, col motore che borbotta. Ad un certo punto un urlo lontano ha fatto voltare tutti. Tempo di girarsi e l'urlo era già di fianco a noi, un urlo meccanico. Una speed boat ci era appena passata di fianco a tutta velocità. Quando il muro d'acqua sollevato dal motore è ricaduto spruzzandoci tutti la speed boat era già lontana, il folle urlo meccanico la seguiva.
DAG
Cosa mi ha spinto a fare due notti in pullman, attraversando il paese in fretta e furia, pur di arrivare a Luang Prabang il più rapidamente possibile? Non lo so.
Una specie di inquietudine, una voglia di cambiare aria per vedere una parte nuova del paese.
Inizialmente il programma di viaggio era diverso: una volta arrivato a Vientiane, a metà strada tra il sud e il nord del paese, volevo imbarcarmi sul battello che risale il Mekong e arriva all'antica capitale, che è a nord, dopo un giorno ed una notte di avventurosa navigazione sul fiume.
Nell'intera Vientiane, la capitale, non esiste nessuno che mi sappia dire qualcosa di concreto sul battello che risale il Mekong. Eppure Alessandro, un ragazzo toscano che avevo incontrato in Vietnam, mi ha scritto una mail dicendomi: se puoi prendi la barca, è meraviglioso!
Le agenzie di viaggio, in grado di procurare biglietti per ogni dove da qualsiasi punto del paese, vagolano nel buio dell'incertezza di fronte alle mie richieste di informazioni. Uno addirittura mi ha fatto arrabbiare. "Non esiste nessuna barca sul Mekong". Gli ho detto che un mio amico un mese prima ci era salito e mi ha risposto: "Mi spiace, ma il tuo amico non è corretto con te". "Eh già", gli ho detto, "forse si è sbagliato. O forse si droga?!" "Può essere" mi ha risposto, sinceramente preoccupato. Fantastico.
Alla fine scopro che la barca, detta slow boat (che vi fa immaginare cosa dev'essere, in una nazione in cui il limite di velocità nei centri urbani è trenta all'ora) parte da un villaggio a quindici chilometri dalla città. Chiedo se è possibile telefonare alla compagnia della slow boat, visto che nessuno sa niente. La compagnia non ha telefono. Praticamente non c'è. Un omino raccoglie i soldi prima che la barca parta e ti lascia passare. Altri omini guidano la barca. Quella è la compagnia della slow boat. Nessuno sa quando parte la barca, alcuni mi dicono la mattina presto. Altri cercano di essere più precisi: la mattina molto presto.
Prendo un tuc tuc dopo una contrattazione selvaggia e mi faccio portare al villaggio da cui parte la barca fantasma. Ho con me tutti i miei averi, valigia, zaino e la mitica borsa coi cagnolini.
Il villaggio coincide con l'imbarcadero, uno spiazzo assolato con cani randagi e pulciosi, un baraccotto con dentro un funzionario sonnacchioso che a qualsiasi mia domanda risponde "No" e due poliziotte nella tipica divisa verde laotiana. Dico al funzionario che vado in fondo al piazzale per chiedere informazioni, faccio cenno alle mie valigie, dicendogli: "Le lascio lì, posso?" "No". "Ok, grazie". Le lascio lo stesso e mi avvio. Le due poliziotte mi si avvicinano, sorridenti. Noto che sono più giovani di me. Una mi chiede in un inglese traballante se mi possono aiutare, le spiego che volevo prendere la prima slow boat per andare a nord e loro mi spiegano che quella di oggi era già partita la mattina molto presto "Quando?" cerco di indagare io e lei mi risponde "Si" (è una congiura?) e poi mi fa capire che la barca non ci sarà neanche l'indomani perché è domenica. Inoltre la barca non arriva a Luang Prabang, ma fino ad un altra città e poi devo prendere il bus. Quanto è distante questa città da Luang Prabang? "Non lo so". Chiedo se nell'ufficio della polizia lì vicino, in cui loro lavorano, c'è una mappa del Lao." No", mi rispondono. "Non ce l'abbiamo, ci dispiace". Sulla mia mappa questa città non è segnata. Praticamente dovrei passare un giorno e due notti in questa gabbia di matti che è il villaggio-imbarcadero, per prendere un battello che non so quando parte e dove arriva.
La poliziotta con cui parlo nota il mio dispiacere, mi guarda negli occhi e sembra capire, poi furtivamente mi indica un gruppo di persone in fondo al piazzale e se ne va agitando la mano a significare: "Io non ti ho detto niente".
Mentre mi dirigo verso il drappello di malconci figuri in fondo al piazzale qualcosa mi suona strano, non sembrano i soliti laotiani. Mi giro e dò un'occhiata alle valigie. Sono ancora là, di fianco al baraccotto di mister No.
Il gruppo a cui mi avvicino gioca rumorosamente intorno ad un tavolo. Chi è a torso nudo sfoggia tatuaggi che ricoprono mezza schiena, o un braccio intero. Capelli lunghi e risate sguaiate. Stanno giocando ad una specie di dama. Le pedine sono tappi di birra Lao, mazzette di banconote sono appoggiate di fianco alla scacchiera.
Qualcuno mi nota, individuo subito il capo della banda, canottiera gialla, cappellino da baseball e sigaretta in mano. Lo saluto in laotiano: "Sabaidee", molto educatamente. Tutti o quasi ridono, alcuni ripetendo "Sabaidee!" in tono canzonatorio. Contrabbandieri. Gente che fa la spola tra la Thailandia e il Lao portando di tutto, compresi oppio e marijuhana (assolutamente vietati in Thailandia) ma che qui viene offerta per le strade, gente che ha messo in piedi un sistema di trasporto alternativo e molto lucroso: la speed boat.
Sulla Lonely Planet, come su molte altre guide, viene detto chiaramente: se prendete la speed boat lo fate esclusivamente a vostro rischio e pericolo. In Lao ultimamente la speed boat è stata vietata. Troppi morti, e quando i morti sono turisti stranieri meglio essere drastici. Le acque del Mekong sono piene di tronchi vaganti e di rocce che affiorano, soprattutto in questa stagione, in cui il fiume è ai livelli minimi. Urtare un tronco o una roccia alla velocità della speed boat significa schizzare per aria e lasciarci le penne.
Per darvi un'idea del mezzo: Io sarei arrivato percorrendo il Mekong solo fino a metà strada in un giorno e una notte. La speed boat mi avrebbe portato a destinazione completa, Luang Prabang, in tre ore.
Rinforzo il concetto: in un paese in cui il casco non è obbligatorio, neanche sulle moto più grosse, i piloti delle speed boat fanno indossare il casco integrale ad ognuno dei passeggeri. Durante le tre ore di "navigazione" non ci si ferma mai, non si può sollevare la testa perché si viaggia sdraiati a pancia in giù e i bagagli fanno da ammortizzatori tra i passeggeri e il fondo della barca. Del missile, anzi.
Ho chiesto al capo della banda quanto mi sarebbe costato, giusto per curiosità. Ha scarabocchiato qualcosa su un foglio poi me lo ha passato. 400 dollari. "EEEH?" Mi son messo a ridere. "Con 400 dollari ti compro la barca!" gli ho risposto. "Non credo" mi ha detto lui piantato di fronte a me a gambe larghe, mento all'insù e occhi a fessura. "Fammela vedere" gli ho detto io, in tono di sfida e aggiungendo un rutto, così, per facilitare la comunicazione e metterlo a suo agio.
Si è sporto dalla balaustra in bambù e ha guardato in basso, invitandomi a fare lo stesso.
Sono rimasto senza parole. Una scheggia, larga non più di cinquanta centimetri, era ormeggiata sotto di me, al riparo di alcuni cespugli. La scheggia sarà stata lunga quattro metri, e terminava con una punta lunga e acuta. A poppa, circondato da un groviglio di tubature e cavi, un mostruoso motore assolutamente sproporzionato sembrava essere stato posato sulla esile imbarcazione quasi per scherzo, più per farla affondare che per muoverla. La poppa della speed boat è sotto il livello dell'acqua, quando la barca è ferma, per il peso del motore. Sembrava la cosa più lontana dal concetto di barca che io avessi mai visto.
Mai e poi mai mi affiderei ad una cosa del genere.
Non fatelo, se dovesse capitarvi l'occasione, anche perché in questo modo si perderebbe il piacere di vedere il paese dal punto di vista di chi naviga il fiume. Dalla speed boat non ci si gode certo il paesaggio!
Ripresi i bagagli, sono andato alla stazione degli autobus, e mi son rassegnato ad arrivare a Luang Prabang via terra.
Ieri, con un banale tour organizzato, sono andato a vedere le grotte "dei seimila Buddha" sul Mekong. Da bravi turisti si prende la barchetta e si va verso le grotte in un'ora di sonnolenta navigazione, col motore che borbotta. Ad un certo punto un urlo lontano ha fatto voltare tutti. Tempo di girarsi e l'urlo era già di fianco a noi, un urlo meccanico. Una speed boat ci era appena passata di fianco a tutta velocità. Quando il muro d'acqua sollevato dal motore è ricaduto spruzzandoci tutti la speed boat era già lontana, il folle urlo meccanico la seguiva.
DAG
Villaggi sperduti 2.
La televisione è arrivata solo in parte a rovinare questi posti, la si può vedere solo di sera quando c'è la corrente. Spesso si riesce a prendere solo un canale thailandese, oppure un canale laotiano che trasmette video musicali. Quasi tutti i video musicali sono accompagnati dal testo scritto della canzone e le ragazze si divertono, appena ne hanno la possibilità, a prendere un microfono in mano e cantare seguendo le parole. Questo viene fatto in compagnia o anche quando sono da sole. Dev'essere una cosa che le rilassa o le diverte molto. Se vengono sorprese si vergognano e ridono, ma non per questo smettono.
Il video musicale, legato all'idea di karaoke, ha in Asia una diffusione enorme. Di solito la canzone è melodica, parla di un amore triste che poi finisce bene. Le situazioni ritraggono la vita comune di questi posti: Lui fa il meccanico e la pensa sognante, lei lavora in ufficio e non può rispondere alle telefonate di lui perché il capo la vessa, lui pensa che lei non lo ami più e si dispera. Va sotto casa di lei mentre imperversa il diluvio (nelle scene tristi c'è sempre la pioggia) e vede che lei non c'è. Disperato, cade in ginocchio incurante dell'acquazzone che lo bagna tutto e si dispera ancora di più. Poi lei arriva dall'ufficio in bicicletta, lo vede, lascia cadere la bici e corre ad abbracciarlo. II video sfuma con loro che si guardano felici.
Ma torniamo allo sterrato paesino, pieno di polli e bambini.
E' inevitabile seguire i ritmi del villaggio in cui ci si trova, perché una volta calate le tenebre, ovvero quando l'ultimo generatore si è spento, la cosa migliore da fare è andare a letto, ben protetti dalla zanzariera. Andare in giro per il paese con una torcia accesa significherebbe attirare i milioni e milioni di insetti in cerca di una sorgente di luce. E siccome alcuni arrivano con la grazia di una sassata il piacere di una romantica passeggiata passerebbe in secondo piano. Oltre al dubbio piacere di passeggiare in un paesino in cui nessuno è più in giro per strada, solo i cani randagi.
In questi villaggi la gente si sveglia la mattina presto e si alza col sole, che quasi sempre è nascosto dietro una spessa bruma dovuta all'umidità notturna.
Io pure mi alzo presto, perché la sera vado a letto alle nove.
Accesi i fuochi e cominciata a scaldare l'acqua per fare la zuppa, parte la processione dei monaci che fanno la questua di casa in casa, con la ciotola per raccogliere il riso. Quasi tutte le case del paese offrono qualcosa, soprattutto riso, poi si mangia. Nel villaggio di Pha Pho ogni famiglia mangia nel cortile di casa propria, a Mouong Ngoi vengono allestiti tavolini lungo la strada sterrata che divide il villaggio in due e la gente mangia sulle panche, gomito a gomito. Giovani, anziani, studenti con l'impeccabile camicia bianca e muratori a torso nudo dalla pelle scura e i capelli impolverati, ragazze dall'aspetto giovanissimo che mangiano la zuppa mentre allattano il figlio, la camicetta alzata quanto basta per permettere l'allattamento. La donnina che ha fatto la zuppa la distribuisce in porzioni e impila le ciotole da lavare. Periodicamente la figlia prende la cesta con le stoviglie, va al fiume, lava e torna su.
Le attività della giornata occupano ciascuno degli abitanti del villaggio. L'attività non è frenetica ma è costante, fino alle otto di sera circa. Una buona parte della giornata viene utilizzata per conversare. La sera dopo cena (i laotiani cenano verso le cinque e mezza) gli uomini giocano a carte e bevono lao lao, il whisky locale, a metà strada fra la tequila e la senza piombo con pochi ottani.
I rapporti con noi, i falàng, sono molto distesi, anche se incentrati sulla enorme curiosità che suscitiamo nei locali. Ci studiano con curiosità da entomologi. A Pha Pho un ragazzo mi ha pizzicato i peli delle gambe e mi ha guardato con stupore, poi ha alzato il pollice e con ammirazione ha detto: "Gùs!" (Good!) per significarmi che apprezzava che io avessi i peli sulle gambe. Lo stesso tipo di curiosità lo ha avuto una ragazza in un altro villaggio. Mi ha scostato la camicia davanti e ha guardato sul petto. Poi ha fatto un commento con le amiche del tipo: "Quanti peli!" e tutti siamo scoppiati a ridere. Non hanno inibizioni nel contatto fisico, ma neppure lo fanno con intenti maliziosi o sessuali. Ci studiano, ecco tutto.
Calano le tenebre e le persone che camminano per il paese sono sempre di meno. Tutti, nel paese, sono in grado di camminare al buio, conoscono ogni pietra del posto. Se da lontano si vede una luce che si sposta, quello è un turista.
Le ore della notte sono dominate da presenze in movimento: rumori, ronzii, ticchettii, a volte tonfi di qualcosa che cade dall'albero sul tetto in lamiera. In questi villaggetti è meglio prendere sistemazioni in legno, non troppo protette dalla luce del giorno. Animali selvatici o insetti potrebbero sentirsi troppo protetti da una stanza in cemento e farvi la tana.
DAG
Il video musicale, legato all'idea di karaoke, ha in Asia una diffusione enorme. Di solito la canzone è melodica, parla di un amore triste che poi finisce bene. Le situazioni ritraggono la vita comune di questi posti: Lui fa il meccanico e la pensa sognante, lei lavora in ufficio e non può rispondere alle telefonate di lui perché il capo la vessa, lui pensa che lei non lo ami più e si dispera. Va sotto casa di lei mentre imperversa il diluvio (nelle scene tristi c'è sempre la pioggia) e vede che lei non c'è. Disperato, cade in ginocchio incurante dell'acquazzone che lo bagna tutto e si dispera ancora di più. Poi lei arriva dall'ufficio in bicicletta, lo vede, lascia cadere la bici e corre ad abbracciarlo. II video sfuma con loro che si guardano felici.
Ma torniamo allo sterrato paesino, pieno di polli e bambini.
E' inevitabile seguire i ritmi del villaggio in cui ci si trova, perché una volta calate le tenebre, ovvero quando l'ultimo generatore si è spento, la cosa migliore da fare è andare a letto, ben protetti dalla zanzariera. Andare in giro per il paese con una torcia accesa significherebbe attirare i milioni e milioni di insetti in cerca di una sorgente di luce. E siccome alcuni arrivano con la grazia di una sassata il piacere di una romantica passeggiata passerebbe in secondo piano. Oltre al dubbio piacere di passeggiare in un paesino in cui nessuno è più in giro per strada, solo i cani randagi.
In questi villaggi la gente si sveglia la mattina presto e si alza col sole, che quasi sempre è nascosto dietro una spessa bruma dovuta all'umidità notturna.
Io pure mi alzo presto, perché la sera vado a letto alle nove.
Accesi i fuochi e cominciata a scaldare l'acqua per fare la zuppa, parte la processione dei monaci che fanno la questua di casa in casa, con la ciotola per raccogliere il riso. Quasi tutte le case del paese offrono qualcosa, soprattutto riso, poi si mangia. Nel villaggio di Pha Pho ogni famiglia mangia nel cortile di casa propria, a Mouong Ngoi vengono allestiti tavolini lungo la strada sterrata che divide il villaggio in due e la gente mangia sulle panche, gomito a gomito. Giovani, anziani, studenti con l'impeccabile camicia bianca e muratori a torso nudo dalla pelle scura e i capelli impolverati, ragazze dall'aspetto giovanissimo che mangiano la zuppa mentre allattano il figlio, la camicetta alzata quanto basta per permettere l'allattamento. La donnina che ha fatto la zuppa la distribuisce in porzioni e impila le ciotole da lavare. Periodicamente la figlia prende la cesta con le stoviglie, va al fiume, lava e torna su.
Le attività della giornata occupano ciascuno degli abitanti del villaggio. L'attività non è frenetica ma è costante, fino alle otto di sera circa. Una buona parte della giornata viene utilizzata per conversare. La sera dopo cena (i laotiani cenano verso le cinque e mezza) gli uomini giocano a carte e bevono lao lao, il whisky locale, a metà strada fra la tequila e la senza piombo con pochi ottani.
I rapporti con noi, i falàng, sono molto distesi, anche se incentrati sulla enorme curiosità che suscitiamo nei locali. Ci studiano con curiosità da entomologi. A Pha Pho un ragazzo mi ha pizzicato i peli delle gambe e mi ha guardato con stupore, poi ha alzato il pollice e con ammirazione ha detto: "Gùs!" (Good!) per significarmi che apprezzava che io avessi i peli sulle gambe. Lo stesso tipo di curiosità lo ha avuto una ragazza in un altro villaggio. Mi ha scostato la camicia davanti e ha guardato sul petto. Poi ha fatto un commento con le amiche del tipo: "Quanti peli!" e tutti siamo scoppiati a ridere. Non hanno inibizioni nel contatto fisico, ma neppure lo fanno con intenti maliziosi o sessuali. Ci studiano, ecco tutto.
