giovedì 15 maggio 2008

Al lavoro!

A Saigon, come a Bangkok, penso che potrei tranquillamente vivere.
Sono città grosse, incasinate, ma sono tutto sommato semplici. Innanzitutto fa caldo, e quando fa caldo a me sembra tutto più facile. Non ci si deve preoccupare di come vestirsi per uscire, soprattutto non è traumatico uscire. Poi sono città abbastanza sicure, tutto sommato. Sì, tempo fa c'era stato il problema dei finti tassisti a Bangkok, che rapivano i turisti per derubarli e poi li facevano sparire, e a Saigon c'è la mafia di Saigon, che però si fa gli affari suoi.
Il mio programma è quello di stare a Saigon per una ventina di giorni, con lo scopo di lavorare: se non direttamente, di creare contatti per lavorare con le case editrici di Saigon dall'Italia. Mi sono attrezzato quindi in questo modo: ho affittato una camera in un albergo della zona turistica (Pham Ngu Lao, sì, sono tornato afFangulào) e sono riuscito ad abbassare il prezzo da sei a quattro dollari al giorno. La stanza è al sesto piano e non c'è ascensore, ma ho un letto, un tavolino e il bagno in camera. Niente condizionatore, non mi serve. Il piano alto, come prevedevo, mi ha dato l'accesso a numerose reti internet a cui accedere via etere, quindi sono sempre online, anche se la connessione è lenta. Se a questo aggiungete che ho una grande parete vetrata che dà sulle casette del quartiere vecchio, mi sento praticamente a Manhattan!
Mi sono preparato per ogni eventualità: ho comprato un casco, obbligatorio in Vietnam per andare in motorino, mi sono fatto i biglietti da visita semplici semplici (Mr. DAG, photographer) e ho preso anche un telefonino con scheda vietnamita. Per comprare il telefonino ho impiegato una mattinata, perché qui in Asia, non solo in Vietnam, le regole della concorrenza sono diverse che da noi: esistono vie interamente tematiche, ovvero in cui si può trovare una sola categoria merceologica. C'è la via delle scarpe, la via dei motorini, la via dei meccanici, la via dei quadri (tutti uguali, fatti in serie) e la via dei telefonini. C'è, anche, purtroppo, la via dei ristoranti in cui si mangia il cane, con tutti i cani appesi. No, non ci sono stato e non ci voglio neppure andare, mi hanno detto che è un mio limite culturale. Va bene, penso che con alcuni limiti si possa anche convivere.
Andiamo a comprare qualcosa, qualcosa che non sia cibo o una bottiglia d'acqua, qualcosa che impegni leggermente le nostre finanze.
La cosa divertente, nel momento in cui vogliamo fare acquisti, è che dobbiamo trovare il prezzo più basso e da lì partire per contrattare. Quindi prima si girano tutti i negozi (e di solito sono tanti e uno attaccato all'altro) e si tiene a mente il più conveniente, poi si va dal finalista per la battaglia. La differenza di prezzo da un negozio all'altro può essere anche di un terzo del totale, quindi è un aspetto da considerare. Subito il commerciante ci si avvicina, ha fiutato il cliente e ha già la bava alla bocca, anche perché il cliente è occidentale, quindi secondo lui è, per forza, pieno di soldi.
"Cosa vuoi comprare?" Chiede, di solito, in modo diretto. "Un telefonino" - "Ah, ne abbiamo molti!" - "Eh, vedo...quanto costa quello?" Il commerciante ci pensa un po' su, poi ci comunica il prezzo. E la regola è, di fronte al prezzo, fare la faccia stupita e scandalizzata, prendere e girare i tacchi - le ciabatte, pardòn - e fare per uscire dal negozio o abbandonare la bancarella. Il commerciante a questo punto ci ferma, brancandoci per un braccio e ci chiede: "Ok, quanto lo vuoi pagare?" E ci porge la calcolatrice.
Calcolatrice alla mano, scriviamo un numero, da che si capisce se la contrattazione sarà in dollari o in dòng, la moneta locale. Adesso è il suo turno, legge la cifra che abbiamo digitato, spalanca gli occhi e spegne ostentatamente la calcolatrice e, con gesto teatrale, la poggia sul bancone, facendo cenno di essere impegnato. E via così, a far finta di scandalizzarsi a vicenda finché di solito (ma io sono diventato particolarmente forte) ottengo la merce al prezzo voluto.
Il telefonino che ho comperato è un Cinokia.
Ovvero un finto Nokia, fatto in Cina, molto più economico dei Nokia base, ma con tutte le funzioni di un telefonino normale. Quando si accende il logo e la musichetta sono simili ai Nokia, ma non sono quelli. Geniali, questi Cinesi. In alcuni casi ho sentito commercianti che di fronte alla mia obiezione: "Ma non è un Nokia vero, è cinese!" hanno detto: "Certo, noi non teniamo i Nokia che costano tanto, ma solo questi, per farti spendere meno!" Come a dire che da loro il cliente è proprio coccolato, vàh! Il mio telefonino ha anche un anno di garanzia, solo che la garanzia è rappresentata da un adesivo di carta sul fianco del telefono. Se si rompe o si stacca, addio garanzia. E l'adesivo è davvero fragile...
Chissà come sono contenti alla Nokia, vero Giorgio?
Comunque mi fa piacere avere già una mini rubrica di numeri di telefono tutti vietnamiti, tutti assurdi. La rubrica è fatta così: Hthièn, Làn, Lo'an, Phàm, Phùk e T'aung (sì, ho ritrovato la mia amica, una sera. Stava giocando a bigliardo al solito locale. In pigiama... (era quella che mi sgridava perché non mi vestivo bene). Le telefonate sono di solito abbastanza lunghe, metà del tempo viene passato a ripetere le frasi perché farmi capire dall'interlocutore e l'altra metà a chiedere "EEEHHH??.." perché anche io ho difficoltà a capire la persona dall'altro capo, per via dell'idioma in cui ci esprimiamo entrambi, che non mi sento di chiamare inglese. Tarzan aveva, quando lo ritrovarono nella giungla, una proprietà di linguaggio più articolata.
La mia giornata è organizzata in questo modo: La mattina mi sveglio di solito verso le sei e mezza, per la luce che entra dalla vetrata ma anche perché la sera vado a letto presto, quindi ho dormito abbastanza, cincischio un po' in stanza, poi vado a mangiare. Mai colazione dolce, di solito riso o noodles, per strada se mi ispira, altrimenti ho due o tre posti favoriti ed economici, ma sempre per vietnamiti. La mia divisa della mattina è quella da ufficio, camicia bianca e pantaloni neri con la riga, comperati al mercato e fatti mettere a misura da una sarta locale: elegante molto più che in Italia. Questo per due motivi: primo così vestito il mio interlocutore, sia negoziante o altro, capisce che non sono un turista ma sono lì per lavoro, quindi parte con un atteggiamento diverso. Secondo divento invisibile ai richiami ed alle insistenze continue dei motociclisti che offrono passaggi in moto o dei xiclò che mi vogliono portare a fare i "massà", i massaggi.
La ciabatta però rimane una costante, anche vestito come un damerino. La mattina di solito sono in giro, vado a vedere i negozi di libri, a studiarmi le riviste, dallo stampatore oppure a comprare le cose che mi servono, che come abbiamo visto porta via tempo ed energie.
Ad un certo punto della mattinata mi prendo un caffè, ed il caffè vietnamita è un'altra cosa speciale: viene filtrato lentamente da una tazzina di alluminio coi forellini, è fortissimo e viene servito con una caraffa di acqua bollente per allungarlo. Davvero buono. -Sì, socia, te l'ho preso!- Poi vado nuovamente a mangiare, perché s'è fatta la una e il pomeriggio lo passo in stanza a lavorare le immagini fatte in questi mesi a computer, oppure a scrivere. Magari ci scappa un pisolo. Di sera, verso le sette, smetto di lavorare, intontito e accaldato, mi faccio una doccia (fredda, ma tanto qui è tutto caldo) mi vesto comodo e scendo per andare a mangiare. Di solito la sera preferisco una zuppa, per stare leggero, magari da Phò Bò, il cinese dalla figlia tonta. Dopo cena passeggio per le vie qui intorno, schivando i motorini e rimandando sorrisi alle "bamidulìn".
Le bamidulìn sono le ragazze che stanno fuori dai locali ad aspettare i clienti, e quando passa un maschio da solo lo chiamano sorridenti, chiedendogli di offrire loro un drink. "Buy-me-a-drink", bamidulìn nell'inglese locale. Ormai le mie serate non sono più solitarie, conosco un po' di gente con cui gioco a bigliardo oppure vado a farmi una birra coi vietnamiti da qualche parte. Tanto, con il mio casco nuovo di pacca, sono indipendente!