Calano le tenebre e le persone che camminano per il paese sono sempre di meno. Tutti, nel paese, sono in grado di camminare al buio, conoscono ogni pietra del posto. Se da lontano si vede una luce che si sposta, quello è un turista.
Le ore della notte sono dominate da presenze in movimento: rumori, ronzii, ticchettii, a volte tonfi di qualcosa che cade dall'albero sul tetto in lamiera. In questi villaggetti è meglio prendere sistemazioni in legno, non troppo protette dalla luce del giorno. Animali selvatici o insetti potrebbero sentirsi troppo protetti da una stanza in cemento e farvi la tana.
DAG
Villaggi sperduti 1.
Il Lao può davvero essere davvero un posto speciale. Se ad una prima impressione può sembrare che non ci sia granché da vedere o da fare, quando si arriva nei centri più isolati si capisce che quella è la vera parte preziosa del paese.
Si esce dal percorso che collega una città all'altra e le strade diventano subito sterrate; le case, quasi sempre piccolissime, hanno pareti di bambù intrecciato e tetti di paglia, sono sorrette da pali in legno e spesso appaiono tragicamente storte.
Polli, maiali e cani circondano la casa, bufali percorrono le vie del paese (quasi sempre una sola) e una miriade di bambini, vestiti, nudi, vestiti a metà, si rincorrono dentro e fuori abitazioni e cortili, si fermano a guardarci, due o più dita infangate in bocca; si vede che suscitiamo domande nei loro giovani cervelli. Le donne anziane camminano con cautela, un piede messo davanti all'altro con circospezione, a volte curve in modo estremo per gli anni di lavoro nelle risaie. Ci vedono, alzano la testa verso di noi e sorridenti la scuotono su e giù. Non gli serve l'inglese, aprono la bocca sdentata ma non emettono nessun suono, gli occhietti vispi parlano al posto loro. Ci seguono con gli occhi per un po', poi se ne vanno per la loro strada. I ragazzini sono fonte costante di saluti e richiami al nostro indirizzo. Giocano. Con poco. Una tanica legata ad uno spago è una macchinina da corsa, la palla di vimini intrecciato e il bastone per spingere una ruota sono i giocattoli più comuni. Ci vedono passare davanti alla casa e ci salutano, gli rispondiamo: "Sabaidee". Poi arrivano altri che ci salutano e vogliono essere salutati anche loro. Poi altri che erano in casa si affacciano, scoprono la novità entusiasmante del "falàng" che sta passando e corrono fuori per fare lo stesso, in un crescendo di strilli e risate.
I ragazzi e la ragazze più grandi, invece, hanno sviluppato, ovviamente, alcune inibizioni sociali in più, ma non molte. Se da un lato è bello sapere che c'è una parte del mondo in cui le ragazze ti salutano con un sorriso anche se non ti hanno mai visto, è interessante vedere come i gruppi di ragazzi intorno ai sedici - vent'anni ti guardino seri, seguendoti con lo sguardo torvo, tutti fieri nelle loro magliette con i teschi e le scritte più cattive e fosforescenti o dorate, ma poi si aprano anche loro in un saluto educato e sorridente quando gli rivolgiamo il nostro buongiorno.
L'altro giorno una ragazza poco distante da noi si è accucciata in un prato e ha fatto pipì, incurante di poter essere vista. In alcuni villaggi al nord gli uomini fanno la doccia nudi e all'aperto. Le donne del villaggio di solito, appena prima del tramonto, vanno a lavare i panni al fiume, poi si insaponano e si lavano slacciando la stoffa con cui si coprono solitamente e che fa loro da gonna.
Gli uomini pescano e si lavano (o lavano i panni anche loro) accanto alle donne. Tutti vivono a stretto contatto con il fiume, ma nessuno ha un costume da bagno. Gli uomini che pescano o lavorano nel fiume passano la giornata in mutande. Hanno questi slip in cotone che usano come costume da bagno. Con l'acqua la mutanda diventa molle, se casca la tirano sù, senza farsi troppi problemi e senza malizia nei gesti o negli sguardi.
Nel villaggio di Muong Ngoi la vita scorre tranquilla, i viaggiatori che arrivano qui cercano esattamente questo tipo di atmosfera, la speranza è che il posto non cambi. Non tanto in fretta, almeno.
Una costante, assurda e triste allo stesso tempo, è data dalla presenza di enormi bombe esplose lungo le strade dei villaggi. Pensare che questi posti, i più pacifici e simpatici che io abbia mai visto in vita mia, siano stati bombardati, e con bombe così grosse, mi sembra una cosa totalmente assurda e barbaramente insensata.
Gli abitanti di Muong Ngoi hanno riutilizzato le bombe nel modo più saggio e disincantato: come pareti di contenimento delle aiuole, come decorazione degli ingressi ai cortili delle case. Una mezza bomba era utilizzata come vaso: era piena di fiori.
Il posto in cui vado a mangiare (non mi sento di chiamarlo ristorante) è costituito da una panca lunga e da un tavolo messi al riparo di una tettoia in bambù. In fondo al tavolo, per terra, ci sono i fuochi, vasi di terracotta con le braci di legna sempre accese. A lato sta il tavolo per cucinare, sotto il tavolo, per terra, cipolle, patate, cavoli. Appesi alla parete in bambù, annerita dal fumo delle braci, stanno coltelli e pesci arrostiti o seccati al sole. La donnina che vi lavora di giorno e vi dorme di notte con la famiglia è in miniatura, in scala con il posto. Ogni tanto scaccia i polli o le papere che razzolano tra i piedi dei commensali. Quando un cane si infiltra fra le papere, affamato, la donnina lo scaccia e poi ride, vedendo che seguiamo la scena.
L'altro giorno, prima di partire ho chiesto alla donnina il riso col pollo. "Aspetta un attimo" mi ha detto, ed è sparita dietro alla parete di bambù. Avevo un po' fretta perché la mia barca sarebbe partita poco dopo. La donnina non torna, a me viene il sospetto di cosa stia facendo.Riappare dopo venti minuti circa, un po' trafelata. "Scusa", mi dice. "No pollo. Il pollo mi è scappato e non te lo posso cucinare. Non son più riuscita a riprenderlo. Vuoi il riso col cavolo? E' buono!" Trovo la cosa fantastica e cercando di restare serio le dico che va bene, mi piace il riso col cavolo. Spero che il cavolo non scappi. Mentre la donnina cucina penso al povero pollo, allo spavento che dev'essersi preso e rido da solo, seduto al nanotavolo. Mi sembra tutto assurdo e bellissimo insieme.
Ma il momento di partire si avvicina. Non ho il tempo di mangiarlo, il mio riso. Nessun problema, la donna capisce, rovescia il contenuto del mio piatto in un sacchetto di plastica qualsiasi, lo annoda e me lo da. Parto col mio sacchettino bello caldo in mano, lo mangerò lungo il tragitto in barca, con le mie bacchette personali.
DAG
Si esce dal percorso che collega una città all'altra e le strade diventano subito sterrate; le case, quasi sempre piccolissime, hanno pareti di bambù intrecciato e tetti di paglia, sono sorrette da pali in legno e spesso appaiono tragicamente storte.
Polli, maiali e cani circondano la casa, bufali percorrono le vie del paese (quasi sempre una sola) e una miriade di bambini, vestiti, nudi, vestiti a metà, si rincorrono dentro e fuori abitazioni e cortili, si fermano a guardarci, due o più dita infangate in bocca; si vede che suscitiamo domande nei loro giovani cervelli. Le donne anziane camminano con cautela, un piede messo davanti all'altro con circospezione, a volte curve in modo estremo per gli anni di lavoro nelle risaie. Ci vedono, alzano la testa verso di noi e sorridenti la scuotono su e giù. Non gli serve l'inglese, aprono la bocca sdentata ma non emettono nessun suono, gli occhietti vispi parlano al posto loro. Ci seguono con gli occhi per un po', poi se ne vanno per la loro strada. I ragazzini sono fonte costante di saluti e richiami al nostro indirizzo. Giocano. Con poco. Una tanica legata ad uno spago è una macchinina da corsa, la palla di vimini intrecciato e il bastone per spingere una ruota sono i giocattoli più comuni. Ci vedono passare davanti alla casa e ci salutano, gli rispondiamo: "Sabaidee". Poi arrivano altri che ci salutano e vogliono essere salutati anche loro. Poi altri che erano in casa si affacciano, scoprono la novità entusiasmante del "falàng" che sta passando e corrono fuori per fare lo stesso, in un crescendo di strilli e risate.
I ragazzi e la ragazze più grandi, invece, hanno sviluppato, ovviamente, alcune inibizioni sociali in più, ma non molte. Se da un lato è bello sapere che c'è una parte del mondo in cui le ragazze ti salutano con un sorriso anche se non ti hanno mai visto, è interessante vedere come i gruppi di ragazzi intorno ai sedici - vent'anni ti guardino seri, seguendoti con lo sguardo torvo, tutti fieri nelle loro magliette con i teschi e le scritte più cattive e fosforescenti o dorate, ma poi si aprano anche loro in un saluto educato e sorridente quando gli rivolgiamo il nostro buongiorno.
L'altro giorno una ragazza poco distante da noi si è accucciata in un prato e ha fatto pipì, incurante di poter essere vista. In alcuni villaggi al nord gli uomini fanno la doccia nudi e all'aperto. Le donne del villaggio di solito, appena prima del tramonto, vanno a lavare i panni al fiume, poi si insaponano e si lavano slacciando la stoffa con cui si coprono solitamente e che fa loro da gonna.
Gli uomini pescano e si lavano (o lavano i panni anche loro) accanto alle donne. Tutti vivono a stretto contatto con il fiume, ma nessuno ha un costume da bagno. Gli uomini che pescano o lavorano nel fiume passano la giornata in mutande. Hanno questi slip in cotone che usano come costume da bagno. Con l'acqua la mutanda diventa molle, se casca la tirano sù, senza farsi troppi problemi e senza malizia nei gesti o negli sguardi.
Nel villaggio di Muong Ngoi la vita scorre tranquilla, i viaggiatori che arrivano qui cercano esattamente questo tipo di atmosfera, la speranza è che il posto non cambi. Non tanto in fretta, almeno.
Una costante, assurda e triste allo stesso tempo, è data dalla presenza di enormi bombe esplose lungo le strade dei villaggi. Pensare che questi posti, i più pacifici e simpatici che io abbia mai visto in vita mia, siano stati bombardati, e con bombe così grosse, mi sembra una cosa totalmente assurda e barbaramente insensata.
Gli abitanti di Muong Ngoi hanno riutilizzato le bombe nel modo più saggio e disincantato: come pareti di contenimento delle aiuole, come decorazione degli ingressi ai cortili delle case. Una mezza bomba era utilizzata come vaso: era piena di fiori.
Il posto in cui vado a mangiare (non mi sento di chiamarlo ristorante) è costituito da una panca lunga e da un tavolo messi al riparo di una tettoia in bambù. In fondo al tavolo, per terra, ci sono i fuochi, vasi di terracotta con le braci di legna sempre accese. A lato sta il tavolo per cucinare, sotto il tavolo, per terra, cipolle, patate, cavoli. Appesi alla parete in bambù, annerita dal fumo delle braci, stanno coltelli e pesci arrostiti o seccati al sole. La donnina che vi lavora di giorno e vi dorme di notte con la famiglia è in miniatura, in scala con il posto. Ogni tanto scaccia i polli o le papere che razzolano tra i piedi dei commensali. Quando un cane si infiltra fra le papere, affamato, la donnina lo scaccia e poi ride, vedendo che seguiamo la scena.
L'altro giorno, prima di partire ho chiesto alla donnina il riso col pollo. "Aspetta un attimo" mi ha detto, ed è sparita dietro alla parete di bambù. Avevo un po' fretta perché la mia barca sarebbe partita poco dopo. La donnina non torna, a me viene il sospetto di cosa stia facendo.Riappare dopo venti minuti circa, un po' trafelata. "Scusa", mi dice. "No pollo. Il pollo mi è scappato e non te lo posso cucinare. Non son più riuscita a riprenderlo. Vuoi il riso col cavolo? E' buono!" Trovo la cosa fantastica e cercando di restare serio le dico che va bene, mi piace il riso col cavolo. Spero che il cavolo non scappi. Mentre la donnina cucina penso al povero pollo, allo spavento che dev'essersi preso e rido da solo, seduto al nanotavolo. Mi sembra tutto assurdo e bellissimo insieme.
Ma il momento di partire si avvicina. Non ho il tempo di mangiarlo, il mio riso. Nessun problema, la donna capisce, rovescia il contenuto del mio piatto in un sacchetto di plastica qualsiasi, lo annoda e me lo da. Parto col mio sacchettino bello caldo in mano, lo mangerò lungo il tragitto in barca, con le mie bacchette personali.
DAG
Il ringhio dell'elefante.
Non so come dirvelo. Ve lo dico e basta, facciamo così.
Parlando con gente che ha avuto molte esperienze con gli elefanti ho scoperto che quando un elefante emette il verso che tanto mi ha spaventato vuol dire che è contento.
Un po' come fare le fusa per il gatto.
Solo che è un gatto di sei tonnellate.
No comment, please.
DAG
Parlando con gente che ha avuto molte esperienze con gli elefanti ho scoperto che quando un elefante emette il verso che tanto mi ha spaventato vuol dire che è contento.
Un po' come fare le fusa per il gatto.
Solo che è un gatto di sei tonnellate.
No comment, please.
DAG
giovedì 17 aprile 2008
L'elefante.
Ho appena trovato una sistemazione nel villaggio di Pha Pho, dove mr. Bhom, il classico signore tuttofare (una figura comune anche nei nostri paesi più piccoli) affitta camere ai viandanti. Mr. Bhom, che parla un po' di francese, vive con la famiglia nella casa accanto, ma forse la sua famiglia si estende anche alle altre due case adiacenti. Tra figli e nipoti saranno una trentina di persone. E' anche il medico e il farmacista del paese, nonché veterinario.
Due sono le figlie che lavorano alla guesthouse, una parlicchia inglese, si chiama Dubi e fa da mangiare. Malissimo. Prima faceva la maestra nella scuola di Pakxé, la città più vicina.
L'altra non parla mai, sorride sempre e deve aver avuto un grave problema o subito un brutto incidente, perché ha il setto nasale sfondato e un occhio chiuso, la faccia deformata. E' la più simpatica, mi fa dei gran sorrisoni quando la saluto la mattina in laotiano, dicendole "Sabaidee!" Si inchina e ride.
Il signor Bhom mi parla della birra Lao, mentre mangio il terribile pastone zuccheroso preparatomi dalla sciagurata figlia (ma non poteva restare a fare la maestra? C'è tanto bisogno di istruzione, nel mondo...) e mi dice che è così buona perché per farla ci mettono dentro il riso e la frutta, mentre nelle altre birre non mettono neanche un po' di riso, solo la frutta.
Non si è mai finito di imparare...
Mentre mi parla vedo che brandeggia una siringa. Si china e fa un'iniezione nella pancia ad un altro signore, più anziano, che era sdraiato in silenzio su una panca. Io, aiutato dal delizioso pranzetto, ho un urto di vomito. Mi giro dall'altra parte.
Hai voluto andare nei villaggi in cerca della vita selvatica? Beccatela, adesso, e divertiti.
Mr Bhom mi dice che intorno al villaggio non c'è niente, solo campi, e più lontano, la giungla. "Bello!" dico io, "E come si può andare nella giungla?" "Con l'elefante".
Mi spiega che lui e un suo amico hanno un paio di elefanti, con cui trasportano i tronchi più pesanti per costruire le case, e che se voglio posso andare a fare un giro. Ovviamente accompagnato dal suo amico. Nove dollari. Ok, affare fatto.
Nel frattempo sono molto incuriosito dalla presenza di elefanti nella zona, decido di andare a vederli da vicino. Mr Bhom mi indica un campo, un campo immenso, diviso in due da una strada sterrata che si estende a perdita d'occhio.
Mi incammino per la strada, e ad un certo punto individuo due bestioni, lontani lontani, che ciondolano le proboscidi nel sole torrido, con movimenti lenti.
Mi avvicino sempre di più, esco dalla strada e mi inoltro nel campo. Vento e nessun altro rumore, a parte i campanacci al collo dei due giganti. I bestioni diventano sempre più grossi. Mi hanno visto da tempo, ogni tanto sbattono le orecchie. Sbuffano. Arrivo ad una ventina di metri. Se dovessero partire di corsa non ci sarebbero ripari per me, e non so quanto corra un elefante o che scatto possa avere. Ma lo posso sempre scoprire in un documentario, oppure leggere in un libro, no? Devo proprio sperimentarlo sulle mie cotiche?
Sì.
Devo.
Altrimenti potevo starmene a casa.
Mi avvicino altri cinque metri. Mi accorgo che i pachidermi hanno pesanti catene alle zampe davanti, che ne restringono i passi, rallentandoli in caso di nervosismi improvvisi. Tranquillizzato, mi avvicino lentamente, badando a dove metto i piedi. Gli elefanti non sono gli unici ad abitare questi prati ricchi di pozzanghere e acquitrini, circa un terzo dei serpenti velenosi del pianeta vive qui, e io sono in ciabatte.
Adesso sono fermo, ci guardiamo. I due colossi, bestie da lavoro, sono davvero enormi. Coperti di terra secca e fango, si stanno lentamente avvicinando. Mosche gli girano intorno, e tanti insetti. Uno dei due ha occhi gialli, dalla pupilla piccolissima. L'altro ha teneri occhi scuri, più tranquillizzanti. Si avvicinano ancora. Evito di farmi circondare dai due, mi danno l'impressione che potrebbero schiacciarmi fra loro senza neanche accorgersene. Sono buoni ed erbivori, mi ripeto, ma non mi sento molto tranquillo. Allora guardo a terra, tenendoli d'occhio in modo indiretto, e questi si avvicinano ancora. Quello con gli occhi gialli arriva ad un metro. Mi guarda, muove un orecchio e sbuffa. Alzo lentamente una mano, fino a toccare la proboscide, ruvida, polverosa, coperta di peli assolutamente sgraziati, radi e rigidi. L'elefante emette un ringhio sordo, profondissimo e basso.