DAG

lunedì 12 maggio 2008

Baozi.

Di nuovo in Vietnam, dunque, di nuovo a scendere da nord a sud lungo questa striscia di terra abitata da persone che hanno differente temperamento, più morbido e sorridente man mano che si va verso sud. Rivedo posti visitati in febbraio, li rivedo con piacere, un piacere aumentato dal fatto di sapere dove andare per trovare le cose migliori.
Incontro nuovamente personaggi con cui avevo parlato tre mesi fa, scoprendo con piacere che tutti, nessuno escluso, si ricordano di me e mi rivedono con piacere. A Hue il proprietario del Mandarin Café, Mr Cu, che è anche fotografo, con cui avevo condiviso lunghe chiacchiere sulla tecnica fotografica, sui ritratti, sul mestiere che ci accomuna, mi mostra i nuovi scatti degli ultimi mesi: "C'è stata la stagione del raccolto, è sempre bello fotografare il lavoro nei campi". Ha la macchina fotografica digitale e il computer con cui mettere a posto le fotografie. E' un benestante, ma lavora anche sodo, come quasi tutti i Vietnamiti.
Scopro anche di essere abitudinario, con il rischio di preferire un ristorante collaudato all'incertezza di qualcosa di nuovo, che però potrebbe rivelarsi anche meglio di quel che già conosco. C'è sempre qualcosa di meglio. Cerco di trovare una mediazione tra l'abitudine e il meglio, che però va cercato, con il rischio di incappare ogni tanto in qualche schifezza.
Come è successo oggi.
Da quando sono in Asia a fianco dei banchini delle zuppe vedo spesso una vetrinetta su ruote, alta quanto un uomo, che contiene alcune specie di pagnotte bianche. Queste pagnotte, grosse più o meno come un pugno, hanno l'aria poco appetitosa. Potrebbero anche essere delle vesciche di animale, per quanto ne so io. Ognuna di queste sembra una palla di pasta per la pizza non ancora cotta.
Il posto in cui vado a mangiare le migliori zuppe, qui a Saigon, è un garage gestito da un cinese. Il cinese in questione, grosso rispetto alla media dei cinesi, cura la propria estetica in modo cinese: random. E' calvo ma ha i capelli lunghi. Indossa pantaloni mimetici, che però non erano mimetici quando li aveva comprati. Non so se mi spiego. La canottiera nera è l'unico tocco apprezzabile nel suo stile: fosse stata bianca sarebbe stato molto, molto peggio. Ha peli sulle spalle e radi baffi che tiene lunghi davanti alla bocca, sbroffando in continuazione le figlie con cui parla mentre mangia la zuppa. Io mi sono inventato una storia molto strazzacòre a proposito di questa famigliola costituita da tre persone, un cane e due gatti. Non c'è una presenza femminile adulta, e si sente. Le due figlie, una dall'aria normale e l'altra dall'aria tonta, mandano avanti il locale che apre alle sei del mattino e chiude alle boh. Mi sono inventato che la mamma è venuta a mancare e che quest'uomo fa del suo meglio per portare a casa dei soldi, il fatto che parli sempre con le figlie e usi un tono di voce alto ma gentile me lo rende simpatico. E poi ha l'aria buona, povero. La sera arriva a casa, ovvero al garage-ristorante, con il motorino, ed entra direttamente fra i tavoli col motore acceso, incurante dei clienti. Va a parcheggiare il mezzo nel retro, dove dorme con le figlie. Poi porta fuori il cane. Portar fuori il cane significa per lui andare a sedersi su marciapiede di fronte col cane al guinzaglio e urlare al cane di fare la pipì. Il cane lo guarda e scodinzola felice, la lingua fuori. Lui cerca di dare una sberla al cane perché vede che il cane non gli obbedisce (ma va?). Il cane schiva tutte le sberle, è furbo. Il cinese dopo un po' si dà per vinto e rientra.
Hanno due tipi di zuppa: con manzo e senza. Quella con manzo è la specialità del posto. Quella senza è chiamata, nel menù, "Zuppa senza carne". Hanno il tè, ma solo freddo, col ghiaccio. Glielo chiedo caldo e la figlia tonta mi risponde: "No, caldo non lo facciamo". Mi chiedo come sia possibile. Forse sono molto molto avanti e fanno cucina molecolare, senza usare il fuoco, coma la mia amica Patrizia?
Il locale si chiama Pho Bò, "La zuppa di manzo". Il cinese dev'essere uno con le idee chiare, mi dico.
Di fianco alla postazione zuppe ha anche lui la misteriosa vetrinetta con le pagnotte dall'aria malata.
Un norvegese incontrato tempo fa in Lao mi disse che quelli sono i "dumplings" (li aveva chiamati così) e sono una specialità cinese. Una vera prelibatezza.
"Sono favolosi, provali, vedrai che ti piaceranno tantissimo! Da non credere!"
"Sì ma cosa contengono?" gli chiesi io "Aaahhh, dentro possono avere di tutto, a seconda dello stile del cuoco, decide lui! Sono sempre una sorpresa, pensa che bello!". "..Bello..." pensai io, già allora poco convinto. Lui continuò, avendo percepito i miei dubbi, tutto esaltato: "Ma no! E' proprio lì il bello, ci possono mettere dentro le verdure, la carne di pollo o di manzo, oppure anche il pesce o i gamberi! E con tutte le spezie e i sapori che non ti immagini! Poi uno solo è così nutriente che ti basta per colazione e pranzo", seguitò il norvegese, che però era magrissimo.
Bene.
Stamattina, ore undici, sono uscito dall'albergo, andando dritto dritto da Pho Bò, con l'appetito ed il buonumore di chi ha davanti a sé una luminosa giornata tutta da scoprire. Ad accogliermi lo sguardo spento della figlia dall'aria tonta, dietro le spesse lenti da ipermetrope, capelli crespi e perennemente in pigiama. Mi sono avvicinato alla vetrinetta dei Baozi (questo il loro nome cinese, me lo ha spiegato solo in seguito la mia amica Monica che lavora con la Cina) e ho guardato per la prima volta da vicino le pagnotte color trippa cruda che stavano sui vari ripiani. "Chissà quali sorprese di sapori, spezie, verdure, carni o altro devono contenere..." mi son detto, ormai lanciato verso l'esperimento.
"Come si chiamano?" scandisco bene la domanda alla povera ragazza, espressiva come un budino.
"Seimila" mi risponde, indicando il prezzo e rivelando che non sempre le apparenze ingannano (forse la madre è fuggita in preda alla disperazione, mi vien da pensare). Eppure un po' di inglese lo sa...
Passo sopra alla mia curiosità di sapere il nome dei misteriosi globi e riprendendo fiato chiedo, a voce alta: "Uò tìs sài?"
Chi crede che io abbia già imparato il vietnamita si sbaglia. Ho solo capito come azzoppare l'inglese per renderlo più comprensibile agli asiatici. ("What's inside?")
Contemporaneamente mi rendo conto che, anche se lei ha capito la domanda, io non potrò certo cogliere la risposta, che mi immagino essere un ricco elenco di suggestioni, aromi e fantasie orientali, dai nomi sconosciuti ed esotici, erbe e fragranze segrete e misteriose ed un concatenarsi di sapori e sensazioni che già, solo all'idea, mandano in deliquio il mio stomaco. La ragazza, in modo piatto e spento, mi sorprende rispondendomi con una sola parola.
"Frog".
Apro bocca ma non esce nessun suono. Cosa ha detto? Ho capito giusto? Eppure sì, a dispetto di tutto la risposta è stata pronunciata in modo inequivocabile.
Mi immagino, dentro la molliccia vescica color farina bagnata, di trovare il rospo che mi era finito nel cesso a Savannakhet, rospo che avevo liberato il giorno dopo visto che non era riuscito a mangiare neanche le due zanzare che avevo tramortito per lui e che gli avevo messo davanti. Era un po' tonto anche lui, povero.
Frog. Finalmente mi riprendo e ripeto: "Fròg?" facendo un saltino per rafforzare il concetto.
La ragazza, rovesciando la testa all'indietro, si mette a ridere facendo tremare la pappagorgia pallida, pallida come le vesciche piene di rane che vuol vendere ai passanti.
"Sì, frog, ma se vuoi queste contengono carne di maiale e l'uovo", mi dice indicando il ripiano di sotto.
Sollevato, decido di provarne una, sperando che nessuno abbia scambiato i ripiani o l'ordine, visto che le pagnotte sono tutte identiche fra loro.
Beh, con buona pace della rana, facevano schifo lo stesso.
Però che saziano è vero, non ho mangiato fino alle otto di sera!