Cazzo non sapevo ringhiassero.
Mi si gela il sangue.
Faccio un passo indietro. Un altro. Altri due. Ho i peli ritti e sento freddo. La loro testa enorme è due metri sopra di me. Come altre volte in questo viaggio, mi dò del pirla. Mi allontano controllando terreno e bestione.
Altri dieci passi, i due animali non si muovono. Torno al villaggio cercando di fischiettare, un po' irrigidito e intontito dallo spavento.
Non lo sapevo davvero, che gli elefanti ringhiassero.
DAG
Due sono le figlie che lavorano alla guesthouse, una parlicchia inglese, si chiama Dubi e fa da mangiare. Malissimo. Prima faceva la maestra nella scuola di Pakxé, la città più vicina.
L'altra non parla mai, sorride sempre e deve aver avuto un grave problema o subito un brutto incidente, perché ha il setto nasale sfondato e un occhio chiuso, la faccia deformata. E' la più simpatica, mi fa dei gran sorrisoni quando la saluto la mattina in laotiano, dicendole "Sabaidee!" Si inchina e ride.
Il signor Bhom mi parla della birra Lao, mentre mangio il terribile pastone zuccheroso preparatomi dalla sciagurata figlia (ma non poteva restare a fare la maestra? C'è tanto bisogno di istruzione, nel mondo...) e mi dice che è così buona perché per farla ci mettono dentro il riso e la frutta, mentre nelle altre birre non mettono neanche un po' di riso, solo la frutta.
Non si è mai finito di imparare...
Mentre mi parla vedo che brandeggia una siringa. Si china e fa un'iniezione nella pancia ad un altro signore, più anziano, che era sdraiato in silenzio su una panca. Io, aiutato dal delizioso pranzetto, ho un urto di vomito. Mi giro dall'altra parte.
Hai voluto andare nei villaggi in cerca della vita selvatica? Beccatela, adesso, e divertiti.
Mr Bhom mi dice che intorno al villaggio non c'è niente, solo campi, e più lontano, la giungla. "Bello!" dico io, "E come si può andare nella giungla?" "Con l'elefante".
Mi spiega che lui e un suo amico hanno un paio di elefanti, con cui trasportano i tronchi più pesanti per costruire le case, e che se voglio posso andare a fare un giro. Ovviamente accompagnato dal suo amico. Nove dollari. Ok, affare fatto.
Nel frattempo sono molto incuriosito dalla presenza di elefanti nella zona, decido di andare a vederli da vicino. Mr Bhom mi indica un campo, un campo immenso, diviso in due da una strada sterrata che si estende a perdita d'occhio.
Mi incammino per la strada, e ad un certo punto individuo due bestioni, lontani lontani, che ciondolano le proboscidi nel sole torrido, con movimenti lenti.
Mi avvicino sempre di più, esco dalla strada e mi inoltro nel campo. Vento e nessun altro rumore, a parte i campanacci al collo dei due giganti. I bestioni diventano sempre più grossi. Mi hanno visto da tempo, ogni tanto sbattono le orecchie. Sbuffano. Arrivo ad una ventina di metri. Se dovessero partire di corsa non ci sarebbero ripari per me, e non so quanto corra un elefante o che scatto possa avere. Ma lo posso sempre scoprire in un documentario, oppure leggere in un libro, no? Devo proprio sperimentarlo sulle mie cotiche?
Sì.
Devo.
Altrimenti potevo starmene a casa.
Mi avvicino altri cinque metri. Mi accorgo che i pachidermi hanno pesanti catene alle zampe davanti, che ne restringono i passi, rallentandoli in caso di nervosismi improvvisi. Tranquillizzato, mi avvicino lentamente, badando a dove metto i piedi. Gli elefanti non sono gli unici ad abitare questi prati ricchi di pozzanghere e acquitrini, circa un terzo dei serpenti velenosi del pianeta vive qui, e io sono in ciabatte.
Adesso sono fermo, ci guardiamo. I due colossi, bestie da lavoro, sono davvero enormi. Coperti di terra secca e fango, si stanno lentamente avvicinando. Mosche gli girano intorno, e tanti insetti. Uno dei due ha occhi gialli, dalla pupilla piccolissima. L'altro ha teneri occhi scuri, più tranquillizzanti. Si avvicinano ancora. Evito di farmi circondare dai due, mi danno l'impressione che potrebbero schiacciarmi fra loro senza neanche accorgersene. Sono buoni ed erbivori, mi ripeto, ma non mi sento molto tranquillo. Allora guardo a terra, tenendoli d'occhio in modo indiretto, e questi si avvicinano ancora. Quello con gli occhi gialli arriva ad un metro. Mi guarda, muove un orecchio e sbuffa. Alzo lentamente una mano, fino a toccare la proboscide, ruvida, polverosa, coperta di peli assolutamente sgraziati, radi e rigidi. L'elefante emette un ringhio sordo, profondissimo e basso.
Cazzo non sapevo ringhiassero.
Mi si gela il sangue.
Faccio un passo indietro. Un altro. Altri due. Ho i peli ritti e sento freddo. La loro testa enorme è due metri sopra di me. Come altre volte in questo viaggio, mi dò del pirla. Mi allontano controllando terreno e bestione.
Altri dieci passi, i due animali non si muovono. Torno al villaggio cercando di fischiettare, un po' irrigidito e intontito dallo spavento.
Non lo sapevo davvero, che gli elefanti ringhiassero.
DAG
Dopo la pacchia, verso l'interno sconosciuto.
Mi sono divertito, a Dhon Dhet, nonostante non ci fosse la corrente elettrica la vita era facile, tanti ristorantini in cui andare a mangiare, tutti con la terrazza sul Mekong ed un panorama meraviglioso, soprattutto al tramonto, tanta gente con cui parlare o almeno scambiare due chiacchiere, Jun che si è ritrovato a confrontarsi con altri turisti e a dover vincere la sua timidezza, il capodanno laotiano che dava un'atmosfera di festa e l'idea di essere in un posto fricchettone. Eravamo in pantaloncini e torso nudo da mane a sera, e col caldo più atroce, ci si buttava tutti in acqua, nelle morbide correnti del Mekong.
Addirittura alcuni bar con terrazza ti vendevano la birra e ti affittavano grosse camere d'aria da trattore, gonfiate ben bene. Volendo potevi sedertici dentro e berti la birra scivolando con la corrente. L'importante era, a fine corsa, aggrapparsi ad un ramo prima che finisse l'isola e iniziassero le cascate. I sentieri dell'isola, sterrati e senza auto, erano quasi costantemente percorsi da ragazzi e ragazze che camminavano, a piedi nudi e sgocciolanti, per riportare indietro i vuoti e le camere d'aria, tutti sorridenti e un po' brilli.
Ma come tutte le cose belle, anche la vacanzina a Dhon Dhet è finita. Stamattina, dopo quattro giorni di pacchia, sono partito alla volta di uno dei villaggi più remoti del paese, sconosciuto anche a molti Laotiani. Ho salutato Jun, il quale, per darvi un'idea di che persona sia, si è messo a piangere perché andavo via. E cedere alle emozioni per un giapponese è una cosa assolutamente inconsueta. L'ho abbracciato stretto, dicendogli che invece io ero molto contento di liberarmi di lui! Ci siamo messi a ridere.
Poche ore dopo (e pochi chilometri dopo) la scalcagnata carretta con cui ero partito dall'isola, guidata da un autista con un occhio di vetro (quello dal lato della carreggiata) e stipata fino all'impossibile di persone e merci di ogni tipo lasciava me e i miei bagagli ad un incrocio assolato, ripartendo in una nuvola di polvere e gas di scarico.
So che da lì dovrebbe passare un bus che si inoltra nella giungla, fino al villaggio di Pha Pho, territorio di etnie dagli scarsi contatti con il mondo civile e, soprattutto, dalla fauna incontaminata e sovrana.
Chiedo informazioni ai ragazzi che chiacchierano nelle baracche vicine all'incrocio, non sanno neanche cosa sia l'inglese. Non conoscono la parola "bus", per fare un esempio, e quando chiedo "stop?" mi guardano esterrefatti, poi scoppiano a ridere, mentre un bimbetto mi spruzza addosso acqua in continuazione bagnandomi tutto e ripetendo "Pì mai Lào!, Pì mai Lào!" (Buon anno, buon anno!)
Arrivano altri ragazzi per guardare da vicino il falang, che sarei io. Questi un po' di inglese lo sgangherano. Uno mi dice "No bus, moto!" Un altro mi dice che il bus è alle due, no alle quattro. Poi si guardano e, in due decidono di dirmi che il bus è domani, forse.
Ok, è una vecchia tecnica collaudata. Ti dicono che non c'è il bus così ti portano loro ad un prezzo cinque o sei volte più alto di quello del bus. Fermo un trabiccolo con passeggeri a bordo e l'autista mi dice che no, lui non va a Pha Pho, come a dire che non è mica matto, ma che se proprio voglio andarci devo aspettare in un altro punto, che mi indica. Tra un ora o forse due arriva un tràs, (truck) che ci va.
Metto la mia valigia a bordo strada e aspetto.
Miracolo, il tràs arriva, salgo nel cassone dietro, aperto ed esposto al polverone incredibile della strada (strada?) sterrata e tra un rimbalzo ed una botta sulle costole arrivo, dopo venti chilometri circa, al meraviglioso villaggio di Pha Pho.
Il mio ingresso nel villaggio è salutato da bambini entusiasti e da adulti ubriachi per i festeggiamenti del capodanno, per il resto mi sembra di vivere in prima persona la scena del film "Lo chiamavano trinità", quando Terence Hill arriva coperto di polvere al paesello disgustando tutti al solo apparire.
DAG
Addirittura alcuni bar con terrazza ti vendevano la birra e ti affittavano grosse camere d'aria da trattore, gonfiate ben bene. Volendo potevi sedertici dentro e berti la birra scivolando con la corrente. L'importante era, a fine corsa, aggrapparsi ad un ramo prima che finisse l'isola e iniziassero le cascate. I sentieri dell'isola, sterrati e senza auto, erano quasi costantemente percorsi da ragazzi e ragazze che camminavano, a piedi nudi e sgocciolanti, per riportare indietro i vuoti e le camere d'aria, tutti sorridenti e un po' brilli.
Ma come tutte le cose belle, anche la vacanzina a Dhon Dhet è finita. Stamattina, dopo quattro giorni di pacchia, sono partito alla volta di uno dei villaggi più remoti del paese, sconosciuto anche a molti Laotiani. Ho salutato Jun, il quale, per darvi un'idea di che persona sia, si è messo a piangere perché andavo via. E cedere alle emozioni per un giapponese è una cosa assolutamente inconsueta. L'ho abbracciato stretto, dicendogli che invece io ero molto contento di liberarmi di lui! Ci siamo messi a ridere.
Poche ore dopo (e pochi chilometri dopo) la scalcagnata carretta con cui ero partito dall'isola, guidata da un autista con un occhio di vetro (quello dal lato della carreggiata) e stipata fino all'impossibile di persone e merci di ogni tipo lasciava me e i miei bagagli ad un incrocio assolato, ripartendo in una nuvola di polvere e gas di scarico.
So che da lì dovrebbe passare un bus che si inoltra nella giungla, fino al villaggio di Pha Pho, territorio di etnie dagli scarsi contatti con il mondo civile e, soprattutto, dalla fauna incontaminata e sovrana.
Chiedo informazioni ai ragazzi che chiacchierano nelle baracche vicine all'incrocio, non sanno neanche cosa sia l'inglese. Non conoscono la parola "bus", per fare un esempio, e quando chiedo "stop?" mi guardano esterrefatti, poi scoppiano a ridere, mentre un bimbetto mi spruzza addosso acqua in continuazione bagnandomi tutto e ripetendo "Pì mai Lào!, Pì mai Lào!" (Buon anno, buon anno!)
Arrivano altri ragazzi per guardare da vicino il falang, che sarei io. Questi un po' di inglese lo sgangherano. Uno mi dice "No bus, moto!" Un altro mi dice che il bus è alle due, no alle quattro. Poi si guardano e, in due decidono di dirmi che il bus è domani, forse.
Ok, è una vecchia tecnica collaudata. Ti dicono che non c'è il bus così ti portano loro ad un prezzo cinque o sei volte più alto di quello del bus. Fermo un trabiccolo con passeggeri a bordo e l'autista mi dice che no, lui non va a Pha Pho, come a dire che non è mica matto, ma che se proprio voglio andarci devo aspettare in un altro punto, che mi indica. Tra un ora o forse due arriva un tràs, (truck) che ci va.
Metto la mia valigia a bordo strada e aspetto.
Miracolo, il tràs arriva, salgo nel cassone dietro, aperto ed esposto al polverone incredibile della strada (strada?) sterrata e tra un rimbalzo ed una botta sulle costole arrivo, dopo venti chilometri circa, al meraviglioso villaggio di Pha Pho.
Il mio ingresso nel villaggio è salutato da bambini entusiasti e da adulti ubriachi per i festeggiamenti del capodanno, per il resto mi sembra di vivere in prima persona la scena del film "Lo chiamavano trinità", quando Terence Hill arriva coperto di polvere al paesello disgustando tutti al solo apparire.
DAG
Al tempio per il nuovo anno.
La ragazzina che ha assegnato le camere a Jun e a me ha solo quattordici anni, ma è sveglia come una di trenta. Anzi, scusate, conoscendo un po' di ragazze intorno ai trenta mi sento di dire che è più sveglia della media delle trentenni che conosco io.
Ha un vocabolario di circa dieci parole di inglese, ma riesce a farsi capire. Dopo averci indicato con ordini precisi le stanze (tu dormi lì, tu dormi là) non si sa in base a quale criterio, si è messa a fare conversazione con Jun, il quale di parole inglesi ne conosce quindici. Non so come, dopo un po' l'ho vista andar via e tornare con un vassoio pieno di pezzi di anguria, tagliati di fresco. Si sono messi in un angolino a parlare, con il manuale di conversazione Giapponese-Lao di Jun. Non so e non voglio sapere di cosa parlassero, ma tra i due è nata una simpatia. Ovviamente per ragioni d'età nulla poteva succedere, ma siamo stati praticamente adottati dalla ragazzina e dalla famiglia di lei, composta da un numero indefinibile -e mai chiarito- di personaggi.
Una delle conseguenze più belle di questa adozione è stato l'invito al tempio per la cerimonia del nuovo anno.
In Laos il capodanno dura tre giorni, durante i quali si celebra anche il "Waterfestival" (cosa che avviene simultaneamente anche in Thailnadia). Nel primo giorno si celebra l'anno passato, riposandosi e bevendo birra Lao (la miglior birra del sud est asiatico, che raccoglie seguaci tra i turisti di ora in ora), nel secondo giorno si celebra il cambiamento, ovvero il passaggio dal vecchio anno al nuovo (andando al tempio e bevendo birra Lao) e nel terzo giorno si festeggia l'arrivo del nuovo anno, tirandosi gran secchiate d'acqua e bevendo (ma va?) birra Lao.
E' nel secondo giorno che siamo andati al tempio con le due ragazzine. Ci avevano dato appuntamento alle tre, e noi alle tre ci siamo fatti trovare pronti per andare al tempio, nonché vestiti bene (sì, io in camicia a righe e braghette a scacchi, ormai ho capito come ci si veste, altroché Armani). "Aspetta" ci dice Cìn, la ragazzina sveglia, "Go mama" e noi siamo andati dalla sua mamma che, tra parentesi, è più giovane di me di due anni. La mamma stava penosamente cercando di tagliare una radice arancione con un machete enorme, mettendo le fettine in un bicchiere. Era un'offerta rituale per il Buddha. Le ho prestato il mio coltellino svizzero, e con quello è riuscita a portare a termine l'impresa conservando tutte e dieci le dita. Abbiamo osservato la preparazione delle offerte con attenzione, senza poter aiutare ma memorizzando tutto. Una volta mescolate le fettine di radice arancione nell'acqua, viene aggiunto succo di limone e una boccetta di solvente prelevata da una scatola di decolorante per capelli. Questa ha il compito di sciogliere la radice e dà anche un buon profumo alla mistura. Altri due secchielli d'acqua con dentro fiori bianchi profumati vengono presi e messi da parte, poi ci vengono messe delle collane di fiori al collo e braccialetti in cotone bianco con una treccina per augurare buona fortuna nel nuovo anno. Così agghindati, distribuiti i bicchieri con la mistura e i secchielli con acqua e fiori, ci incamminiamo alla volta del tempio. Le due ragazzine ridono quando si girano a guardarci, rovesciando circa metà delle offerte durante il cammino a furia di ridere. Jun e io inizialmente siamo seri, tutti compresi nel cammino verso il tempio, poi cominciamo a farci sgambetti a vicenda, gridando allo scandalo quando l'altro rovescia un po' d'acqua per terra. Al tempio diventiamo seri di nuovo quando vediamo la moltitudine di fedeli radunati ad ascoltare le parole del monaco anziano. Tolte le ciabatte, ci uniamo agli altri, saremo stati in tutto trecento persone, tutte assorte nella preghiera, le mani giunte davanti. Finito il sermone, tutti in piedi! Si corre verso un punto in cui giovani monaci distribuiscono pezzi di vetro molto grossi e di vari colori, azzurro, verde, trasparente, giallo, ognuno cerca di prenderne uno, poi si torna ai secchielli portati al tempio, e si strofinano i vetri con foglie di bambù e mezzi limoni tagliati, per pulirli simbolicamente (credo dalla polvere dell'anno vecchio) si sciacqua tutto con acqua abbondante e poi si va a lavare le numerose statue del Buddha che sono state raccolte su un ripiano piastrellato. Sui Buddha si versano anche le misture che ognuno ha portato. Nei pochi minuti passati le misture si sono ossidate e hanno assunto un bellissimo color oro, sembra di versare oro liquido sui Buddha, è il massimo degli onori.
Nel momento dell'"oro colato" avviene qualcosa ce mai mi sarei aspettato. Una anziana signora prende lo slancio e tira una secchiata d'acqua lavando tutti: dai ragazzini ai monaci a qualche turista sopraggiunto con la macchina fotografica. Tutti ridiamo, e inizia una fantastica battaglia collettiva a secchiate, cui partecipano anche i monaci! E' come se dopo la messa di Natale il prete finisse di dire messa e iniziasse a tirare palle di neve a tutti, o come fare a gavettoni in chiesa, tutti contro tutti.
L'acqua è una benedizione, più si è bagnati più si sarà fortunati nel nuovo anno.
Credo che il prossimo anno sarò abbastanza fortunato, ma il più fortunato di tutti sarà Jun. Con la meticolosità e l'ingenuità tipica del giapponese, era venuto al tempio con i pantaloni da pioggia, impermeabili. Soffriva un caldo pazzesco, ma si sentiva al sicuro. "Sono impermeabili! Non mi bagno!" Mi aveva detto quando lo avevo guardato inorridito alla partenza.
Gli ho scostato l'elastico dei pantaloni e gli ho versato una intera secchiata nelle mutande.
Buon anno!
DAG
Ha un vocabolario di circa dieci parole di inglese, ma riesce a farsi capire. Dopo averci indicato con ordini precisi le stanze (tu dormi lì, tu dormi là) non si sa in base a quale criterio, si è messa a fare conversazione con Jun, il quale di parole inglesi ne conosce quindici. Non so come, dopo un po' l'ho vista andar via e tornare con un vassoio pieno di pezzi di anguria, tagliati di fresco. Si sono messi in un angolino a parlare, con il manuale di conversazione Giapponese-Lao di Jun. Non so e non voglio sapere di cosa parlassero, ma tra i due è nata una simpatia. Ovviamente per ragioni d'età nulla poteva succedere, ma siamo stati praticamente adottati dalla ragazzina e dalla famiglia di lei, composta da un numero indefinibile -e mai chiarito- di personaggi.
Una delle conseguenze più belle di questa adozione è stato l'invito al tempio per la cerimonia del nuovo anno.
In Laos il capodanno dura tre giorni, durante i quali si celebra anche il "Waterfestival" (cosa che avviene simultaneamente anche in Thailnadia). Nel primo giorno si celebra l'anno passato, riposandosi e bevendo birra Lao (la miglior birra del sud est asiatico, che raccoglie seguaci tra i turisti di ora in ora), nel secondo giorno si celebra il cambiamento, ovvero il passaggio dal vecchio anno al nuovo (andando al tempio e bevendo birra Lao) e nel terzo giorno si festeggia l'arrivo del nuovo anno, tirandosi gran secchiate d'acqua e bevendo (ma va?) birra Lao.
E' nel secondo giorno che siamo andati al tempio con le due ragazzine. Ci avevano dato appuntamento alle tre, e noi alle tre ci siamo fatti trovare pronti per andare al tempio, nonché vestiti bene (sì, io in camicia a righe e braghette a scacchi, ormai ho capito come ci si veste, altroché Armani). "Aspetta" ci dice Cìn, la ragazzina sveglia, "Go mama" e noi siamo andati dalla sua mamma che, tra parentesi, è più giovane di me di due anni. La mamma stava penosamente cercando di tagliare una radice arancione con un machete enorme, mettendo le fettine in un bicchiere. Era un'offerta rituale per il Buddha. Le ho prestato il mio coltellino svizzero, e con quello è riuscita a portare a termine l'impresa conservando tutte e dieci le dita. Abbiamo osservato la preparazione delle offerte con attenzione, senza poter aiutare ma memorizzando tutto. Una volta mescolate le fettine di radice arancione nell'acqua, viene aggiunto succo di limone e una boccetta di solvente prelevata da una scatola di decolorante per capelli. Questa ha il compito di sciogliere la radice e dà anche un buon profumo alla mistura. Altri due secchielli d'acqua con dentro fiori bianchi profumati vengono presi e messi da parte, poi ci vengono messe delle collane di fiori al collo e braccialetti in cotone bianco con una treccina per augurare buona fortuna nel nuovo anno. Così agghindati, distribuiti i bicchieri con la mistura e i secchielli con acqua e fiori, ci incamminiamo alla volta del tempio. Le due ragazzine ridono quando si girano a guardarci, rovesciando circa metà delle offerte durante il cammino a furia di ridere. Jun e io inizialmente siamo seri, tutti compresi nel cammino verso il tempio, poi cominciamo a farci sgambetti a vicenda, gridando allo scandalo quando l'altro rovescia un po' d'acqua per terra. Al tempio diventiamo seri di nuovo quando vediamo la moltitudine di fedeli radunati ad ascoltare le parole del monaco anziano. Tolte le ciabatte, ci uniamo agli altri, saremo stati in tutto trecento persone, tutte assorte nella preghiera, le mani giunte davanti. Finito il sermone, tutti in piedi! Si corre verso un punto in cui giovani monaci distribuiscono pezzi di vetro molto grossi e di vari colori, azzurro, verde, trasparente, giallo, ognuno cerca di prenderne uno, poi si torna ai secchielli portati al tempio, e si strofinano i vetri con foglie di bambù e mezzi limoni tagliati, per pulirli simbolicamente (credo dalla polvere dell'anno vecchio) si sciacqua tutto con acqua abbondante e poi si va a lavare le numerose statue del Buddha che sono state raccolte su un ripiano piastrellato. Sui Buddha si versano anche le misture che ognuno ha portato. Nei pochi minuti passati le misture si sono ossidate e hanno assunto un bellissimo color oro, sembra di versare oro liquido sui Buddha, è il massimo degli onori.
Nel momento dell'"oro colato" avviene qualcosa ce mai mi sarei aspettato. Una anziana signora prende lo slancio e tira una secchiata d'acqua lavando tutti: dai ragazzini ai monaci a qualche turista sopraggiunto con la macchina fotografica. Tutti ridiamo, e inizia una fantastica battaglia collettiva a secchiate, cui partecipano anche i monaci! E' come se dopo la messa di Natale il prete finisse di dire messa e iniziasse a tirare palle di neve a tutti, o come fare a gavettoni in chiesa, tutti contro tutti.
L'acqua è una benedizione, più si è bagnati più si sarà fortunati nel nuovo anno.
Credo che il prossimo anno sarò abbastanza fortunato, ma il più fortunato di tutti sarà Jun. Con la meticolosità e l'ingenuità tipica del giapponese, era venuto al tempio con i pantaloni da pioggia, impermeabili. Soffriva un caldo pazzesco, ma si sentiva al sicuro. "Sono impermeabili! Non mi bagno!" Mi aveva detto quando lo avevo guardato inorridito alla partenza.
Gli ho scostato l'elastico dei pantaloni e gli ho versato una intera secchiata nelle mutande.
Buon anno!
DAG
In mezzo ai laotiani.
Vi ho già detto del bus, di quel viaggio tanto scomodo, ma fatto in mezzo alla gente del posto. E' uno dei desideri di tanti viaggiatori incontrati, quello di poter davvero uscire dal ruolo del turista cui vengono riservate tutte le comodità e condividere con gli abitanti del paese le cose più comuni come uno spostamento in autobus, una cerimonia rituale o il cibo che viene mangiato ogni giorno nel modo in cui lo preparano e lo mangiano loro.
Se per il cibo ci possono essere, purtroppo, riserve dettate dalla prudenza (noi non siamo provvisti degli stessi anticorpi che hanno le popolazioni autoctone, quindi ci possiamo ammalare molto più facilmente di loro) e dal buonsenso, per quanto riguarda la vita di tutti i giorni possiamo tranquillamente unirci ai locali, sempre che questi ce lo permettano. In Thailandia è abbastanza difficile, in Laos è possibile, così come in Vietnam, soprattutto al sud.
Prendere un autobus scassato e scomodo non è soltanto un modo più economico di viaggiare, ma diventa una vera e propria esperienza perché ti fa capire come queste persone, che materialmente non hanno l'accesso a tutte le cose che per noi ormai sono date per scontate, diano profonda importanza all'educazione, alla generosità ed al rispetto reciproco. E fa riflettere su come viviamo noi.
Qualche esempio.
La signora anziana che era salita con la bambina in braccio, quella cui Jun ha ceduto il posto, ha avuto grandi difficoltà, per la prima parte del viaggio, a tenere la bimba, che era in preda ad una crisi di pianto isterico. La pargoletta cacciava strilli così forti che anche il guidatore ad un certo punto si è girato ridendo per chiedere se tutto andasse bene. Ognuno, nel bus, si è prodigato per far smettere le disperate lacrime della bambina: chi la chimava e iniziava a cantare, chi ha regalato un succo di frutta bevuto solo a metà, chi dei dolcini. Jun ha fatto l'origami della cicogna, vabbè, ovvio. La bambina lo ha sbavato subito rendendolo una disgustosa pallina di carta e muco. Ho riso con Jun. Io cercavo di fare come faccio con gli animali per catturare la loro attenzione. Non ve lo dico come faccio, ma con gli animali funziona. Quella bambina aveva un lato animale particolarmente poco sviluppato, perché ogni volta che incrociava il mio sguardo cacciava uno strillo più acuto degli altri e scuoteva la testa disperata. Fortuna che come autostima sono a posto. Comunque poco importa il pianto della bambina, fatto sta che tutti hanno fatto qualcosa per migliorare la situazione della povera nonna. E della bambina isterica.
Il bus popolare, lo chiameremo così, fa parecchie fermate. La maggior parte di queste è fatta al volo, l'autista vede una valigia o due per strada, o una cesta, e capisce che qualcuno le ha messe lì perché deve prendere il bus. Il bus arriva alle valigie, suona e la persona arriva corricchiando. Il ragazzo dei bagagli prende la valigia e mentre il bus riparte si arrampica sul tetto e lega i nuovi bagagli agli altri con cinghie o funi. Ad ogni fermata il bus viene preso d'assalto da ragazze che vendono da mangiare: mezzi polli alla brace tenuti da due stecchi di legno o uova sode, in genere tre in fila, infilzate in un altro stecco di legno. Tutto fatto al momento, a bordo strada, su brace di legno. Un cibo fantastico. I ragazzi che stavano di fianco a me non parlavano inglese, ma due cose sole mi hanno saputo dire: "Can you speak Lao?" (Puoi parlare in Lao?) e "Sorry for the bus" (Ci dispiace per questo bus). Se alla prima domanda ho dovuto rispettosamente dire che no, non parlavo la loro lingua, e me ne scusavo, la seconda frase mi ha fatto una gran tenerezza: capivano che se per loro era il modo usuale di muoversi, per me poteva essere una cosa brutta viaggiare così. Loro si vedono passare davanti agli occhi questi autobus a due piani, di fabbricazione coreana, che vanno spediti e prepotenti, con un'arrogante scritta "VIP BUS" sul parabrezza e immaginano che i "falang", gli stranieri, vogliano viaggiare solo su quei mezzi distanti e condizionati, esclusivi. Che brutto il termine "esclusivo". Davvero ignorante.
Beh, fatto sta che al ragazzo che mi chiede scusa per il bus offro il mio iPod da ascoltare, lui tutto felice si attacca alle cuffiette e ride con gli amici. Poco dopo mi sento bussare sulla spalla, un uovo già sbucciato mi compare davanti alla faccia. E' lui che per ricambiare mi offre un uovo. Lo ha sbucciato per me! Grazie! Gli dico con entusiasmo, e addento l'uovo sodo.
Per fortuna ho notato solo in un secondo momento le unghie del ragazzo. Nere.
Nere come le mie, però.
(Stessa scena dell'uovo mi è successa con due ragazze cui ho regalato una rivista di pettegolezzi laotiana trovata su un altro bus. Dopo aver guardato le figure e aver constatato che siamo tutti attratti dalle stesse morbosità gliel'ho passato: hanno pelato un mandarino e me lo hanno offerto).
Comunque quello che mi è rimasto impresso è il senso di comunità che anima questa gente: non si capisce mai se si conoscono oppure se siano estranei, perché fra loro pare non ci siano filtri: si passano le bottiglie d'acqua l'uno con l'altro, si scambiano da mangiare, si passano addirittura l'uno con l'altro i bambini da tenere in braccio senza nessuna preoccupazione, e se hanno sonno si addormentano uno sulla spalla dell'altro, maschi con maschi, senza paranoie di machismo. Il tutto con un senso di rispetto e pudore che esclude ogni forma di promiscuità o di fraintendimento. A proposito di machismo superato (o mai instauratosi) non è raro vedere ragazzi con le unghie laccate di blu o militari con graziosi cappellini rosa a fiori per proteggersi dal sole.
Certo, le regole dell'educazione sono diverse da quelle che vengono impartite a noi: Le unghie di uomini e donne vengono lasciate crescere lunghe e tenute da conto perché almeno ci si può pulire le orecchie o il naso, cosa che viene fatta in qualsiasi momento e di fronte a chiunque. Tagliarsi le unghie dei piedi dietro al bancone del proprio negozio, mentre si mostra una maglietta o una sciarpa al cliente, è considerata una cosa assolutamente normale, così come sputare per terra dopo aver raschiato ben bene bronchi, polmoni e gola, in un crescendo degno di una moka da dodici. La soffiata di naso avviene con la grazia di un calciatore, due dita a turare una narice, e slancio in avanti al momento giusto, magari appena fuori dal ristorante in cui si sta pranzando gomito a gomito. Stanno mangiando e trovano un osso, o il limone è stato spremuto sino in fondo? Tirano tutto per terra. A fine pasto una discarica di rifiuti viene spazzata da terra da una cameriera sorridente, vien data una passata di spazzola sul tavolo e via! Pronti per il prossimo cliente.
Ho avuto modo di chiedere, parlando con una persona del posto che parlava inglese meglio degli altri, come percepisse gli altri del proprio paese: "Come fratelli", mi ha risposto, ma la chiave di tutto è l'educazione che viene impartita loro sin da piccoli: Il figlio deve rispettare il padre e la madre e le persone anziane, deve addirittura seguire quello che gli dice il fratello o la sorella maggiore. La legge dello stato è una legge da seguire, concetto semplice e diretto.
Mi sembra di aver capito che il concetto di individuo è tenuto in considerazione, ma più ancora quello di collettività.
Poco mi cambia se le regole del bon ton sono diverse dalle nostre, il rispetto che sta alla base è quello che a me piace, soprattutto se si considera che questo, unitamente al modo di vivere buddhista, genera un clima socialmente rilassato, lontano dalla violenza che si vede in altre parti del mondo. Qui molte ragazze viaggiano da sole senza dover temere alcunché. In Turchia meglio non farlo, come dimostrano i recenti fatti.
DAG
Se per il cibo ci possono essere, purtroppo, riserve dettate dalla prudenza (noi non siamo provvisti degli stessi anticorpi che hanno le popolazioni autoctone, quindi ci possiamo ammalare molto più facilmente di loro) e dal buonsenso, per quanto riguarda la vita di tutti i giorni possiamo tranquillamente unirci ai locali, sempre che questi ce lo permettano. In Thailandia è abbastanza difficile, in Laos è possibile, così come in Vietnam, soprattutto al sud.
Prendere un autobus scassato e scomodo non è soltanto un modo più economico di viaggiare, ma diventa una vera e propria esperienza perché ti fa capire come queste persone, che materialmente non hanno l'accesso a tutte le cose che per noi ormai sono date per scontate, diano profonda importanza all'educazione, alla generosità ed al rispetto reciproco. E fa riflettere su come viviamo noi.
Qualche esempio.
La signora anziana che era salita con la bambina in braccio, quella cui Jun ha ceduto il posto, ha avuto grandi difficoltà, per la prima parte del viaggio, a tenere la bimba, che era in preda ad una crisi di pianto isterico. La pargoletta cacciava strilli così forti che anche il guidatore ad un certo punto si è girato ridendo per chiedere se tutto andasse bene. Ognuno, nel bus, si è prodigato per far smettere le disperate lacrime della bambina: chi la chimava e iniziava a cantare, chi ha regalato un succo di frutta bevuto solo a metà, chi dei dolcini. Jun ha fatto l'origami della cicogna, vabbè, ovvio. La bambina lo ha sbavato subito rendendolo una disgustosa pallina di carta e muco. Ho riso con Jun. Io cercavo di fare come faccio con gli animali per catturare la loro attenzione. Non ve lo dico come faccio, ma con gli animali funziona. Quella bambina aveva un lato animale particolarmente poco sviluppato, perché ogni volta che incrociava il mio sguardo cacciava uno strillo più acuto degli altri e scuoteva la testa disperata. Fortuna che come autostima sono a posto. Comunque poco importa il pianto della bambina, fatto sta che tutti hanno fatto qualcosa per migliorare la situazione della povera nonna. E della bambina isterica.
Il bus popolare, lo chiameremo così, fa parecchie fermate. La maggior parte di queste è fatta al volo, l'autista vede una valigia o due per strada, o una cesta, e capisce che qualcuno le ha messe lì perché deve prendere il bus. Il bus arriva alle valigie, suona e la persona arriva corricchiando. Il ragazzo dei bagagli prende la valigia e mentre il bus riparte si arrampica sul tetto e lega i nuovi bagagli agli altri con cinghie o funi. Ad ogni fermata il bus viene preso d'assalto da ragazze che vendono da mangiare: mezzi polli alla brace tenuti da due stecchi di legno o uova sode, in genere tre in fila, infilzate in un altro stecco di legno. Tutto fatto al momento, a bordo strada, su brace di legno. Un cibo fantastico. I ragazzi che stavano di fianco a me non parlavano inglese, ma due cose sole mi hanno saputo dire: "Can you speak Lao?" (Puoi parlare in Lao?) e "Sorry for the bus" (Ci dispiace per questo bus). Se alla prima domanda ho dovuto rispettosamente dire che no, non parlavo la loro lingua, e me ne scusavo, la seconda frase mi ha fatto una gran tenerezza: capivano che se per loro era il modo usuale di muoversi, per me poteva essere una cosa brutta viaggiare così. Loro si vedono passare davanti agli occhi questi autobus a due piani, di fabbricazione coreana, che vanno spediti e prepotenti, con un'arrogante scritta "VIP BUS" sul parabrezza e immaginano che i "falang", gli stranieri, vogliano viaggiare solo su quei mezzi distanti e condizionati, esclusivi. Che brutto il termine "esclusivo". Davvero ignorante.