DAG

Niente scosse

A quanto pare il destino sta giocando al lancio dei coltelli. Da una parte il ciclone in Myanmar che ammazza centomila persone, dall'altra il terremoto che in Cina scatena un putiferio tremendo.
Dicono che le scosse siano state avvertite addirittura a Bangkok, io oggi all'ora del terremoto ero per strada e non mi sono accorto di niente, ma neppure gli altri intorno a me. Si vede che solo ai piani alti si è sentito lo scrollone.
Comunque son qui, in Vietnam. Nel sud del Vietnam, per chi non avesse seguito i post più recenti, qundi lontano dall'epicentro. E, facendo i debiti scongiuri, non c'è stata nessuna catastrofe naturale.
Ripeto, facendo i debiti scongiuri.

DAG

venerdì 9 maggio 2008

Lào Bào.

I posti di confine sono quasi sempre brutti. Bisognerebbe imparare a cancellare i primi e gli ultimi momenti che trascorriamo in un paese, soprattutto se entriamo o usciamo via terra, perché dalle esperienze che mi sono fatto posso dire che le persone che vivono vicino ai confini sono peggiori, con turisti e viandanti, di quelle che stanno all'interno del paese. C'è meno attaccamento ai luoghi, tutto sembra essere più provvisorio.
Da Luang Prabang mi muovo di gran carriera verso il Vietnam, ripercorrendo in autobus molti dei luoghi visitati con Jun. E' trascorso solo un mese, ma mi sembra di essere passato di qui molto, molto tempo fa.
Da Luang Prabang prendo il bus per Vientiane, che arriva in dodici ore. Folle corsa in tuc tuc da una stazione all'altra per prendere la coincidenza con il bus che parte dopo venti minuti, ma c'è posto, ho fatto telefonare da una stazione all'altra. Riesco a prendere il bus per Savannakhet, bus su cui passerò la nottata. Un'altra nottata in bus, l'ennesima. Arrivo a Savannakhet alle quattro e un quarto del mattino; anche se è ancora notte il clima diverso si fa sentire, fa più caldo, ci sono più zanzare, gli odori non sono più quelli della vegetazione umida del nord del Lao, ma quelli delle strade polverose dell'altipiano.
Cerco di dormire sdraiato su una panca della stazione dei bus, ma non c'è verso, zanzare e persone intorno mi tengono sveglio. Un tramestìo aumentato mi fa capire che stanno preparando il bus su cui dovrò fare l'ultimo pezzo di strada (sette ore) prima di arrivare a Lào Bào.
Il bus è il più scalcagnato della storia, mi fa pensare ai servizi sulle carrette del mare su cui, a migliaia, si imbarcano i profughi dei paesi più sfortunati. Solo che loro sono tristi, qui sembriamo tutti più allegri. Il pavimento del bus è costituito da assi di legno. Davanti, dove siedo io, il pavimento è in lamiera, e in molti punti si vede correre l'asfalto sottostante. Cado in una specie di dormiveglia con spezzoni di sogni sparsi.
Sono su un autobus ma c'è il mare mosso, ed ho un piede nell'acqua. L'acqua è fredda ma ho il piede lì e non lo posso muovere, non ricordo perché.
Ad un certo punto vengo svegliato da un suono stridente, acuto, che mi allarma. Pneumatici che frenano di colpo, a lungo, ma non c'è nessuna frenata in realtà. Ho i battiti accelerati e sono tutto sudato. Mi riprendo dal torpore, giro a fatica il collo semibloccato e vedo che nel bus ci sono due maiali, uno dei quali si è messo a grugnire così, apparentemente senza motivo, emettendo un acutissimo "SSSGGGGRRRRRUUUIIIIIIIIIIII'KK!" che, nel sonno, avevo scambiato per una frenata improvvisa.
Guardo le facce degli altri passeggeri: tutti impassibili. Mentre cerco di far tornare la circolazione nel piede che mi si era incastrato tra il sedile e lo zaino mi vien da ridere, penso ai mezzi pubblici a Milano, a portare un paio di suini sulla 73 in direzione Linate e vedere le facce della gente...
Il bus continua la sua corsa (anche se di corsa proprio non si può parlare) e viaggia attraverso la pianura; una distesa di risaie, campi di granturco e villaggi. Stiamo attraversando il Lao verso est, tirando dritto verso il confine, dove si trova il villaggio di Lào Bào che, mi dico, dev'essere un'altra chicca sperduta nella remota Asia incontaminata. Un ultimo villaggio incantato prima di tornare in Vietnam, ancora una volta polli e bambini e niente elettricità.
Mi immagino.
Nel corso delle numerosissime fermate il bus carica e scarica gente, bagagli, animali. In due occasioni salgono frotte di ragazzine che vendono il pollo arrostito e lo sticky rice. Il pollo, serrato tra due stecche di bambù legate assieme, è arrostito sulla brace al momento e lo sticky rice è uno dei prodotti più caratteristici del Lao: è un riso cotto, lasciato freddare, girato e ricotto al vapore. Ha la caratteristica di diventare compattissimo, formando un blocco unico che va spezzato a mano. Tutti, bambini e adulti, ne vanno ghiotti e quando è fatto bene è davvero buono, perché ha un sapore tostato e profuma di teak. Viene tenuto ben stretto in pugno, a pallina, e addentato ogni tanto. Un morso al pollo, un morso alla palla di riso. Ho proprio fame. Decido che è giunto il momento e mi lancio, del resto non mi sono mai sentito così in mezzo ai locali come qui in Lao e questo cibo non va contro le mie regole: è un cibo molto venduto, quindi ha molto ricambio ed è probabilmente fresco e viene cotto al momento sulle braci. Eventuali germi dovrebbero essere eliminati. Stessa cosa per quanto riguarda il riso, alimento consumato più che in abbondanza qui in Asia. Pago la ragazzina e mi ritrovo con la mia colazione in mano, l'acqua e il resto dei soldi, un po' impacciato perché non so da dove iniziare. Innanzitutto ho in mano quattro cose e ho solo due mani, devo capire come evitare le ossa del pollo e non posso appoggiare nulla da nessuna parte perché tutto è troppo sporco. La ragazzina mi guarda e mi allunga un sacchetto in cui mettere pollo e riso. La sua espressione non è mutata ma dentro di sé deve pensare: "Guarda quest'imbranato..."
Finita la sosta il bus fa per ripartire ma il motore si spegne. I tentativi del guidatore terminano quando una nuvola di fumo azzurrognolo invade il bus, facendo tossire tutti.