Beh, fatto sta che al ragazzo che mi chiede scusa per il bus offro il mio iPod da ascoltare, lui tutto felice si attacca alle cuffiette e ride con gli amici. Poco dopo mi sento bussare sulla spalla, un uovo già sbucciato mi compare davanti alla faccia. E' lui che per ricambiare mi offre un uovo. Lo ha sbucciato per me! Grazie! Gli dico con entusiasmo, e addento l'uovo sodo.
Per fortuna ho notato solo in un secondo momento le unghie del ragazzo. Nere.
Nere come le mie, però.
(Stessa scena dell'uovo mi è successa con due ragazze cui ho regalato una rivista di pettegolezzi laotiana trovata su un altro bus. Dopo aver guardato le figure e aver constatato che siamo tutti attratti dalle stesse morbosità gliel'ho passato: hanno pelato un mandarino e me lo hanno offerto).
Comunque quello che mi è rimasto impresso è il senso di comunità che anima questa gente: non si capisce mai se si conoscono oppure se siano estranei, perché fra loro pare non ci siano filtri: si passano le bottiglie d'acqua l'uno con l'altro, si scambiano da mangiare, si passano addirittura l'uno con l'altro i bambini da tenere in braccio senza nessuna preoccupazione, e se hanno sonno si addormentano uno sulla spalla dell'altro, maschi con maschi, senza paranoie di machismo. Il tutto con un senso di rispetto e pudore che esclude ogni forma di promiscuità o di fraintendimento. A proposito di machismo superato (o mai instauratosi) non è raro vedere ragazzi con le unghie laccate di blu o militari con graziosi cappellini rosa a fiori per proteggersi dal sole.
Certo, le regole dell'educazione sono diverse da quelle che vengono impartite a noi: Le unghie di uomini e donne vengono lasciate crescere lunghe e tenute da conto perché almeno ci si può pulire le orecchie o il naso, cosa che viene fatta in qualsiasi momento e di fronte a chiunque. Tagliarsi le unghie dei piedi dietro al bancone del proprio negozio, mentre si mostra una maglietta o una sciarpa al cliente, è considerata una cosa assolutamente normale, così come sputare per terra dopo aver raschiato ben bene bronchi, polmoni e gola, in un crescendo degno di una moka da dodici. La soffiata di naso avviene con la grazia di un calciatore, due dita a turare una narice, e slancio in avanti al momento giusto, magari appena fuori dal ristorante in cui si sta pranzando gomito a gomito. Stanno mangiando e trovano un osso, o il limone è stato spremuto sino in fondo? Tirano tutto per terra. A fine pasto una discarica di rifiuti viene spazzata da terra da una cameriera sorridente, vien data una passata di spazzola sul tavolo e via! Pronti per il prossimo cliente.
Ho avuto modo di chiedere, parlando con una persona del posto che parlava inglese meglio degli altri, come percepisse gli altri del proprio paese: "Come fratelli", mi ha risposto, ma la chiave di tutto è l'educazione che viene impartita loro sin da piccoli: Il figlio deve rispettare il padre e la madre e le persone anziane, deve addirittura seguire quello che gli dice il fratello o la sorella maggiore. La legge dello stato è una legge da seguire, concetto semplice e diretto.
Mi sembra di aver capito che il concetto di individuo è tenuto in considerazione, ma più ancora quello di collettività.
Poco mi cambia se le regole del bon ton sono diverse dalle nostre, il rispetto che sta alla base è quello che a me piace, soprattutto se si considera che questo, unitamente al modo di vivere buddhista, genera un clima socialmente rilassato, lontano dalla violenza che si vede in altre parti del mondo. Qui molte ragazze viaggiano da sole senza dover temere alcunché. In Turchia meglio non farlo, come dimostrano i recenti fatti.
DAG
Isoletta.
Tre giorni fa sono arrivato nell'estremo sud del paese. Al confine con la Cambogia il Mekong si allarga in un arcipelago, detto "le 4000 isole" o anche la Halong Bay del Mekong, perché ricorda la celebre baia nel nord del Vietnam. Si arriva al villaggio di Dhon Dhet con un pulmino che parte da Pakxé e si ferma nel fango a bordo fiume. Il viaggio procede su una canoa a motore che porta fino all'isoletta su cui si può dormire. Il Lao in questi giorni sta festeggiando il capodanno, per assicurarmi di avere un posto in cui dormire una volta arrivato al villaggio avevo precedentemente telefonato alla guesthouse che mi sembrava facesse al caso mio e ho prenotato una stanza, chiedendo che non ci fosse l'aria condizionata, ma solo il ventilatore, un po' perché odio l'aria condizionata, un po' per risparmiare. "Guarda, qui non abbiamo la corrente, quindi non c'è problema. Non avrai né il ventilatore né l'aria condizionata" mi dice il proprietario. Mi sono sentito un po' pirla, sempre a presupporre che ci siano tutte le comodità. Volevo andare in un posto isolato, primitivo, a contatto con il mondo dei locali? Ecco, ci sono arrivato. Sull'isola esiste un collegamento internet, i computer sono alimentati da un generatore e la linea telefonica è via satellite (così almeno dice il cartello scritto fuori dalla baracca).
I costi sono da satellite, in ogni caso. Cerco di usare internet meno che posso. La ciliegina sulla torta è stata una bottiglia d'acqua che ha deciso di aprirsi nella mia fedelissima borsetta coi cagnolini, bagnando tutto: iPod, portafogli, busta coi soldi, piantine, ma soprattutto il telefonino. Centottanta euro buttati via, il telefonino non si accende più, nemmeno dopo essere stato esposto per due giorni al caldo dei tropici. E soprattutto sono isolato dalle comunicazioni via sms, molto comode. Sono infuriato per questa storia della bottiglia, il telefonino mi faceva anche da videocamera, da sveglia e da orologio. Prima di arrivare in un posto in cui trovarne un altro uguale devo aspettare di essere in Cina. In una città abbastanza grossa.
Ma veniamo agli aspetti più piacevoli del viaggio: nell'isoletta di Dhon Dhet la sera si cena alle sei e mezza, quando comincia a fare buio. La festa di capodanno di ieri è iniziata alle otto, finita alle dieci e mezza. I generatori che producono la corrente necessaria vengono accesi alle sei di sera e cessano di funzionare alle dieci. A quell'ora l'isola sprofonda rapidamente nel buio, diventa territorio degli insetti e degli animali notturni. Intossicato da spray antizanzare e circondato da zampironi fumanti me ne sto ad ascoltare appoggiato alla balaustra in legno del mio terrazzino, in un caldo umido che mi fa sgocciolare in continuazione. Suoni, versi e rumori nuovi ogni minuto giungono alle mie orecchie da lontano o mi sorprendono da pochi metri di distanza. Poi me ne vado a dormire. L'altra notte ero al riparo della mia zanzariera, sul mio giaciglio di legno (scordatevi i materassi) quando un potente scrollone ha fatto ballare tutto. Ho aperto gli occhi, ma era così buio che potevo anche tenerli chiusi. Non c'è la luna, in queste notti, a filtrare tra le assi sconnesse della mia baracca su pali. Mentre mi chiedevo cosa potesse essere, seduto sul letto e sinceramente un po' spaventato (un terremoto?) è arrivato un altro scrollone, più forte del primo. Sono uscito dal bungalow e ho intravisto, alla luce delle stelle, l'enorme schiena grigia di un bufalo che brucava tra i pali della mia casetta sospesa. Ogni tanto, nel girarsi, urtava con un fianco un palo e faceva ballare tutto. Sonori sbuffi dalle froge sembravano esprimere soddisfazione per il pascolo trovato. Sono stato a guardarlo per un po', poi sono tornato, tranquillo, a dormire.
A sudare, anzi.
DAG
I costi sono da satellite, in ogni caso. Cerco di usare internet meno che posso. La ciliegina sulla torta è stata una bottiglia d'acqua che ha deciso di aprirsi nella mia fedelissima borsetta coi cagnolini, bagnando tutto: iPod, portafogli, busta coi soldi, piantine, ma soprattutto il telefonino. Centottanta euro buttati via, il telefonino non si accende più, nemmeno dopo essere stato esposto per due giorni al caldo dei tropici. E soprattutto sono isolato dalle comunicazioni via sms, molto comode. Sono infuriato per questa storia della bottiglia, il telefonino mi faceva anche da videocamera, da sveglia e da orologio. Prima di arrivare in un posto in cui trovarne un altro uguale devo aspettare di essere in Cina. In una città abbastanza grossa.
Ma veniamo agli aspetti più piacevoli del viaggio: nell'isoletta di Dhon Dhet la sera si cena alle sei e mezza, quando comincia a fare buio. La festa di capodanno di ieri è iniziata alle otto, finita alle dieci e mezza. I generatori che producono la corrente necessaria vengono accesi alle sei di sera e cessano di funzionare alle dieci. A quell'ora l'isola sprofonda rapidamente nel buio, diventa territorio degli insetti e degli animali notturni. Intossicato da spray antizanzare e circondato da zampironi fumanti me ne sto ad ascoltare appoggiato alla balaustra in legno del mio terrazzino, in un caldo umido che mi fa sgocciolare in continuazione. Suoni, versi e rumori nuovi ogni minuto giungono alle mie orecchie da lontano o mi sorprendono da pochi metri di distanza. Poi me ne vado a dormire. L'altra notte ero al riparo della mia zanzariera, sul mio giaciglio di legno (scordatevi i materassi) quando un potente scrollone ha fatto ballare tutto. Ho aperto gli occhi, ma era così buio che potevo anche tenerli chiusi. Non c'è la luna, in queste notti, a filtrare tra le assi sconnesse della mia baracca su pali. Mentre mi chiedevo cosa potesse essere, seduto sul letto e sinceramente un po' spaventato (un terremoto?) è arrivato un altro scrollone, più forte del primo. Sono uscito dal bungalow e ho intravisto, alla luce delle stelle, l'enorme schiena grigia di un bufalo che brucava tra i pali della mia casetta sospesa. Ogni tanto, nel girarsi, urtava con un fianco un palo e faceva ballare tutto. Sonori sbuffi dalle froge sembravano esprimere soddisfazione per il pascolo trovato. Sono stato a guardarlo per un po', poi sono tornato, tranquillo, a dormire.
A sudare, anzi.
DAG
Non accalcatevi
Ragazzi, piano, non c e bisogno che mi diate tutti un consiglio, eh?
ALtrimenti non so piu cosa scegliere come soluzione...
Ma ce ne fosse uno che mi ha detto qualcosa su come risolvere il problema del telefonino!
Ora i casi sono due: o il mio blog non lo legge piu nessuno, oppure nessuno sa una cippa di telefonini. Neanche quelli che in Sprea scrivono intere riviste al riguardo.... ehm... vero?
Beh, allora beccactevi questi altri post che vi ho scritto, e se a qualcuno suona il telefonino mentre sta leggendo, lo butti pure nell acqua. Tanto si vive lo stesso, e anche bene!
DAG
ALtrimenti non so piu cosa scegliere come soluzione...
Ma ce ne fosse uno che mi ha detto qualcosa su come risolvere il problema del telefonino!
Ora i casi sono due: o il mio blog non lo legge piu nessuno, oppure nessuno sa una cippa di telefonini. Neanche quelli che in Sprea scrivono intere riviste al riguardo.... ehm... vero?
Beh, allora beccactevi questi altri post che vi ho scritto, e se a qualcuno suona il telefonino mentre sta leggendo, lo butti pure nell acqua. Tanto si vive lo stesso, e anche bene!
DAG
lunedì 14 aprile 2008
MESSAGGIO TECNICO
Messaggio tecnico per avvisare tutti che il mio telefonino non funziona piu.
Peccato proprio ora che sono in una delle zone piu isolate dalle comunicazioni!!
Mi si e aperta una bottiglia d acqua nella borsa e il telefonino non si e piu riacceso il modello e un nokia N70. Se qualcuno sapesse come farlo ripartire (l ho gia fatto asciugare per due giorni onde eliminare tutta l umidita interna) mi puo dare un consiglio?
Prima di averne uno che vada bene per me devo aspettare di essere in cina. Chi mi ha mandato messaggi non se la prenda se non rispondo.
Abbracci a tutti!
DAG
Peccato proprio ora che sono in una delle zone piu isolate dalle comunicazioni!!
Mi si e aperta una bottiglia d acqua nella borsa e il telefonino non si e piu riacceso il modello e un nokia N70. Se qualcuno sapesse come farlo ripartire (l ho gia fatto asciugare per due giorni onde eliminare tutta l umidita interna) mi puo dare un consiglio?
Prima di averne uno che vada bene per me devo aspettare di essere in cina. Chi mi ha mandato messaggi non se la prenda se non rispondo.
Abbracci a tutti!
DAG
domenica 13 aprile 2008
Scomparsa Pippa Bacca.
Riporto qui di seguito la notizia segnalata da Elisabetta a proposito della scomparsa, avvenuta in Turchia, dell`artista Pippa Bacca, amica anche mia.
DAG
Istanbul: appello per l'artista scomparsa sul «Chi l'ha visto?» turco
La sorella e il ragazzo tappezzano Ankara di manifesti
ANKARA - La stazione di servizio della British Petroleum ha l'insegna verde, il suo colore preferito. Pippa si veste soltanto di verde; è color pisello anche il trolley che portava con sé quando è sparita da questo autogrill lungo la E5, la vecchia strada a quattro corsie che da Istanbul va verso Izmit e poi fino ad Ankara.
Giuseppina Pasqualino di Marineo (Cavicchi)
L'ultimo ad averla vista, intorno a mezzogiorno del 31 marzo, è stato uno dei benzinai: «Era ferma all'ingresso del piazzale — ha raccontato —. Ho notato una jeep frenare, fare retromarcia e andare verso di lei». Da allora di Giuseppina Pasqualino di Marineo, 33 anni, in arte Pippa Bacca, non si sa più nulla. È scomparsa mentre faceva l'autostop in abito da sposa undici giorni fa.
Un'eternità. Ma qui, e questa è la buona notizia, la cercano come se fosse viva. «I miei uomini tornano a casa solo il tempo necessario per cambiarsi » assicura Mehmet Tuzel, il capo della polizia di Ankara, che coordina le indagini. Sono giornate grigie e interminabili. Si inseguono voci, segnalazioni, verifiche e smentite. «Era a Dilova, fuori da un ristorante assieme a un barbone », l'avvistamento di una donna resterà senza conferme. «Hanno chiesto un riscatto», ma il falso allarme dura lo spazio di un controllo fatto al telefono. Da Milano la madre di Pippa lancia un appello drammatico: «O è morta o si trova in una situazione tragica. Speriamo sia un rapimento. In ogni caso non può essere scomparsa nel nulla». Credere che nessuno abbia visto qualcosa è difficile. L'autogrill di Bayramoglu, dove si è fermata quella jeep, è poco meno di un suk: ci sono bar, ristoranti, un McDonald's, fermate di pullman e di taxi collettivi, centinaia di viaggiatori in transito. Ci sono anche molte telecamere. Gli investigatori hanno raccolto i filmati. Da quei nastri, e dalle tracce lasciate dal telefono cellulare della giovane artista, forse potrebbero arrivare indicazioni utili. Le ricerche per ora sono concentrate nella zona di Gebze, la città più vicina all'area di servizio. Sui cruscotti delle auto-pattuglia ci sono le foto segnaletiche di Giuseppina Pasqualino. Agenti in borghese fanno domande discrete, per non creare un clima che possa mettere paura a eventuali sequestratori. Il problema è che l'indagine è scattata in ritardo. Dal momento della scomparsa a quando in Italia è stato dato l'allarme sono passati quattro giorni e prima che la polizia turca potesse mobilitarsi ce ne sono voluti circa altrettanti.
Lunedì scorso su Kanal D è andato in onda l'appello del console italiano a Istanbul, Stefano Canzio. Da Roma la Farnesina ha attivato l'Interpol. Sul tavolo del pubblico ministero milanese Ilda Boccassini è arrivata la denuncia presentata dai familiari della giovane. E ad Ankara l'ambasciatore in Turchia Carlo Marsili ha preso contatto con le autorità locali: «Ci siamo rivolti ai più alti livelli di polizia e ministero dell'Interno — spiegava ieri all'Apcom —. Ci hanno assicurato che stanno lavorando al massimo per trovarla. Io posso dire che le forze dell'ordine hanno un controllo capillare del territorio». Il numero di persone scomparse in Turchia non è alto. Purtroppo la regione compresa tra Gebze e Sakarya non è un buon posto per perdersi. Criminalità, traffico di droga, islam militante, immigrazione clandestina: finisce spesso sulle pagine di cronaca nera. Il caso di Pippa qui viene definito «anomalo», ma l'idea che una giovane donna sparisca in questo modo non è facile da digerire per Ankara. E poi l'Italia è un Paese amico. Insomma, di sicuro Giuseppina Pasqualino la stanno cercando sul serio. Finora, però, nessuna notizia. I controlli negli ospedali e negli obitori hanno dato esito negativo. Così restano in piedi tutte le ipotesi: un incidente, il sequestro, oppure una tragedia. Per esorcizzare la paura che lo accompagna da giorni, il terrore che la sua fidanzata sia morta, Giovanni Chiari prova a scherzare: «Se la ritroviamo, la strada per tornare a casa la fa a calci nel sedere».
Da martedì sera Giovanni è in Turchia insieme con Antonietta, una delle quattro sorelle di Pippa. Due giorni fa sono comparsi tutti e due in diretta al programma tv di Lerzan Mutlu, una cosa a metà tra Chi l'ha visto? e uno show di Maria De Filippi. La Mutlu, bionda platinata, chiede aiuto ai telespettatori per risolvere misteri e casi lacrimevoli. Dopo la trasmissione hanno telefonato una dozzina di persone, ma nessuna aveva notizie decisive. Allora Antonietta e Giovanni si sono messi in viaggio assieme a Laleham Karadeniz, la loro interprete. Hanno seguito le tracce di Pippa dalla periferia di Istanbul fino a Gezbe e ancora più in là, lasciandosi dietro una scia di manifesti: la foto di lei che aspetta un passaggio vestita da sposa e un appello. Gruppi di uomini turchi lo leggono, poi salutano con i loro Inshallah. Ieri assieme a Silvia Moro, compagna di Pippa nella performance «spose in viaggio», i ragazzi venuti dall'Italia hanno tappezzato il centro di Ankara. Silvia ha smesso l'abito bianco per non creare confusione e falsi avvistamenti. Ricorda i giorni passati per strada, prima di dividersi per alcune divergenze sulla natura del progetto — forse anche una lite — quando chi le raccoglieva diceva: «Siete due angeli».
DAG
Istanbul: appello per l'artista scomparsa sul «Chi l'ha visto?» turco
La sorella e il ragazzo tappezzano Ankara di manifesti
ANKARA - La stazione di servizio della British Petroleum ha l'insegna verde, il suo colore preferito. Pippa si veste soltanto di verde; è color pisello anche il trolley che portava con sé quando è sparita da questo autogrill lungo la E5, la vecchia strada a quattro corsie che da Istanbul va verso Izmit e poi fino ad Ankara.
Giuseppina Pasqualino di Marineo (Cavicchi)
L'ultimo ad averla vista, intorno a mezzogiorno del 31 marzo, è stato uno dei benzinai: «Era ferma all'ingresso del piazzale — ha raccontato —. Ho notato una jeep frenare, fare retromarcia e andare verso di lei». Da allora di Giuseppina Pasqualino di Marineo, 33 anni, in arte Pippa Bacca, non si sa più nulla. È scomparsa mentre faceva l'autostop in abito da sposa undici giorni fa.
Un'eternità. Ma qui, e questa è la buona notizia, la cercano come se fosse viva. «I miei uomini tornano a casa solo il tempo necessario per cambiarsi » assicura Mehmet Tuzel, il capo della polizia di Ankara, che coordina le indagini. Sono giornate grigie e interminabili. Si inseguono voci, segnalazioni, verifiche e smentite. «Era a Dilova, fuori da un ristorante assieme a un barbone », l'avvistamento di una donna resterà senza conferme. «Hanno chiesto un riscatto», ma il falso allarme dura lo spazio di un controllo fatto al telefono. Da Milano la madre di Pippa lancia un appello drammatico: «O è morta o si trova in una situazione tragica. Speriamo sia un rapimento. In ogni caso non può essere scomparsa nel nulla». Credere che nessuno abbia visto qualcosa è difficile. L'autogrill di Bayramoglu, dove si è fermata quella jeep, è poco meno di un suk: ci sono bar, ristoranti, un McDonald's, fermate di pullman e di taxi collettivi, centinaia di viaggiatori in transito. Ci sono anche molte telecamere. Gli investigatori hanno raccolto i filmati. Da quei nastri, e dalle tracce lasciate dal telefono cellulare della giovane artista, forse potrebbero arrivare indicazioni utili. Le ricerche per ora sono concentrate nella zona di Gebze, la città più vicina all'area di servizio. Sui cruscotti delle auto-pattuglia ci sono le foto segnaletiche di Giuseppina Pasqualino. Agenti in borghese fanno domande discrete, per non creare un clima che possa mettere paura a eventuali sequestratori. Il problema è che l'indagine è scattata in ritardo. Dal momento della scomparsa a quando in Italia è stato dato l'allarme sono passati quattro giorni e prima che la polizia turca potesse mobilitarsi ce ne sono voluti circa altrettanti.
Lunedì scorso su Kanal D è andato in onda l'appello del console italiano a Istanbul, Stefano Canzio. Da Roma la Farnesina ha attivato l'Interpol. Sul tavolo del pubblico ministero milanese Ilda Boccassini è arrivata la denuncia presentata dai familiari della giovane. E ad Ankara l'ambasciatore in Turchia Carlo Marsili ha preso contatto con le autorità locali: «Ci siamo rivolti ai più alti livelli di polizia e ministero dell'Interno — spiegava ieri all'Apcom —. Ci hanno assicurato che stanno lavorando al massimo per trovarla. Io posso dire che le forze dell'ordine hanno un controllo capillare del territorio». Il numero di persone scomparse in Turchia non è alto. Purtroppo la regione compresa tra Gebze e Sakarya non è un buon posto per perdersi. Criminalità, traffico di droga, islam militante, immigrazione clandestina: finisce spesso sulle pagine di cronaca nera. Il caso di Pippa qui viene definito «anomalo», ma l'idea che una giovane donna sparisca in questo modo non è facile da digerire per Ankara. E poi l'Italia è un Paese amico. Insomma, di sicuro Giuseppina Pasqualino la stanno cercando sul serio. Finora, però, nessuna notizia. I controlli negli ospedali e negli obitori hanno dato esito negativo. Così restano in piedi tutte le ipotesi: un incidente, il sequestro, oppure una tragedia. Per esorcizzare la paura che lo accompagna da giorni, il terrore che la sua fidanzata sia morta, Giovanni Chiari prova a scherzare: «Se la ritroviamo, la strada per tornare a casa la fa a calci nel sedere».
Da martedì sera Giovanni è in Turchia insieme con Antonietta, una delle quattro sorelle di Pippa. Due giorni fa sono comparsi tutti e due in diretta al programma tv di Lerzan Mutlu, una cosa a metà tra Chi l'ha visto? e uno show di Maria De Filippi. La Mutlu, bionda platinata, chiede aiuto ai telespettatori per risolvere misteri e casi lacrimevoli. Dopo la trasmissione hanno telefonato una dozzina di persone, ma nessuna aveva notizie decisive. Allora Antonietta e Giovanni si sono messi in viaggio assieme a Laleham Karadeniz, la loro interprete. Hanno seguito le tracce di Pippa dalla periferia di Istanbul fino a Gezbe e ancora più in là, lasciandosi dietro una scia di manifesti: la foto di lei che aspetta un passaggio vestita da sposa e un appello. Gruppi di uomini turchi lo leggono, poi salutano con i loro Inshallah. Ieri assieme a Silvia Moro, compagna di Pippa nella performance «spose in viaggio», i ragazzi venuti dall'Italia hanno tappezzato il centro di Ankara. Silvia ha smesso l'abito bianco per non creare confusione e falsi avvistamenti. Ricorda i giorni passati per strada, prima di dividersi per alcune divergenze sulla natura del progetto — forse anche una lite — quando chi le raccoglieva diceva: «Siete due angeli».
Lao
Dieci di aprile, auguri mamma, siamo già alla quarta cittadina del Laos, Pakxé. Le città laotiane sono difficili da capire, per me. Non hanno un centro. Hanno, finora, come elemento comune, la vicinanza con il fiume Mekong, ma questo non vuol dire che sulle sponde del fiume ci sia più vita che da altre parti. Avevo percepito Vientiane come una città di confine, ma l'impressione si è ripetuta poi per tutte le altre città. Thakhet, Savannakhet, ora Pakxé, hanno tutte un qualcosa di provvisorio e di sfuggevole, come se la meta non fosse lì, ma da cercare da qualche altra parte. A Vientiane abbiamo visitato l'arco di trionfo eretto dai francesi al loro ingresso nel paese, a Thakhet niente, siamo partiti il giorno dopo essere arrivati, a Savannakhet il museo dei dinosauri (e quando si va allo zoo o al museo dei dinosauri vuol dire che si sta raschiando il fondo del barile), Pakxé sembra abbastanza vivace, almeno ci sono tre ristoranti tra cui scegliere dove andare a mangiare. A Thakhet neppure quelli, alle otto tutti a nanna, le strade, prive di illuminazione pubblica, diventavano territorio di scorribande degli animali più inconsueti.
Non che mi aspettassi la spumeggiante Copacabana, sia chiaro, ma (tanto per fare un esempio) stasera abbiamo finito di cenare, abbiamo guardato l'orologio ed erano le sette e dieci. Per ingannare il tempo mi sono fatto interrogare in giapponese, Jun mi diceva le frasi in inglese e io dovevo prima capire cosa volesse dirmi e poi ricordarmi come si dice in giapponese. La prima parte era la più difficile se considerate che per il mio amico, tanto per farvi un esempio, "surìppi" per Jun significa "sleep", dormire e "bèsde" "birthday", compleanno.
Rimandato lui in inglese, bocciato io in giapponese.
Mentre vi scrivo Jun è andato a farsi fare un massaggio ai piedi, perché ha letto sulla guida che c'era un centro massaggi vicino alla guesthouse in cui dormiamo. Io ne avevo visto uno, e glielo avevo indicato perché è da tre giorni che dice che vuole un massaggio ai piedi, ma lui ha dovuto cercare quello consigliato dalla sua guida giapponese. Ovviamente era lo stesso. Approfitto della sua assenza e quindi dalla temporanea pausa dai "japanese jokes" per godermi la cosa più lussuosa da quando siamo arrivat in Lao: una terrazza enorme, su cui affacciano le nostre due camere. La terrazza è all'ultimo piano di un edificio interamente gestito da cinesi. Il proprietario ci ha visto uscire dalla guesthouse accanto alla sua scandalizzati per l'esorbitante cifra richiesta: 12 dollari. Ci ha subito sciacallato al collega vicino facendoci segno di dormire con le mani e indicandoci la porta a vetri dietro di sé. Quando abbiamo visto le camere ho contrattato per avere uno sconto. Siamo arrivati a cinque dollari a notte. Abbiamo fatto il gesto di dare i passaporti, ma il proprietario ha detto di no, che non gli interessava. Ha voluto i soldi subito, quelli sì. Non siamo registrati, in questo hotel. Sembra che la presenza cinese stia diventando sempre più forte, man mano che ci si allontana dal confine con la Thailandia. Interi edifici sono arredati con lanterne rosse, piastrelle lucide e vetri blu scuro. Quello è il segnale che i proprietari sono cinesi. Da una parte della strada il ristorante con relativa guesthouse, dall'altra il supernegozio, che vende di tutto, dai cioccolatini ai pneumatici.
I Laotiani, del resto, sembrano accettare senza alcun problema la presenza di altri popoli nel loro territorio: anche noi, i "Falàng" (termine abbastanza dispregiativo che inizialmente stava ad indicare i francesi ma poi si è esteso a tutti gli stranieri) veniamo in contatto con la gente del posto con una facilità nuova, rispetto, per esempio, alla Thailandia.
Lo abbiamo potuto constatare soprattutto nel corso dell'ultimo trasferimento, quello che ci ha portato da Savannakhet a Pakxé.
"Il bus parte alle dieci e mezzo, venite qui alle dieci e fate il biglietto domani", ci aveva detto la bigliettaia. Tre dollari e mezzo mi sembrava un costo francamente un po' basso per un viaggio di sei ore. Il sospetto che il bus non fosse proprio una limousine si stava facendo strada. All'arrivo nella polverosa stazione dei pullman di Savannakhet, il giorno dopo, il sospetto prende pesantemente corpo. Un torpedone cencioso e grondante morchia da ogni crepa rugginosa ci attende nel centro del piazzale, parecchi omini intorno si ingegnano per caricare sul tetto ed assicurare con cinghie e funi d'ogni tipo le merci da trasportare.
L'ultimo bagaglio che viene issato sul tetto è un motorino.
All'interno, dopo la conta dei biglietti, tutti i posti sono già occupati, ma continuano ad arrivare nuovi passeggeri. Ci stipiamo, mi rendo conto che sono in piedi e non ho trovato il mio posto. Sul biglietto ci sono i numeri, ma sui sedili no. Indico il numero del mio posto al ragazzo che controlla i biglietti ma lui fa un gesto vago, circolare, che potrebbe comprendere tutto l'interno del pullman. Volendo anche l'esterno. Un signore trasporta sgabelli. Li distribuisce sorridendo a tutti, ci sediamo nel corridoio, sugli sgabelli, in fila indiana, strettissimi, quando mi accorgo che Jun ha trovato un posto a sedere. Comodo e tranquillo, di fianco ad una ragazza. Come diavolo abbia fatto non lo so, ma mi fa venire il nervoso, perché mi guarda dall'alto in basso e ride, mostrandosi soddisfatto e un po' annoiato.
Vedo una signora anziana salire sul bus, una bimba al collo. La bimba avrà otto mesi, forse un anno. Indico con sguardo pietoso la donna a Jun, e poi lo guardo con disprezzo. Jun cade vittima del proprio buon cuore. Cede il posto all'anziana signora, lui farà il viaggio in piedi. Lo guardo e ridacchio. Tutto sommato uno sgabello non è poi così scomodo.
DAG
Non che mi aspettassi la spumeggiante Copacabana, sia chiaro, ma (tanto per fare un esempio) stasera abbiamo finito di cenare, abbiamo guardato l'orologio ed erano le sette e dieci. Per ingannare il tempo mi sono fatto interrogare in giapponese, Jun mi diceva le frasi in inglese e io dovevo prima capire cosa volesse dirmi e poi ricordarmi come si dice in giapponese. La prima parte era la più difficile se considerate che per il mio amico, tanto per farvi un esempio, "surìppi" per Jun significa "sleep", dormire e "bèsde" "birthday", compleanno.
Rimandato lui in inglese, bocciato io in giapponese.
Mentre vi scrivo Jun è andato a farsi fare un massaggio ai piedi, perché ha letto sulla guida che c'era un centro massaggi vicino alla guesthouse in cui dormiamo. Io ne avevo visto uno, e glielo avevo indicato perché è da tre giorni che dice che vuole un massaggio ai piedi, ma lui ha dovuto cercare quello consigliato dalla sua guida giapponese. Ovviamente era lo stesso. Approfitto della sua assenza e quindi dalla temporanea pausa dai "japanese jokes" per godermi la cosa più lussuosa da quando siamo arrivat in Lao: una terrazza enorme, su cui affacciano le nostre due camere. La terrazza è all'ultimo piano di un edificio interamente gestito da cinesi. Il proprietario ci ha visto uscire dalla guesthouse accanto alla sua scandalizzati per l'esorbitante cifra richiesta: 12 dollari. Ci ha subito sciacallato al collega vicino facendoci segno di dormire con le mani e indicandoci la porta a vetri dietro di sé. Quando abbiamo visto le camere ho contrattato per avere uno sconto. Siamo arrivati a cinque dollari a notte. Abbiamo fatto il gesto di dare i passaporti, ma il proprietario ha detto di no, che non gli interessava. Ha voluto i soldi subito, quelli sì. Non siamo registrati, in questo hotel. Sembra che la presenza cinese stia diventando sempre più forte, man mano che ci si allontana dal confine con la Thailandia. Interi edifici sono arredati con lanterne rosse, piastrelle lucide e vetri blu scuro. Quello è il segnale che i proprietari sono cinesi. Da una parte della strada il ristorante con relativa guesthouse, dall'altra il supernegozio, che vende di tutto, dai cioccolatini ai pneumatici.
I Laotiani, del resto, sembrano accettare senza alcun problema la presenza di altri popoli nel loro territorio: anche noi, i "Falàng" (termine abbastanza dispregiativo che inizialmente stava ad indicare i francesi ma poi si è esteso a tutti gli stranieri) veniamo in contatto con la gente del posto con una facilità nuova, rispetto, per esempio, alla Thailandia.
Lo abbiamo potuto constatare soprattutto nel corso dell'ultimo trasferimento, quello che ci ha portato da Savannakhet a Pakxé.
"Il bus parte alle dieci e mezzo, venite qui alle dieci e fate il biglietto domani", ci aveva detto la bigliettaia. Tre dollari e mezzo mi sembrava un costo francamente un po' basso per un viaggio di sei ore. Il sospetto che il bus non fosse proprio una limousine si stava facendo strada. All'arrivo nella polverosa stazione dei pullman di Savannakhet, il giorno dopo, il sospetto prende pesantemente corpo. Un torpedone cencioso e grondante morchia da ogni crepa rugginosa ci attende nel centro del piazzale, parecchi omini intorno si ingegnano per caricare sul tetto ed assicurare con cinghie e funi d'ogni tipo le merci da trasportare.
L'ultimo bagaglio che viene issato sul tetto è un motorino.
All'interno, dopo la conta dei biglietti, tutti i posti sono già occupati, ma continuano ad arrivare nuovi passeggeri. Ci stipiamo, mi rendo conto che sono in piedi e non ho trovato il mio posto. Sul biglietto ci sono i numeri, ma sui sedili no. Indico il numero del mio posto al ragazzo che controlla i biglietti ma lui fa un gesto vago, circolare, che potrebbe comprendere tutto l'interno del pullman. Volendo anche l'esterno. Un signore trasporta sgabelli. Li distribuisce sorridendo a tutti, ci sediamo nel corridoio, sugli sgabelli, in fila indiana, strettissimi, quando mi accorgo che Jun ha trovato un posto a sedere. Comodo e tranquillo, di fianco ad una ragazza. Come diavolo abbia fatto non lo so, ma mi fa venire il nervoso, perché mi guarda dall'alto in basso e ride, mostrandosi soddisfatto e un po' annoiato.
Vedo una signora anziana salire sul bus, una bimba al collo. La bimba avrà otto mesi, forse un anno. Indico con sguardo pietoso la donna a Jun, e poi lo guardo con disprezzo. Jun cade vittima del proprio buon cuore. Cede il posto all'anziana signora, lui farà il viaggio in piedi. Lo guardo e ridacchio. Tutto sommato uno sgabello non è poi così scomodo.
DAG
mercoledì 9 aprile 2008
L'amico del Sol Levante
Vi ho già detto del mio amico Jun, conosciuto sul treno che mi ha portato in Lao. Ecco, Jun, nonostante abbia la faccia da thailandese, è giapponese, ma così giapponese che più giapponese non si può.
Per darvi un'idea, Jun ha una borsetta con dentro due libri: un prontuario di conversazione giapponese - inglese, corredato dalle frasi più inutili, tipo :"Signorina, credo che il resto che mi ha dato sia in eccesso" (figuriamoci se faccio notare una cosa del genere!) oppure "Dove posso trovare delle garze sterili?" in un paese in cui le aspirine te le vendono sfuse alle bancarelle! Ed una guida turistica del Lao, molto ridotta, ma efficace. Oltre, ovviamente, alla macchina fotografica.