"E' il cambio" dico io in italiano, indicando la spranga rugginosa con cui l'autista ingrana le marce, apparentemente a casaccio ma sempre a fatica. "Aà", mi risponde lui, non so se in laotiano o in italiano, fatto sta che adesso tutti gli uomini presenti nel bus stanno parlando fra loro, scambiandosi opinioni e indicando il motore. Scendiamo tutti e uno, due, tre! ci mettiamo a spingere l'autobus. Che carini! Contiamo tutti fino a tre in laotiano e poi giù un bel ruzzone, per smuovere il dinosauro rugginoso. Dentro, i due maiali stanno facendo un concerto di grugniti acutissimi, ad incitare. Le donne, a bordo strada, ci guardano e ridono. No, MI guardano e ridono; alcune ne approfittano per fare pipì.
Non so come, il bus riparte. La meritata colazione si rivela buonissima, divoro tutto il pollo e il riso fino all'ultimo boccone.
La corsa termina nel solito piazzale polveroso, pieno di buche e circondato da baracche, con uno stormo di motorini che ci corre incontro e si ferma a pochi centimetri dalle fiancate del bus. L'autista mi fa ceno di scendere, seguendo tutti gli altri. Strano, non ho visto nessun villaggio! Infatti non c'è nessun villaggio.
Lào Bào non è in Lao.
E' in Vietnam, a est del confine. Ero venuto qui per godermi l'ultima esperienza nel villaggio laotiano, e mi ritrovo in un orrendo posto di confine, composto da una strada, enormi camion arrugginiti parcheggiati da chissà quando e cani randagi. Certo non voglio passare una nottata in questo posto, mi dico. Tanto vale passare il confine da subito, e mi metto a contrattare con un tipo in moto. Il confine è a tre chilometri e io ho solo 5000 kip, 40 centesimi. Accetterà i 40 centesimi, penso, gli dò una pacca sulla spalla e gli dico:"Go."
Ho anche una banconota da 20 dollari nascosta in tasca, tutta sudaticcia e macilenta, che mi sarebbe servita per mangiare un giorno e dormire una notte a Lào Bào. Non mi azzardo a mostrargliela, sarebbe la fine.
Per il resto, ho finito i soldi.
Arriviamo al confine e subito la rigida procedura dei militari vietnamiti si fa notare: mi controllano il passaporto ogni venti metri. L'ufficiale che mi deve mettere il timbro ha l'aria a dir poco scazzata: sdraiato nella sua poltrona dallo schienale tutto all'indietro, al posto di consegnare i passaporti ai viaggiatori in coda prima di me glieli lancia, senza staccarsi dallo schienale. Fa uno scarabocchio, due timbri e òp! lancia il libretto con disprezzo, senza guardare in faccia il viandante.
Sta per timbrare il mio quando il polso si ferma a metà strada. Si china a guardare meglio il visto. Mi guarda in faccia e senza cambiare espressione cerca qualcuno dietro di me. Son fortunato, io, quando si tratta di passare un confine tra uno stato e un altro... mi vien da pensare.
Appoggia il mio passaporto di lato e mi fa cenno di aspettare, intanto una ragazza è entrata nell'ufficio e lui le sta impartendo ordini con voce militare.
Il visto, mi spiega la ragazza, è valido a partire da domani. In effetti vedo che se la richiesta è stata fatta per il giorno uno il permesso è stato rilasciato per il tre. Oggi è il due.
"E cosa posso fare?" Domando gentilmente alla ragazza. "Devi tornare in Lao", mi dice. Non posso. Il mio visto laotiano è già stato timbrato e non mi riaccetteranno nel paese. Mi vedevo già a passare una notte nella terra di nessuno fra i due stati. "Devi tornare in Lao" mi ripete a macchinetta. "Ufficiale anche tu?" Le domando, ma non coglie la provocazione.
Alla fine il doganiere mi accompagna al confine laotiano, poche centinaia di metri più indietro, e spiega la situazione. Vengo riaccettato in Lao. Il ragazzo con la moto mi porta nell'unico posto in cui poter dormire, una stamberga controllata da una megera, che mi accoglie in pigiama e mi fa vedere un garage in cui dovrei passare la notte. Non c'è finestra, non c'è il lavandino e il tubo della doccia lascia cadere un pisciolìo tristissimo e maleodorante. Comincio a contrattare anche con la locandiera, che si rivela uno squalo affamato di soldi. Dei miei soldi.
Intanto anche il ragazzo mi chiede i soldi. Divide et impera, insegnano gli antichi romani. Un problema alla volta. Esco dal portico della stamberga e chiamo il ragazzo a me. Gli allungo i 5000 kip e gli faccio un sorriso. Corruga la fronte e non è contento. Ne vuole altri. Non ne ho. "Finiti!" gli faccio vedere il portafogli completamente vuoto. Comincia a strepitare qualcosa, ma sono esasperato e gli dico che insomma se i soldi son finiti e il bancomat al confine era vuoto non è colpa mia, che se gli andava bene era così, altrimenti era così lo stesso, il tutto ad alto volume e in italiano, sentendomi un po' in colpa per approfittarmi di lui, un po' sperando che non si insospettisse. In fondo mi ero fermato alla locanda dell'arpìa, quindi dei soldi per pagarla dovevo pur averli.
Divide et impera, mi ripeto mentalmente. Il ragazzo se ne va, scalciando la polvere prima di ripartire furiosamente in motorino.
Un problema è risolto; male, ma è risolto.
La vecchia ora. Vuole cinque dollari a notte. Contrattazione furiosa per uno sconto. Nulla, nemmeno un dollaro. Mi chiede: "Quante notti ti fermi?" Ma dallo sguardo che le rimando capisce la risposta. E' l'unico posto per dormire, potrebbe chiederne anche venti, di dollari. Detiene il monopolio. Mi va bene che con il resto posso mangiare ad una bancarella che ho visto di fianco. Ok, va bene per i cinque dollari, ma voglio il resto in dollari, per non perderci nel cambio il giorno dopo. Riusciamo a cambiare la banconota da venti dollari con altri dollari, andando da tutti i malcapitati figuri delle baracche circostanti, passo il pomeriggio in stanza al computer. La sera mi ritrovo a cenare sul bordo di questa strada che mi porterà in Vietnam, proteggendo il mio piatto dalla polvere dei camion che passano veloci e suscitando interesse nei pulciosissimi cani della zona.
Sperando che non passasse di lì il ragazzo del motorino.

DAG

sabato 3 maggio 2008

La zuppa della fortuna.