Ogni tanto lo trovo che scruta la guida come se fosse scritta in caratteri sumeri, con un'espressione concentrata fino allo spasmo. Poi punta il dito sopra una foto (generalmente la foto di una pagoda o un tempio) e guardandomi dice: "Biùtifu" E io: "Si, Jun, biùtifu." E lui: "Go?" "Sì, Jun, let's go." E, inforcate le biciclette a noleggio (il motorino no, è "déngelas", dangerous) si va a visitare la pagoda. Quando siamo,lì la prima cosa che dice è :"Foto". E fa una foto.
L'altro giorno stavamo prendendo un caffè seduti ad un tavolino sotto un albero e improvvisamente ha spalancato gli occhi guardando sopra la mia spalla, facendo cenno di non muovermi.
Io mi son spaventato, e che diamine! E gli ho detto "Oh! Che c'è?!!?" non mi ricordo se in inglese o in italiano, ma tanto si capiva lo stesso. Chissà quale insetto schifoso mi stava camminando addosso.
Jun ha aspettato un attimo e poi si è messo a ridere, dicendomi: "Ha ha ha! Japanese joke!" (Ti ho fatto uno scherzo giapponese!). Questo ha dato la stura ad una serie di scherzi atroci e idioti, degni di due minorati mentali durante l'anno del militare, scherzi a turno definiti "italian" e "japanese" joke.
Ma Jun è anche una delle persone più rispettose che io conosca. Nonostante faccia il pugile e guidi i camion per guadagnarsi da vivere (è in Thailandia per studiare la lingua e cercare di trovare un lavoro migliore) è di animo gentile, adora i bambini e gli regala in continuazione l'origami della cicogna. Sa fare solo quello della cicogna. Quando passiamo di fianco ad un gruppo di bambini in uniforme li indica e dice "Sukùru" (School). Ogni tanto si fuma una sigaretta, e gira perennemente con una bustina portacenere per non buttare la cenere o i mozziconi per terra. Quando fuma non cammina perché, dice, può essere pericoloso se urta un bambino con la sigaretta accesa. Non sopporta i prepotenti o quelli che urlano.
L'altra sera eravamo a sentire due ragazzi che suonavano in un locale, un locale alla buona con questi due chitarristi alla buona che senza pietà massacravano i classici della musica folk internazionale. Hanno ucciso un po' di U2, strapazzato Bruce Springsteen e tumefatto Simon and Garfunkel, ad un tavolo vicino al nostro quattro ragazze laotiane. Ad un altro tavolo due ragazzi, un indiano con la barbetta e un cinese alto, ubriachi sino alle ossa, che vociavano sopra il volume generale. Ad un certo punto, quasi inevitabilmente, il cinese comincia a rompere le scatole alle ragazze laotiane. Queste fanno finta di nulla. Quello insiste, ridacchiando. Quelle lo ignorano. Quello ne prende una per un braccio, alzando la voce. Jun e io seguiamo la scena in silenzio. Ad un certo punto Jun si gira verso di me e dice: "Visto? Dà fastidio alle ragazze."
Il cinese si gira e ci guarda. Incrocia lo sguardo di Jun e si mette a ridere cercando la complicità nel mio amico. Jun rimane assolutamente fermo, guardandolo negli occhi, senza muovere un muscolo.
Io sudo freddo. Brutti ricordi mi tornano in mente tutti assieme.
La risata del cinese si spegne, in pochi secondi. Tensione. Jun non si è mosso di un millimetro.
Il cinese abbassa gli occhi.
E anche stavolta è andata.
DAG
Per darvi un'idea, Jun ha una borsetta con dentro due libri: un prontuario di conversazione giapponese - inglese, corredato dalle frasi più inutili, tipo :"Signorina, credo che il resto che mi ha dato sia in eccesso" (figuriamoci se faccio notare una cosa del genere!) oppure "Dove posso trovare delle garze sterili?" in un paese in cui le aspirine te le vendono sfuse alle bancarelle! Ed una guida turistica del Lao, molto ridotta, ma efficace. Oltre, ovviamente, alla macchina fotografica.
Ogni tanto lo trovo che scruta la guida come se fosse scritta in caratteri sumeri, con un'espressione concentrata fino allo spasmo. Poi punta il dito sopra una foto (generalmente la foto di una pagoda o un tempio) e guardandomi dice: "Biùtifu" E io: "Si, Jun, biùtifu." E lui: "Go?" "Sì, Jun, let's go." E, inforcate le biciclette a noleggio (il motorino no, è "déngelas", dangerous) si va a visitare la pagoda. Quando siamo,lì la prima cosa che dice è :"Foto". E fa una foto.
L'altro giorno stavamo prendendo un caffè seduti ad un tavolino sotto un albero e improvvisamente ha spalancato gli occhi guardando sopra la mia spalla, facendo cenno di non muovermi.
Io mi son spaventato, e che diamine! E gli ho detto "Oh! Che c'è?!!?" non mi ricordo se in inglese o in italiano, ma tanto si capiva lo stesso. Chissà quale insetto schifoso mi stava camminando addosso.
Jun ha aspettato un attimo e poi si è messo a ridere, dicendomi: "Ha ha ha! Japanese joke!" (Ti ho fatto uno scherzo giapponese!). Questo ha dato la stura ad una serie di scherzi atroci e idioti, degni di due minorati mentali durante l'anno del militare, scherzi a turno definiti "italian" e "japanese" joke.
Ma Jun è anche una delle persone più rispettose che io conosca. Nonostante faccia il pugile e guidi i camion per guadagnarsi da vivere (è in Thailandia per studiare la lingua e cercare di trovare un lavoro migliore) è di animo gentile, adora i bambini e gli regala in continuazione l'origami della cicogna. Sa fare solo quello della cicogna. Quando passiamo di fianco ad un gruppo di bambini in uniforme li indica e dice "Sukùru" (School). Ogni tanto si fuma una sigaretta, e gira perennemente con una bustina portacenere per non buttare la cenere o i mozziconi per terra. Quando fuma non cammina perché, dice, può essere pericoloso se urta un bambino con la sigaretta accesa. Non sopporta i prepotenti o quelli che urlano.
L'altra sera eravamo a sentire due ragazzi che suonavano in un locale, un locale alla buona con questi due chitarristi alla buona che senza pietà massacravano i classici della musica folk internazionale. Hanno ucciso un po' di U2, strapazzato Bruce Springsteen e tumefatto Simon and Garfunkel, ad un tavolo vicino al nostro quattro ragazze laotiane. Ad un altro tavolo due ragazzi, un indiano con la barbetta e un cinese alto, ubriachi sino alle ossa, che vociavano sopra il volume generale. Ad un certo punto, quasi inevitabilmente, il cinese comincia a rompere le scatole alle ragazze laotiane. Queste fanno finta di nulla. Quello insiste, ridacchiando. Quelle lo ignorano. Quello ne prende una per un braccio, alzando la voce. Jun e io seguiamo la scena in silenzio. Ad un certo punto Jun si gira verso di me e dice: "Visto? Dà fastidio alle ragazze."
Il cinese si gira e ci guarda. Incrocia lo sguardo di Jun e si mette a ridere cercando la complicità nel mio amico. Jun rimane assolutamente fermo, guardandolo negli occhi, senza muovere un muscolo.
Io sudo freddo. Brutti ricordi mi tornano in mente tutti assieme.
La risata del cinese si spegne, in pochi secondi. Tensione. Jun non si è mosso di un millimetro.
Il cinese abbassa gli occhi.
E anche stavolta è andata.
DAG
Il maître d'hotel
Il Laos, che in realtà si chiama Lao, senza la "s" in fondo, è uno dei paesi più isolati e forse meno visitati rispetto agli altri del sud est asiatico. La Repubblica Democratica del Popolo del Lao, questo il suo nome completo, ha una popolazione che non supera i sette milioni di abitanti e ha un regime socialista moderato, che ha aperto sì al capitalismo, ma con alcune riserve. In Lao non troverete McDonald's o Starbuck's. In Lao molte persone girano con la maglietta di Che Guevara, i pochi che possiedono un'automobile o un fuoristrada ci tengono ad avere sulle fiancate l'effigie del Che oppure di Lenin. Meglio se tutti e due. Alcuni Laotiani parlano spagnolo perché hanno vissuto qualche anno a Cuba, che ha un governo simpatizzante con il governo del Lao, e molti sono quelli che parlano francese. I cartelli e le indicazioni sono in laotiano e in francese, per via della colonizzazione.
Ma i veri protagonisti della vita in Lao non sono gli uomini, sono gli animali. Noto come la terra dal "milione di elefanti", non passa ora senza che il mio amico Jun (questo il nome del pugile giapponese con cui sto viaggiando) ed io non ci fermiamo di fronte ad un lucertolone, o a qualche ragno enorme.
Ieri sera dopo cena abbiamo fatto una passeggiata lungo la via principale del paese (eravamo nel villaggio di Thakhet, nel Lao centrale) e per mezzo metro non andavo a mettere un piede sopra uno scorpione di dodici centimetri che stava fermo a lato della strada. Considerando che giro con le ciabattine (fa un caldo inimmaginabile) camminargli sopra non sarebbe stata un'ottima idea.
Oggi qualcosa mi ha punto sul collo, mentre andavamo col tuc tuc alla stazione degli autobus. Tamponato subito con l'ammoniaca, il dolore è cessato poco dopo, ma i primi istanti era davvero acuto.
Questa sera, dopo una lunga passeggiata nel villaggio di Savannaketh, dove siamo arrivati a metà pomeriggio, entrando nel bagno della mia stanza ho notato, ancora prima di accendere la luce, che c'era qualcosa di strano nella tazza del cesso. Accesa la luce mi sono trovato due occhioni che mi guardavano imploranti: un rospo vi era finito dentro non so come e non riusciva ad uscire dal water. Scivolava, povero. Aiutato con una ciabatta, gli ho messo una bacinella d'acqua sotto il lavandino e ho deciso di adottarlo. Mangerà un po' di zanzare.
Tanto è caotica e frenetica la vita a Bangkok, tanto in Lao i ritmi sono lenti e cadenzati. Quasi tutte le cittadine (Vientiane, la capitale, è poco più che un paesotto) sono cresciute lungo il Mekong. La sponda ovest del fiume, di notte, è piena di luci multicolori. Quella è la Thailandia. Molti laotiani vorrebbero andarvi a vivere, ma si lamentano che passare il confine non è facile. Siamo in una sorta di Tijuana dell'Asia, anche se molto meno pericolosa.
Le condizioni igieniche sono precarie, c'è poco da fidarsi a mangiar carne in giro, anche perché qui non c'è la cultura dei banchini per le strade, i laotiani mangiano in casa, quindi il ricambio del cibo non è così frequente. Scegliamo i ristoranti (se ristoranti si possono chiamare) a naso, ci mancano elementi per valutare davvero cosa è buono e cosa no. Stessa cosa per le guesthouses. Arrivati a Thakhet, per esempio, non sapevamo letteralmente dove andare a dormire. La guida giapponese di Jun indicava tre posti. Due introvabili, uno in costruzione. Arriviamo in un terreno circondato da siepi, con una baracca all'ingresso. Il cartello dice "GUESSHOUSE". Infatti, mi dico. Indovina dov'è l'albergo...
Le stanze non sono poi così malvage, il costo è esorbitante: dieci dollari! Ma non abbiamo scelta. L'Andrea rompipalle comincia a farsi sentire: non è giusto che non ci sia scelta e che non ci facciano nemmeno un barlume di sconto: devo trovare un inghippo. Dieci dollari sono troppi, il mio budget per il Lao è di venti dollari al giorno, imprevisti inclusi!
Nel farmi la doccia scopro che non c'è acqua calda, come promesso dal ragazzo che ci ha registrato. Ecco l'inghippo! Vado e faccio presente la cosa, il ragazzo mi dice che sta arrivando il manager d'hotel. Abbastanza incredulo, sono contento che si stia per palesare una figura professionalmente accreditata con cui relazionarmi. Già pregusto il duello verbale con il maître per ottenere lo sconto.
Il ragazzo mi dice che il maître d'hotel è arrivato. In effetti un motorino tutto scassato si è appena spento davanti all'entrata della baracca. Fa il suo ingresso un tizio dalla camicia lurida, che inciampa, perde una ciabatta e mentre se la rinfila mi guarda in faccia e mi fa un rutto.
Ok, ha già vinto lui, niente duello verbale, immagino. Tutto ha un limite.
DAG
Ma i veri protagonisti della vita in Lao non sono gli uomini, sono gli animali. Noto come la terra dal "milione di elefanti", non passa ora senza che il mio amico Jun (questo il nome del pugile giapponese con cui sto viaggiando) ed io non ci fermiamo di fronte ad un lucertolone, o a qualche ragno enorme.
Ieri sera dopo cena abbiamo fatto una passeggiata lungo la via principale del paese (eravamo nel villaggio di Thakhet, nel Lao centrale) e per mezzo metro non andavo a mettere un piede sopra uno scorpione di dodici centimetri che stava fermo a lato della strada. Considerando che giro con le ciabattine (fa un caldo inimmaginabile) camminargli sopra non sarebbe stata un'ottima idea.
Oggi qualcosa mi ha punto sul collo, mentre andavamo col tuc tuc alla stazione degli autobus. Tamponato subito con l'ammoniaca, il dolore è cessato poco dopo, ma i primi istanti era davvero acuto.
Questa sera, dopo una lunga passeggiata nel villaggio di Savannaketh, dove siamo arrivati a metà pomeriggio, entrando nel bagno della mia stanza ho notato, ancora prima di accendere la luce, che c'era qualcosa di strano nella tazza del cesso. Accesa la luce mi sono trovato due occhioni che mi guardavano imploranti: un rospo vi era finito dentro non so come e non riusciva ad uscire dal water. Scivolava, povero. Aiutato con una ciabatta, gli ho messo una bacinella d'acqua sotto il lavandino e ho deciso di adottarlo. Mangerà un po' di zanzare.
Tanto è caotica e frenetica la vita a Bangkok, tanto in Lao i ritmi sono lenti e cadenzati. Quasi tutte le cittadine (Vientiane, la capitale, è poco più che un paesotto) sono cresciute lungo il Mekong. La sponda ovest del fiume, di notte, è piena di luci multicolori. Quella è la Thailandia. Molti laotiani vorrebbero andarvi a vivere, ma si lamentano che passare il confine non è facile. Siamo in una sorta di Tijuana dell'Asia, anche se molto meno pericolosa.
Le condizioni igieniche sono precarie, c'è poco da fidarsi a mangiar carne in giro, anche perché qui non c'è la cultura dei banchini per le strade, i laotiani mangiano in casa, quindi il ricambio del cibo non è così frequente. Scegliamo i ristoranti (se ristoranti si possono chiamare) a naso, ci mancano elementi per valutare davvero cosa è buono e cosa no. Stessa cosa per le guesthouses. Arrivati a Thakhet, per esempio, non sapevamo letteralmente dove andare a dormire. La guida giapponese di Jun indicava tre posti. Due introvabili, uno in costruzione. Arriviamo in un terreno circondato da siepi, con una baracca all'ingresso. Il cartello dice "GUESSHOUSE". Infatti, mi dico. Indovina dov'è l'albergo...
Le stanze non sono poi così malvage, il costo è esorbitante: dieci dollari! Ma non abbiamo scelta. L'Andrea rompipalle comincia a farsi sentire: non è giusto che non ci sia scelta e che non ci facciano nemmeno un barlume di sconto: devo trovare un inghippo. Dieci dollari sono troppi, il mio budget per il Lao è di venti dollari al giorno, imprevisti inclusi!
Nel farmi la doccia scopro che non c'è acqua calda, come promesso dal ragazzo che ci ha registrato. Ecco l'inghippo! Vado e faccio presente la cosa, il ragazzo mi dice che sta arrivando il manager d'hotel. Abbastanza incredulo, sono contento che si stia per palesare una figura professionalmente accreditata con cui relazionarmi. Già pregusto il duello verbale con il maître per ottenere lo sconto.
Il ragazzo mi dice che il maître d'hotel è arrivato. In effetti un motorino tutto scassato si è appena spento davanti all'entrata della baracca. Fa il suo ingresso un tizio dalla camicia lurida, che inciampa, perde una ciabatta e mentre se la rinfila mi guarda in faccia e mi fa un rutto.
Ok, ha già vinto lui, niente duello verbale, immagino. Tutto ha un limite.
DAG
domenica 6 aprile 2008
Inaugurazione e mostra, per voi!!!
Come anche i più insensibili avranno capito, sono molto felice di essere in viaggio e di veder sfilare sotto i miei occhi un intero mondo che non conosco e che mi incuriosisce perché per me è strano e nuovo.
Molte cose nuove, però stanno succedendo anche a Milano, e fra queste ce n'è una che proprio non mi sarei voluto perdere.
E' un evento che avrà inizio il 15 di Aprile, e il mio desiderio sarebbe quello di potervi assistere.
Ma io son qui e non si può avere tutto.
Voi no, voi che state leggendo siete a Milano (la maggior parte, credo) e quindi potete andare a vedere le fotografie di Alessia Montanari, la mia amica e socia, che saranno esposte al Dynamo, glorioso locale di piazza Greco a Milano.
Andate, vi consiglio, la sera dell'inaugurazione, martedì 15 aprile, verso le 21,30. Troverete sicuramente anche Alessia, fate qualche foto dell'evento (giusto così, per affetto) e mandatemele via mail, cosicché possa rendermi conto di quel che mi sto perdendo ma anche sorridere di fronte ad un monitor e vedere un po' di vostre facce. Fatele un abbraccio da parte mia.
Che Alessia sia brava e che le sue immagini siano belle si vede subito; quel che posso dire, lavorando fianco a fianco con lei, è che oltre alla serietà ed al rigore nel metodo di lavoro, come tutti quelli che amano il proprio mestiere, Alessia mette un po' di sé, che lei lo voglia o no, in ogni immagine che produce.
Ed è quello che fa la differenza.
Martedì 15 aprile, Dynamo, piazza Greco 5, Milano, ore 21,30.
Mostra fotografica di Alessia Montanari
www.alessiamontanari.it
DAG
Molte cose nuove, però stanno succedendo anche a Milano, e fra queste ce n'è una che proprio non mi sarei voluto perdere.