Non so a chi lo avevo detto e a chi no, ma ora lo dico a tutti. Sono tornato in Vietnam. Mi par di udire un coro di "E chissene frega" provenire da occidente, lontano lontano.
Vero, riuscirete a dormire lo stesso, ma per me è un cambio di direzione abbastanza significativo. Sarei dovuto andare in Cina, dopo il Lao. Invece ho deciso di no. Ci vado, in Cina, ma più in là.
Le motivazioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione sono più di una: la prima è che la Cina ha modificato le regole di accesso al paese, per via dei giochi olimpici. Il visto cinese valeva tre mesi, ed ufficialmente nulla è cambiato, ma ora viene dato il permesso di stare nel paese solo per trenta giorni, dopo di che bisogna uscire. L'alternativa sarebbe quella di chiedere una estensione del visto, pagando e con la quasi certezza di vederselo rifiutare. E siccome ho già comprato il biglietto aereo che mi porterà dalla Cina al Canada (dopo metà giugno) non voglio correre il rischio di dover spostare il volo per un mancato rinnovo del visto. Altro motivo è che la Cina è più costosa del resto del sud est asiatico, e starci due mesi influirebbe pesantemente sulle mie finanze.
Il terzo motivo è assolutamente di pancia, istintivo. L'idea di andare in Cina per due mesi mi faceva stare in apprensione, non so perché. Avevo questa sensazione di disagio, di fastidio anticipato, forse dovuta ai tanti racconti fatti da altri viaggiatori sui cinesi, non proprio positivi, a proposito di tentativi di imbrogli costanti e aggressività e maleducazione diffuse.
Per carità, lungi dal crederci in modo incondizionato, ma ho preferito seguire quel che mi diceva l'istinto.
Così un bel mattino, a Luang Prabang, sono entrato in un'agenzia di viaggi e ho fatto domanda di un nuovo visto per l'amato Vietnam. Subito la sensazione di disagio se n'è andata, lasciando il posto ad un gioioso entusiasmo.
Ho pensato bene di festeggiare con una zuppa.

Mentre mangiavo la zuppa seduto alla bancarella per strada si avvicina un ragazzo cicciotto e con la barba scura. Mi chiede se è buona e io gli dico di sì, che gliela consigliavo. Ci mettiamo a chiacchierare in spagnolo, lui è Sudamericano, e mi racconta che vuole andare in Vietnam, ma non sa bene dove andare. Sullo slancio dell'entusiasmo mi metto a dire ogni bene del Vietnam e dei vietnamiti, consigliandogli un sacco di posti e dicendogli che ne vale davvero la pena. Aggiungo anche che faccio il fotografo e che vorrei tornare là per cercare di lavorare un po', o almeno stringere contatti.
Un terzo ragazzo, asiatico, si è seduto in silenzio e mangia la zuppa anche lui.
Finito il mio monologo sulla bellezza del Vietnam il ragazzo asiatico mi guarda e dice: "Sai molte cose sul Vietnam." "Beh, mi piace molto, in effetti", gli rispondo.
"Ne sai più di me che sono vietnamita".
Lusingato, cerco di dire qualcosa di modesto, ma lui riprende la parola. "Ho sentito che fai il fotografo, che genere di foto fai?"
Glielo spiego.
Mi segue interessato, poi, quando ho finito, mi dice: "Io sono di Saigon, mi farebbe piacere incontrarti. Lavoro per una casa editrice."
Patapamfete! Questa è la dimostrazione che quando te ne va dritta una tutte le altre la seguono a ruota.

DAG

Il fiume silenzioso.

Non c'è solo il Mekong in sud est Asia. Non ci sono solo i grandi fiumi, l'Irrawaddy, il Chao Phraya. Ci sono anche una moltitudine di fiumi che in Italia sarebbero enormi, ma che qui quasi scompaiono di fronte ai colossi d'acqua che attraversano questi paesi, un po' per proporzioni, un po' perché scorrono in zone completamente isolate e senza città di rilievo.
Il Nam Ou è uno di questi fiumi. L'altro giorno Enrico ed io abbiamo deciso di noleggiare un kayak per mezza giornata, pagando ventimila kip, ben tre dollari. Il kayak, una imbarcazione in plastica blu pesante come una petroliera, ha due sedili e due remi in dotazione. Alcuni ragazzi ci avevano detto che si poteva chiedere di essere trasportati oltre le rapide da un'imbarcazione a motore (pagando) e poi discendere lungo il fiume seguendo la corrente e senza far fatica.
"Mai", ci siamo detti, senza il minimo dubbio.
Le rapide erano a trecento metri dal villaggio, subito dopo la prima curva. Il tentativo di andare controcorrente remando, anche mettendocela tutta, è naufragato miseramente. Quasi subito abbiamo capito che non ce l'avremmo fatta, ma non ci siamo persi d'animo. Aggrappandoci ai rami siamo riusciti a portare il kayak sul bordo del fiume. Io (non chiedetemi perché) avevo portato con me una cosa sola: una cima lunga una ventina di metri.
La cima si è rivelata subito utile: abbiamo trascinato il kayak camminando controcorrente, riuscendo quasi subito a superare la parte più dura. Il povero Enrico è finito in una buca fino al collo, ma per fortuna non si è fatto nulla. Passate le rapide ci sentivamo già eroi, e abbiamo proseguito controcorrente, prendendo dimestichezza con l'imbarcazione, con la corrente del fiume (scoprendo che al centro è più forte che in prossimità delle sponde, due vere giovani marmotte!) e con la sincronia dei remi. Ad ogni curva del fiume scoprivamo un paesaggio sempre più primitivo, immerso in un silenzio incantato, silenzio che era sottolineato dai lontani richiami degli uccelli e dal ronzìo di qualche insetto che ci passava vicino. Lo sciaguattìo dei remi era di gran lunga il rumore più forte in tutta la valle, l'aria ferma e il cielo nuvoloso rendevano tutto irreale. Uno stormo di sottili uccelli bianchi stava volando sopra di noi, senza alcun rumore, verso nord. Il paesaggio che ci circondava poteva essere così anche un milione di anni fa, a giudicare dalla tracce lasciate dall'uomo: nessuna.
Più o meno ogni mezz'ora passava una barca col motore scoppiettante. Voltata la prima curva, spariva il rumore e noi tornavamo a guardarci intorno sbalorditi da tutto il verde che ricopriva le montagne intorno e che si rifletteva nell'acqua del fiume.
Sono rimasto conquistato dal silenzio di questa parte di mondo che quasi nessuno ha mai visto ma che è davvero sbalorditiva, che mi ha rimesso fiducia nelle risorse che abbiamo sulla terra.
Abbiamo remato dalle dodici e mezza alle cinque e mezza circa, poi abbiamo deciso di fare ritorno. Contavamo sulla corrente che ci avrebbe fatto prendere velocità, contavamo addirittura di lanciarci nelle rapide e di passarle con il brivido del rischio di andare a sbattere contro qualche roccia, ma la corrente del Nam Ou dev'essere buddhista anche lei, perché è placida e moderata. Giusto vicino alle rapide abbiamo preso un po' di velocità, poi siamo tornati a galleggiare in mezzo allo specchio d'acqua, con un movimento lento e sonnacchioso.
Un angolo di mondo davvero speciale. Il Lao si sta guadagnando il primo posto nella classifica, gente.

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Hirudo medicinalis.

Assieme ad Enrico ho incontrato anche un gruppo di ragazzi provenienti dalla Spagna. Una coppia, lei spagnola e lui vicentino trapiantato (lavorano come camerieri solo per mettere via i soldi per viaggiare) e un tedesco fuggito nel sud della Spagna vent'anni fa, di nome Haiko, capelli lunghi e occhi azzurrissimi, aria da rifugiato.
L'allegra comitiva, costituita da cinque personaggi (la libraia taiwanese è partita per un trekking di due giorni sulle montagne) ha pensato bene di darsi un'organizzazione "ispanica" per dare un senso al proprio soggiorno nel villaggio isolato di Muong Ngoi. La regola è: "Ci vediamo da qualche parte a qualche ora". Il villaggio ha una strada sola, quindi non è un'impresa incontrarsi.
Ci troviamo spesso alla terrazza di Enrico e Haiko. Quello è il nostro covo. La padrona della guesthouse, che tutti chiamano "mama" ci porta, ciondolando, da mangiare o le birre mentre noi, al riparo dalla pioggia scrosciante che è arrivata col monsone, passiamo ore a chiacchierare un po' in tutte le lingue, bevendo birra e fumando le sigarette che fanno ridere.
Il primo giorno siamo andati a fare trekking: un sentiero porta prima alle grotte, poi ad un villaggio ancora più isolato del nostro, in cui pochissimi sono i turisti perché ci si arriva dopo due ore di cammino sotto il sole. Ma le guesthouses sono le più economiche che io abbia mai incontrato: cinquemila kip, ovvero cinquanta centesimi di euro. Per dormire una notte.
Contenti e soddisfatti del primo esperimento di trekking, decidiamo di andare, il giorno seguente, alla ricerca delle altre grotte di cui abbiamo sentito parlare, dall'altra parte del fiume.
Il primo ostacolo si pone subito davanti a noi in modo ovvio: come attraversare il fiume? Un fiume che non ha ponti ed è troppo profondo per essere guadato, soprattutto da chi come noi ha le macchine fotografiche al collo, un fiume percorso da una canoa ogni tanto, primitivo e selvaggio. Dall'altra parte del fiume non ci sono tracce umane, solo boscaglia che diventa foresta fittissima e disabitata. Gli argini color terra ogni tanto si interrompono per formare brevi spiagge, bianche ed assolate.
Fermiamo una barca passeggeri vuota che passava in quel momento, ci facciamo capire a gesti e il pilota ci porta di là dal fiume. Dice che non vuole soldi, ma gli diamo lo stesso mille kip a testa per ringraziarlo. Ci saluta felice e se ne va.
Siamo dall'altra parte ora e cerchiamo un percorso, un sentiero. Io ho il mio bastone da trekking, prezioso per attraversare i rigagnoli senza cadere e scostare la vegetazione spinosa. Sto davanti al gruppo per un po', finché non mi incastro completamente nei cespugli e decido che non c'è strada. Del resto non sappiamo nemmeno dove siano esattamente le grotte che stiamo cercando. Facciamo marcia indietro, mettendoci a ragionare ognuno ad alta voce, tutti in spagnolo, per decidere il da farsi. Adesso guida Haiko, il tedesco spagnolo, che sembra procedere più spedito nel folto dei cespugli.
Enrico ad un certo punto ci dice: "Guardate che stanotte ha piovuto, potrebbero esserci delle sanguisughe". Allo stesso momento capiamo che non c'è speranza di avanzare nella vegetazione, facciamo dietrofront. La ragazza dello spagnolo-vicentino si accorge disgustata di avere due sanguisughe attaccate ad un piede. Poi un'altra e un'altra ancora. Io non ne avevo mai viste, e sono rimasto a guardare un po' schifato questi esseri che si agitavano attaccati alle sue caviglie e lei che non riusciva a staccarli. Poi mi sono accorto che alcune si erano attaccate anche a me. Per fortuna non mi avevano bucato, ma erano dappertutto: sulle scarpe, sulle calze, in pochi secondi si erano infilate dentro alle scarpe e non accennavano a staccarsi.
La sanguisuga (Hirudo medicinalis) è uno degli animali più orrendi e schifosi che popolano la terra. Ha un olfatto evolutissimo e fiuta il sangue a distanza, si muove velocemente facendo ponte tra la testa e il sedere, arcuando e distendendo il suo corpo di vermiciattolo ad anelli, ed è in grado di scatenare le paranoie più ancestrali: ostinata fino alla morte, non molla il colpo finché non viene staccata, se schiacciata a terra si appiattisce e dopo un po', ripresa la forma originale, si dirige nuovamente e spudoratamente verso di noi. Per succhiare il nostro sangue. Sembra invincibile. Nuota perfettamente ed è in grado di stare molto tempo aspettando la propria vittima senza mangiare. Quando si attacca emette due sostanze: un anticoagulante ed un anestetico. Grazie all'anestetico non ci si accorge di avercela addosso. E' in grado di gonfiarsi esageratamente del sangue della propria vittima. Solo il fuoco la uccide.
Ne eravamo pieni. Tutta la distesa di vegetazione che copriva il terreno, bagnata dalle piogge notturne, ci pareva popolata da questi ributtanti e ostinati esserini. Fuggiamo verso una spiaggia, dopo aver deciso che le grotte non ci interessavano più tanto. Rimasti un po' sulla spiaggia assolata e accertato che lì le sanguisughe non sarebbero arrivate a darci noia, comincia a porsi il problema di come fare ritorno al villaggio, dall'altra parte del fiume. Un gruppo di bufali ci guarda incuriosito poco distante.
Riusciamo a chiamare una barca dalla nostra parte del fiume, e chiediamo all'omino quanto vuole. La nostra posizione è debole per contrattare, ed il barcarolo ci chiede una cifra spropositata per un tragitto di tre minuti al massimo, con una barca a motore. Cinquemila kip a testa. Cinquanta centesimi.
Spudorato come una sanguisuga!
Scandalizzati, gli diciamo che vuole decisamente troppo, e decidiamo di mandare sulla barca solo la ragazza che era con noi. Le affidiamo tutti i nostri averi e i nostri vestiti.
Rimasti in mutande non ci resta che una soluzione: attraversare il fiume a nuoto.
Arrivammo stanchi ma felici, come si scriveva nei temi alle elementari.

DAG

Parlo italiano!

Partire da Luang Prabang ha significato per me darmi uno scrollone e ricominciare a viaggiare con la voglia di farlo. Ero arrivato in città con la luna storta, e chi mi conosce sa quanto io possa vedere tutto nero quando ho la luna storta. Forse vedere tutti quei negozi così perfetti, quei ristoranti così artificialmente caratteristici, queste bottegucce finte e a misura di turista mi avevano messo di cattivo umore. Forse era anche la stanchezza accumulata dopo due notti in pullman. Fatto sta che, salutate le ragazzotte finlandesi, bruttine ma davvero simpatiche, mi sono intrufolato in un minivan con altri turisti e sono partito per il nord. Durante il tragitto, durato circa tre ore, nessuno ha parlato, non perché non ci fosse nulla da dire o per mancanza di confidenza, ma perché il furgoncino aveva gli ammortizzatori rotti e c'era il rischio, con tutte le buche, di spaccarsi i denti o mordersi la lingua. Quindi tutti a bocca serrata fino all'arrivo. La corsa è terminata a Nong Kiaw, un villaggio sul fiume Nam Ou. La barca che mi porterà al villaggio successivo, Muong Ngoi, partirà alle due. Nel frattempo decido di mangiare qualcosa al posto poco distante, lasciando ben in vista la mia valigia. Al mio tavolo, scesa dal mio stesso minivan, siede anche una ragazza asiatica, molto taciturna, con gli occhiali ed una camicetta azzurra. Ci presentiamo. Lei è di Taiwan, fa la libraia e si chiama Sling Ping.
Cerco di restare serio quando mi dice come si chiama...
Siamo entrambi diretti al primitivo villaggio di Muong Ngoi, dove staremo qualche giorno. La libraia taiwanese sarà una presenza silenziosa e costante, molto educata come quasi tutti gli asiatici, durante questi giorni al villaggio. Non so cos'è, ma devo suscitare nei viaggiatori asiatici di Giappone, Taiwan e Corea un senso di fiducia, forse li metto a loro agio. Sling Ping, la libraia taiwanese, non fa eccezione. Ci incontriamo alla mattina fuori dai rispettivi bungalows, ci salutiamo cerimoniosamente, andiamo a fare colazione e poi ognuno organizza la propria giornata. Spesso me la ritrovo di fianco mentre passeggio per il villaggio a fare foto. Fa foto anche lei. La sera, al momento di andare a letto, ci salutiamo rispettosamente con un inchino e ci auguriamo la buona notte. Nessuna tentazione, la libraia taiwanese è una cara persona, ma assomiglia tremendamente al mio amico Pol.
Invece una presenza davvero felice è arrivata a dare man forte al mio entusiasmo nel viaggiare (casomai ce ne fosse bisogno).
Sulla barchetta stracolma di gente che andava verso nord, lungo il fiume Nam Ou ho incontrato un italiano. Più di un mese è passato dall'ultima volta che ho parlato italiano per un po' con qualcuno, ed ero negli Stati Uniti.
Mi sono esaltato all'idea di poter parlare nuovamente italiano. Enrico, questo il nome del ragazzo incontrato, sta viaggiando da solo. E' di Milano e fa, anzi, faceva, il consulente finanziario in banca. Il suo progetto è quello di stare via per un po', un anno, un anno e mezzo almeno. Anche se ha trent'anni ha già viaggiato tanto, davvero tanto, rispetto a me e a molti che ho incontrato. Si è fatto il Marocco in motorino, arrivando nel sud fino al confine con la Mauritania e vivendo con le famiglie, ha viaggiato per un anno in India e Nepal, Ha visto l'Australia e altri posti lontani che adesso non ricordo. Ne ha viste di tutti i colori, o quasi, ed è una persona entusiasta ma non è un ingenuo. Quando ha finito i soldi o si è stancato torna in Italia e ricomincia a fare il consulente finanziario. Finora lo hanno sempre assunto, lui dice che è un lavoro palloso ma richiesto. A vederlo sembra che si sia appena tolto giacca e cravatta: capelli in ordine, pizzetto curato, occhiali da ufficio. E', e non potrebbe essere altrimenti per i miei gusti, un bravo ragazzo, educato. In pochi giorni abbiamo legato, scoprendo di avere in molti casi gusti simili. Suona la chitarra ed è dello scorpione. A me fa ridere l'immagine dell'impiegato di banca milanese che molla tutto e scappa per fare un viaggio in posti selvaggi come il Lao, ma lui non ha intenzione di fare quello che viaggia a vita. Parlando è venuto fuori che tutti e due proviamo un po' di tristezza verso quegli uomini intorno ai cinquanta che vedi ogni tanto soli al ristorante in questi posti, la pelle bruciata dal sole dei tropici e gli occhi pieni di rughe. Personaggi che sicuramente hanno avuto una vita avventurosa, che hanno viaggiato tantissimo, "ma con cui non farei a cambio", ci siamo detti quasi in coro. Forse, abbiamo concluso, perché veniamo da una cultura come quella italiana, che vede nel formare una famiglia uno degli obiettivi auspicabili per ogni individuo.
(...)
Se può essere una bella sfida viaggiare da solo e ogni tanto provare il brivido di essere l'unico in cui riporre fiducia, evitando quasi il contatto con gli altri viaggiatori, sembra a volte che questi "viaggiatori fuori corso" vengano tenuti lontani dai gruppi dei ragazzotti in viaggio come me.
Sì, mi do del ragazzotto quando ho quasi quarant'anni, lo so. Fa niente.