E' un evento che avrà inizio il 15 di Aprile, e il mio desiderio sarebbe quello di potervi assistere.
Ma io son qui e non si può avere tutto.
Voi no, voi che state leggendo siete a Milano (la maggior parte, credo) e quindi potete andare a vedere le fotografie di Alessia Montanari, la mia amica e socia, che saranno esposte al Dynamo, glorioso locale di piazza Greco a Milano.
Andate, vi consiglio, la sera dell'inaugurazione, martedì 15 aprile, verso le 21,30. Troverete sicuramente anche Alessia, fate qualche foto dell'evento (giusto così, per affetto) e mandatemele via mail, cosicché possa rendermi conto di quel che mi sto perdendo ma anche sorridere di fronte ad un monitor e vedere un po' di vostre facce. Fatele un abbraccio da parte mia.
Che Alessia sia brava e che le sue immagini siano belle si vede subito; quel che posso dire, lavorando fianco a fianco con lei, è che oltre alla serietà ed al rigore nel metodo di lavoro, come tutti quelli che amano il proprio mestiere, Alessia mette un po' di sé, che lei lo voglia o no, in ogni immagine che produce.
Ed è quello che fa la differenza.
Martedì 15 aprile, Dynamo, piazza Greco 5, Milano, ore 21,30.
Mostra fotografica di Alessia Montanari
www.alessiamontanari.it
DAG
e la locomotiva pareva un mostro strano
Ecco, sono arrivato in Laos! Ieri sera, dopo l'ultimo giro per Bangkok ad assaporare facce, profumi e luoghi mi sono fatto portare alla stazione e sono salito sul night train che mi avrebbe portato al confine. Il treno va a motore, e resta acceso dentro la stazione, per cui tutti i gas di scarico intossicano i passeggeri finché non si esce dalle volte della stazione (un vecchio edificio in stile coloniale) e si prende velocità. L'interno del treno è ristretto ed ingombro di strutture di alluminio, strutture che dovranno sostenere le cuccette. Tutto quello che non è alluminio è dipinto di un bel color verdino. Sembra di stare in un sommergibile, per la mancanza di spazio ed il caldo mostruoso che vi si è accumulato. In questi giorni a Bangkok il caldo non ha fatto che aumentare, arrivando ai 42 gradi e fermandovisi, è il periodo in cui sta per iniziare la stagione delle piogge e perfino i Thailandesi, popolo dalla pelle di ceramica, sudano, anche se con dignità.
Quando partiamo il treno rimane aperto. Presa una certa velocità, idem. Le porte e le finestre del treno non si chiudono mai. Polvere e insetti creano un turbinìo incessante nel vagone, tutto sventola e sbatacchia.
Arriva l'omino che fa i letti. Con una velocità sorprendente abbassa i ripiani, mette le lenzuola, le federe, assicura le cinghie per non volare di sotto a chi dorme al piano di sopra, e mette le tendine per la privacy. Le tendine svolazzano e addio privacy. Mentre ti fa il letto devi andare a sederti da qualcun altro, perché sei senza posto, ed è tutto un inchino e un sorriso e un socializzare con gli altri passeggeri. Immaginatevela in Italia una scena del genere. Immaginate che musi lunghi.
Sdraiato nella mia cuccetta non posso che boccheggiare, il caldo è davvero troppo. Sono tutto sudato, nonostante il turbine d'aria che agita il treno. Il ventilatore attaccato al soffitto, mosso probabilmente da un Isotta Fraschini in grado di far decollare un bombardiere, crea un potente ma inutile flusso d'aria verso il pavimento, aggiungendo turbolenza a tutto il sistema. E rumore al rumore. Cerco di distrarmi con la musica, ma le cuffiette dell'iPod nulla possono contro l'uragano lanciato nella pianura in cui ci troviamo a viaggiare. Incrocio lo sguardo del mio vicino, un ragazzo giapponese che si dispera anche lui per il caldo. Ci mettiamo a ridere come due stupidi per la situazione assurda, e decidiamo di andare nel vagone bar, per mettere un freno alla cosa. Scopro che parla due parole di inglese, è in Thailandia per studiare Thailandese e fa il pugile. E', manco a dirlo, appassionato di fotografia e fotografa tutto ciò che vede. Se sul ring ha la stessa grazia di quando compone le inquadrature allora poveri avversari, non vorrei essere al posto loro. Non è grosso, ma è definito da far paura. Beato lui...
Comunque è amichevole e sorridente, ci beviamo una coca cola. Il vagone bar ha la stessa atmosfera di un ciringuito su una spiaggia tropicale: due casse enormi, degne di un concerto dei Pink Floyd, diffondono musica locale a tutta potenza, le due cameriere in camicetta blu si aggirano tra i tavolini e per richiamare la tua attenzione ti danno uno schiaffo su un braccio, poi si mettono a ridere quando le guardi. Se ordini qualcosa di diverso da una birra ci rimangono male e ti dicono: "No bìa? No?" (No beer?) e ti guardano come se gli stessi facendo un torto. Ci tengono che ti ubriachi sul loro treno, evidentemente, ne fanno un punto d'orgoglio. Penso al Greyhound in America, dove se hanno appena il sospetto che tu abbia bevuto non ti fanno neanche salire.
Jun, questo il nome del pugile giapponese, estrae dalla sua borsetta un pacchetto di fogli colorati e mi guarda mentre lo osservo incuriosito. "Origami", mi dice, e si mette a piegare e ripiegare il foglietto. Ne viene fuori, a smentire la rozzezza delle sue inquadrature, una cicogna perfetta, che mi regala con faccia seria. Prendo la cicogna con tutte le cautele, per evitare che voli fuori dal finestrino, e la guardo tutto contento. Lui mi sorride e dice :"Furèn!" (friends) e io gli ripeto "Furèn, furèn", stringendogli la mano.
Ecco, ho trovato un nuovo amico.
DAG
Quando partiamo il treno rimane aperto. Presa una certa velocità, idem. Le porte e le finestre del treno non si chiudono mai. Polvere e insetti creano un turbinìo incessante nel vagone, tutto sventola e sbatacchia.
Arriva l'omino che fa i letti. Con una velocità sorprendente abbassa i ripiani, mette le lenzuola, le federe, assicura le cinghie per non volare di sotto a chi dorme al piano di sopra, e mette le tendine per la privacy. Le tendine svolazzano e addio privacy. Mentre ti fa il letto devi andare a sederti da qualcun altro, perché sei senza posto, ed è tutto un inchino e un sorriso e un socializzare con gli altri passeggeri. Immaginatevela in Italia una scena del genere. Immaginate che musi lunghi.
Sdraiato nella mia cuccetta non posso che boccheggiare, il caldo è davvero troppo. Sono tutto sudato, nonostante il turbine d'aria che agita il treno. Il ventilatore attaccato al soffitto, mosso probabilmente da un Isotta Fraschini in grado di far decollare un bombardiere, crea un potente ma inutile flusso d'aria verso il pavimento, aggiungendo turbolenza a tutto il sistema. E rumore al rumore. Cerco di distrarmi con la musica, ma le cuffiette dell'iPod nulla possono contro l'uragano lanciato nella pianura in cui ci troviamo a viaggiare. Incrocio lo sguardo del mio vicino, un ragazzo giapponese che si dispera anche lui per il caldo. Ci mettiamo a ridere come due stupidi per la situazione assurda, e decidiamo di andare nel vagone bar, per mettere un freno alla cosa. Scopro che parla due parole di inglese, è in Thailandia per studiare Thailandese e fa il pugile. E', manco a dirlo, appassionato di fotografia e fotografa tutto ciò che vede. Se sul ring ha la stessa grazia di quando compone le inquadrature allora poveri avversari, non vorrei essere al posto loro. Non è grosso, ma è definito da far paura. Beato lui...
Comunque è amichevole e sorridente, ci beviamo una coca cola. Il vagone bar ha la stessa atmosfera di un ciringuito su una spiaggia tropicale: due casse enormi, degne di un concerto dei Pink Floyd, diffondono musica locale a tutta potenza, le due cameriere in camicetta blu si aggirano tra i tavolini e per richiamare la tua attenzione ti danno uno schiaffo su un braccio, poi si mettono a ridere quando le guardi. Se ordini qualcosa di diverso da una birra ci rimangono male e ti dicono: "No bìa? No?" (No beer?) e ti guardano come se gli stessi facendo un torto. Ci tengono che ti ubriachi sul loro treno, evidentemente, ne fanno un punto d'orgoglio. Penso al Greyhound in America, dove se hanno appena il sospetto che tu abbia bevuto non ti fanno neanche salire.
Jun, questo il nome del pugile giapponese, estrae dalla sua borsetta un pacchetto di fogli colorati e mi guarda mentre lo osservo incuriosito. "Origami", mi dice, e si mette a piegare e ripiegare il foglietto. Ne viene fuori, a smentire la rozzezza delle sue inquadrature, una cicogna perfetta, che mi regala con faccia seria. Prendo la cicogna con tutte le cautele, per evitare che voli fuori dal finestrino, e la guardo tutto contento. Lui mi sorride e dice :"Furèn!" (friends) e io gli ripeto "Furèn, furèn", stringendogli la mano.
Ecco, ho trovato un nuovo amico.
DAG
Il treno nel cielo.
Torno a Bangkok come si potrebbe tornare a casa, me ne rendo conto. Riesco, dopo la prima notte in cui sono completamente scombussolato dalle dodici ore di differenza con gli Stati Uniti, a trovare una stanza nella mia guest house preferita, dove il proprietario si mostra contento che io sia tornato ma mi rimprovera perché non gli ho mandato una mail per avvisarlo. Adesso c'è solo la stanza col ventilatore, quelle con l'aria condizionata sono tutte occupate. Meglio, mi dico, tanto io non uso neanche il ventilatore! A trentacinque gradi riesco a dormire come un angioletto.
Rispondono al mio saluto gli omini del fritto di fianco a casa, le donnine della zuppa, la proprietaria dell'agenzia viaggi. Mi chiedono come sto, dicono che sono contenti di rivedermi.
I compiti principali di questo terzo ed ultimo soggiorno thailandese sono quello di ottenere il visto per la Cina e, poiché ho avuto conferma che il lavoro in Bangladesh dovrà essere rimandato e fatto, ahimé, in Italia, organizzare il viaggio in Laos, mia prossima meta. Altro obiettivo è ristabilire orari e stomaco, che dopo l'America sono sottosopra. A tal proposito mi metto a seguire una dieta morigerata, cerco di dormire quando riesco, se mi sveglio nel cuore della notte non me la prendo e mi metto a leggere. Bangkok è, un po' come New York, la città che non dorme mai, volendo potrei andare in giro a qualsiasi ora, ma preferisco il giorno.
Di giorno posso fotografare la gente sullo skytrain, la metropolitana che corre sopra la città, una specie di treno sospeso che in pochi minuti collega i punti nevralgici della città. La vista dello skytrain e delle poderose strutture in cemento armato che lo sostengono mi affascina, questo serpente che si snoda a quindici, venti metri sopra le teste delle persone, sopra il traffico delle automobili, dei tuc tuc e dei motorini mi ricorda il Naga, il serpente dalle sette teste che protegge il Buddha durante la meditazione. I Thai vanno orgogliosi dello skytrain, e la vita su questi livelli sopraelevati, che in alcuni punti si sdoppiano, si dividono e poi, dopo essersi insinuati fra i grattacieli, si riuniscono, è un brulichìo incessante di persone in entrambi i sensi di marcia, tutti sembrano piccini, veloci.
Dal livello strada saliamo con le scale o con le scale mobili oppure con l'ascensore al primo livello dello skytrain, quello pedonale. Qui possiamo incrociare anche i numerosi passaggi sopraelevati che consentono di attraversare gli incroci e le strade più grosse, cosa non facile, ma soprattutto pericolosa, a Bangkok. Questi percorsi sospesi, sempre coperti per proteggerci dalle piogge monsoniche quando queste arrivano, portano anche direttamente all'interno dei centri commerciali, di cui la città è letteralmente disseminata. Arriviamo ad una parete piena di pulsanti. Ognuno fa il conto di quanto costa il proprio biglietto, paga e in pochi secondi ottiene una tesserina in plastica magnetizzata. Si entra nell'area a pagamento. Poliziotti controllano che il flusso sia costante e aiutano chi ha difficoltà. Saliamo ancora di un livello, andiamo ai binari. Qui possiamo attendere il nostro treno guardando la televisione oppure godendo della vista della città dall'alto, che è quasi sempre quello che faccio io, curiosando fra i ristoranti e i bar oppure godendo della vista dei grattacieli. Alcuni grattacieli, già altissimi di per sé, hanno gru montate sul tetto, verranno innalzati ancora di più.
Arriva il treno e notiamo che le persone si dispongono lungo le linee con le frecce segnate sul pavimento. In mezzo c'è uno spazio vuoto. Quando il treno arriva si ferma esattamente in corrispondenza delle frecce e i passeggeri scendono e percorrono lo spazio vuoto centrale, poi noi saliamo nel vagone. Nessuno supera gli altri, o fa il furbo, o sgomita o si pianta in mezzo. L'aria condizionata dello skytrain è una ghigliottina che secca la gola e ci irrigidisce all'istante. Ecco, forse questo è l'aspetto ancora da calibrare...
Arrivati a destinazione (le fermate vengono annunciate in Thai e in Inglese) non ci resta che riinfilare la tesserina nel cancelletto e andarcene. La tessera, se tutto è andato bene, rimane intrappolata nella macchinetta e verrà riutilizzata e rimagnetizzata un numero indefinito di volte. Il tutto sempre sotto lo sguardo dei poliziotti, che a me è sembrato protettivo e tutelare.
Abbandoniamo il serpente di cemento per tornare sulla terra, in mezzo alle bancarelle, ai vapori di peperoncino, ai tuc tuc, al terreno sconnesso che ci fa tenere d'occhio il nostro tragitto, ai mercanti di strada. Alla Bangkok che non è ancora salita sullo skytrain.
DAG
Rispondono al mio saluto gli omini del fritto di fianco a casa, le donnine della zuppa, la proprietaria dell'agenzia viaggi. Mi chiedono come sto, dicono che sono contenti di rivedermi.
I compiti principali di questo terzo ed ultimo soggiorno thailandese sono quello di ottenere il visto per la Cina e, poiché ho avuto conferma che il lavoro in Bangladesh dovrà essere rimandato e fatto, ahimé, in Italia, organizzare il viaggio in Laos, mia prossima meta. Altro obiettivo è ristabilire orari e stomaco, che dopo l'America sono sottosopra. A tal proposito mi metto a seguire una dieta morigerata, cerco di dormire quando riesco, se mi sveglio nel cuore della notte non me la prendo e mi metto a leggere. Bangkok è, un po' come New York, la città che non dorme mai, volendo potrei andare in giro a qualsiasi ora, ma preferisco il giorno.
Di giorno posso fotografare la gente sullo skytrain, la metropolitana che corre sopra la città, una specie di treno sospeso che in pochi minuti collega i punti nevralgici della città. La vista dello skytrain e delle poderose strutture in cemento armato che lo sostengono mi affascina, questo serpente che si snoda a quindici, venti metri sopra le teste delle persone, sopra il traffico delle automobili, dei tuc tuc e dei motorini mi ricorda il Naga, il serpente dalle sette teste che protegge il Buddha durante la meditazione. I Thai vanno orgogliosi dello skytrain, e la vita su questi livelli sopraelevati, che in alcuni punti si sdoppiano, si dividono e poi, dopo essersi insinuati fra i grattacieli, si riuniscono, è un brulichìo incessante di persone in entrambi i sensi di marcia, tutti sembrano piccini, veloci.
Dal livello strada saliamo con le scale o con le scale mobili oppure con l'ascensore al primo livello dello skytrain, quello pedonale. Qui possiamo incrociare anche i numerosi passaggi sopraelevati che consentono di attraversare gli incroci e le strade più grosse, cosa non facile, ma soprattutto pericolosa, a Bangkok. Questi percorsi sospesi, sempre coperti per proteggerci dalle piogge monsoniche quando queste arrivano, portano anche direttamente all'interno dei centri commerciali, di cui la città è letteralmente disseminata. Arriviamo ad una parete piena di pulsanti. Ognuno fa il conto di quanto costa il proprio biglietto, paga e in pochi secondi ottiene una tesserina in plastica magnetizzata. Si entra nell'area a pagamento. Poliziotti controllano che il flusso sia costante e aiutano chi ha difficoltà. Saliamo ancora di un livello, andiamo ai binari. Qui possiamo attendere il nostro treno guardando la televisione oppure godendo della vista della città dall'alto, che è quasi sempre quello che faccio io, curiosando fra i ristoranti e i bar oppure godendo della vista dei grattacieli. Alcuni grattacieli, già altissimi di per sé, hanno gru montate sul tetto, verranno innalzati ancora di più.
Arriva il treno e notiamo che le persone si dispongono lungo le linee con le frecce segnate sul pavimento. In mezzo c'è uno spazio vuoto. Quando il treno arriva si ferma esattamente in corrispondenza delle frecce e i passeggeri scendono e percorrono lo spazio vuoto centrale, poi noi saliamo nel vagone. Nessuno supera gli altri, o fa il furbo, o sgomita o si pianta in mezzo. L'aria condizionata dello skytrain è una ghigliottina che secca la gola e ci irrigidisce all'istante. Ecco, forse questo è l'aspetto ancora da calibrare...
Arrivati a destinazione (le fermate vengono annunciate in Thai e in Inglese) non ci resta che riinfilare la tesserina nel cancelletto e andarcene. La tessera, se tutto è andato bene, rimane intrappolata nella macchinetta e verrà riutilizzata e rimagnetizzata un numero indefinito di volte. Il tutto sempre sotto lo sguardo dei poliziotti, che a me è sembrato protettivo e tutelare.
Abbandoniamo il serpente di cemento per tornare sulla terra, in mezzo alle bancarelle, ai vapori di peperoncino, ai tuc tuc, al terreno sconnesso che ci fa tenere d'occhio il nostro tragitto, ai mercanti di strada. Alla Bangkok che non è ancora salita sullo skytrain.
DAG
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