DAG

L'Italia vista da qui.

Qualche anno fa fece la sua tappa milanese una mostra fotografica dal titolo "La terra vista dal cielo". Le fotografie, in mostra ventiquattr'ore su ventiquattro lungo via Dante in centro a Milano, raffiguravano numerosi paesaggi, alcuni esotici, altri assolutamente comuni per noi, ma tutti resi insoliti dall'inconsueto punto di vista.
Adesso, da qui, ho l'occasione di assistere allo sguardo degli altri sul nostro paese, ho la possibilità di raccogliere commenti e di registrare opinioni su di noi, gli italiani, da parte di chi vive veramente lontano.
Non posso riportare, purtroppo, nessun commento da parte dei laotiani sull'Italia, visto che nella maggior parte dei casi alla domanda "Chiùsmi, ué iù fò?" (Excuse me, where are you from?) e di fronte alla successiva risposta "Italy!" mi guardano come se avessi emesso un suono nuovo. Alcuni tengono gli occhi fissi nei miei aspettando la risposta vera, altri li abbassano scuotendo la testa.
Non hanno mai sentito parlare dell'Italia. La cosa mi sembra di una tenerezza disarmante, perché né io né loro sappiamo cosa dire, a quel punto.
Altri, viaggiatori, turisti, alla parola "Italy!" (che io pronuncio sempre con entusiasmo) hanno differenti reazioni, a seconda della distanza del loro paese d'origine e, ovviamente, delle esperienze personali.
Un capitolo a parte lo meriterebbero i cugini francesi, con cui, dietro ai sorrisi, è sempre in atto un feroce braccio di ferro. Con alcuni è divertente, con quelli più educati. Alcuni sono anche autoironici, ma solo quelli che han viaggiato di più. Lasciando stare il pietoso argomento della coppa del mondo di pallone, che ormai ha stancato tutti, le abitudini degli italiani sono spesso il fulcro dei commenti da parte dei turisti provenienti dall'estero. Non ho mai dovuto assistere alla pietosa frase "ah Italia mafia pizza mandolino" se non una volta, di fronte ad un attempato americano che voleva fare il simpatico. Gli ho risposto con una sola parola. "Bush". Ha cambiato argomento.
A gennaio, in Tennessee, il mio amico Warren mi ha detto: "Prada is off, gone!" Non capivo. Ha insistito nel dirmi che Prada non c'era più, se n'era andata.
Ho provato a pensare di tutto. Prada ha chiuso? Hanno rapito Prada? Non capivo.
Pace, mi dicevo, niente più accessori costosi o sponsor sulle barche.
Intendeva dire Prodi. Si era confuso. Era caduto il governo Prodi.
Tre ragazze finlandesi con cui sto gironzolando in questi giorni per Luang Prabang mi hanno detto che adesso abbiamo "Burlascone again". Una di loro mi ha dato una pacca sulla spalla.
Ma bisogna dire che in generale noi italiani partiamo da una posizione di simpatia che ci mette in vantaggio rispetto agli altri. Certo, con l'euro così forte gli americani si lamentano e pensano automaticamente che siamo tutti ricchi, ma quelli che son stati in Italia (solito percorso, Venezia Firenze Roma Pompei Sicilia) ne conservano un ricordo meraviglioso. Molti mi guardano stupiti e mi dicono: "Ma parli bene l'inglese!" Abbiamo fama di non saper parlare neanche un po' di inglese. Studiamolo, per favore, ragazzi. Dai, non fatemi fare 'ste figure...

Italian noisy people. Rumorosi. Siamo in grado di fare un casino pazzesco, pare che se in un locale c'è una comitiva di italiani tutti si accorgano immediatamente del simpatico gruppetto. Poi mi fanno l'imitazione degli italiani che si chiamano fra di loro :"Mimmoooooooo, Carmeeelooooooo!" Un dubbio color verde padania si fa strada. Siamo tutti così rumorosi?
"Ah, Milano... non ci sono mai stata", mi dice una bellissima australiana. "Com'è?"
"Meravigliosa", rispondo. Lei continua: "E tu vivi nella città o fuori?" "In città. Vicino alla zona della moda. E della futura Expo."
Non ridete e lasciatemi fare lo scemo con l'australiana, per favore.
La parola "moda" fa brillare gli occhi quasi a tutti.
Un tedesco cerca di incasellare e classificare, mi lancia il commento: "Ma Milano siete freddi, gente di sud è più calorosa e comunicativa, parla di più."
E a me viene sempre in mente un commento uscito durante una serata con la mia amica Paola.
"Vai a Corleone a fare due chiacchiere, se ci riesci."

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La barca mancata.

L'antica capitale del Lao era Luang Prabang, una città ricchissima di pagode, templi e monumenti di grande importanza storica. Si può arrivare a Luang Prabang con l'aereo, con la barca oppure con il bus. Se, come nel mio caso, vi trovate a dodici ore di distanza via terra, vi conviene prendere l'ultimo autobus, la nottata è un po' scomoda, ma risparmiate una notte in albergo e vi troverete la mattina dopo già sul posto, dopo svariate ore di tornanti. Se, sempre come nel mio caso, di nottata nel bus ne avete appena trascorsa una, senza potervi lavare e senza poter mai abbandonare i bagagli durante il giorno, la seconda nottata proverete sulla vostra pelle che è vero che l'essere umano si può adattare a qualsiasi cosa. Due notti e un giorno con un caldo terribile, senza mai potersi cambiare i vestiti, (braghette e maglietta, con camicia di rinforzo contro l'aria condizionata degli autobus) senza mai potersi lavare i denti, mangiando con attenzione e bevendo l'acqua della bottiglia che diventa calda dopo mezz'ora (la temperatura è costantemente al di sopra dei 40 gradi) mi hanno reso una specie di puzzola con le ciabatte, con due piedi neri degni di un homeless e uno strato di polvere color terra che mi ricopre interamente.
Cosa mi ha spinto a fare due notti in pullman, attraversando il paese in fretta e furia, pur di arrivare a Luang Prabang il più rapidamente possibile? Non lo so.
Una specie di inquietudine, una voglia di cambiare aria per vedere una parte nuova del paese.
Inizialmente il programma di viaggio era diverso: una volta arrivato a Vientiane, a metà strada tra il sud e il nord del paese, volevo imbarcarmi sul battello che risale il Mekong e arriva all'antica capitale, che è a nord, dopo un giorno ed una notte di avventurosa navigazione sul fiume.
Nell'intera Vientiane, la capitale, non esiste nessuno che mi sappia dire qualcosa di concreto sul battello che risale il Mekong. Eppure Alessandro, un ragazzo toscano che avevo incontrato in Vietnam, mi ha scritto una mail dicendomi: se puoi prendi la barca, è meraviglioso!
Le agenzie di viaggio, in grado di procurare biglietti per ogni dove da qualsiasi punto del paese, vagolano nel buio dell'incertezza di fronte alle mie richieste di informazioni. Uno addirittura mi ha fatto arrabbiare. "Non esiste nessuna barca sul Mekong". Gli ho detto che un mio amico un mese prima ci era salito e mi ha risposto: "Mi spiace, ma il tuo amico non è corretto con te". "Eh già", gli ho detto, "forse si è sbagliato. O forse si droga?!" "Può essere" mi ha risposto, sinceramente preoccupato. Fantastico.
Alla fine scopro che la barca, detta slow boat (che vi fa immaginare cosa dev'essere, in una nazione in cui il limite di velocità nei centri urbani è trenta all'ora) parte da un villaggio a quindici chilometri dalla città. Chiedo se è possibile telefonare alla compagnia della slow boat, visto che nessuno sa niente. La compagnia non ha telefono. Praticamente non c'è. Un omino raccoglie i soldi prima che la barca parta e ti lascia passare. Altri omini guidano la barca. Quella è la compagnia della slow boat. Nessuno sa quando parte la barca, alcuni mi dicono la mattina presto. Altri cercano di essere più precisi: la mattina molto presto.
Prendo un tuc tuc dopo una contrattazione selvaggia e mi faccio portare al villaggio da cui parte la barca fantasma. Ho con me tutti i miei averi, valigia, zaino e la mitica borsa coi cagnolini.

Il villaggio coincide con l'imbarcadero, uno spiazzo assolato con cani randagi e pulciosi, un baraccotto con dentro un funzionario sonnacchioso che a qualsiasi mia domanda risponde "No" e due poliziotte nella tipica divisa verde laotiana. Dico al funzionario che vado in fondo al piazzale per chiedere informazioni, faccio cenno alle mie valigie, dicendogli: "Le lascio lì, posso?" "No". "Ok, grazie". Le lascio lo stesso e mi avvio. Le due poliziotte mi si avvicinano, sorridenti. Noto che sono più giovani di me. Una mi chiede in un inglese traballante se mi possono aiutare, le spiego che volevo prendere la prima slow boat per andare a nord e loro mi spiegano che quella di oggi era già partita la mattina molto presto "Quando?" cerco di indagare io e lei mi risponde "Si" (è una congiura?) e poi mi fa capire che la barca non ci sarà neanche l'indomani perché è domenica. Inoltre la barca non arriva a Luang Prabang, ma fino ad un altra città e poi devo prendere il bus. Quanto è distante questa città da Luang Prabang? "Non lo so". Chiedo se nell'ufficio della polizia lì vicino, in cui loro lavorano, c'è una mappa del Lao." No", mi rispondono. "Non ce l'abbiamo, ci dispiace". Sulla mia mappa questa città non è segnata. Praticamente dovrei passare un giorno e due notti in questa gabbia di matti che è il villaggio-imbarcadero, per prendere un battello che non so quando parte e dove arriva.
La poliziotta con cui parlo nota il mio dispiacere, mi guarda negli occhi e sembra capire, poi furtivamente mi indica un gruppo di persone in fondo al piazzale e se ne va agitando la mano a significare: "Io non ti ho detto niente".
Mentre mi dirigo verso il drappello di malconci figuri in fondo al piazzale qualcosa mi suona strano, non sembrano i soliti laotiani. Mi giro e dò un'occhiata alle valigie. Sono ancora là, di fianco al baraccotto di mister No.
Il gruppo a cui mi avvicino gioca rumorosamente intorno ad un tavolo. Chi è a torso nudo sfoggia tatuaggi che ricoprono mezza schiena, o un braccio intero. Capelli lunghi e risate sguaiate. Stanno giocando ad una specie di dama. Le pedine sono tappi di birra Lao, mazzette di banconote sono appoggiate di fianco alla scacchiera.
Qualcuno mi nota, individuo subito il capo della banda, canottiera gialla, cappellino da baseball e sigaretta in mano. Lo saluto in laotiano: "Sabaidee", molto educatamente. Tutti o quasi ridono, alcuni ripetendo "Sabaidee!" in tono canzonatorio. Contrabbandieri. Gente che fa la spola tra la Thailandia e il Lao portando di tutto, compresi oppio e marijuhana (assolutamente vietati in Thailandia) ma che qui viene offerta per le strade, gente che ha messo in piedi un sistema di trasporto alternativo e molto lucroso: la speed boat.

Sulla Lonely Planet, come su molte altre guide, viene detto chiaramente: se prendete la speed boat lo fate esclusivamente a vostro rischio e pericolo. In Lao ultimamente la speed boat è stata vietata. Troppi morti, e quando i morti sono turisti stranieri meglio essere drastici. Le acque del Mekong sono piene di tronchi vaganti e di rocce che affiorano, soprattutto in questa stagione, in cui il fiume è ai livelli minimi. Urtare un tronco o una roccia alla velocità della speed boat significa schizzare per aria e lasciarci le penne.
Per darvi un'idea del mezzo: Io sarei arrivato percorrendo il Mekong solo fino a metà strada in un giorno e una notte. La speed boat mi avrebbe portato a destinazione completa, Luang Prabang, in tre ore.
Rinforzo il concetto: in un paese in cui il casco non è obbligatorio, neanche sulle moto più grosse, i piloti delle speed boat fanno indossare il casco integrale ad ognuno dei passeggeri. Durante le tre ore di "navigazione" non ci si ferma mai, non si può sollevare la testa perché si viaggia sdraiati a pancia in giù e i bagagli fanno da ammortizzatori tra i passeggeri e il fondo della barca. Del missile, anzi.
Ho chiesto al capo della banda quanto mi sarebbe costato, giusto per curiosità. Ha scarabocchiato qualcosa su un foglio poi me lo ha passato. 400 dollari. "EEEH?" Mi son messo a ridere. "Con 400 dollari ti compro la barca!" gli ho risposto. "Non credo" mi ha detto lui piantato di fronte a me a gambe larghe, mento all'insù e occhi a fessura. "Fammela vedere" gli ho detto io, in tono di sfida e aggiungendo un rutto, così, per facilitare la comunicazione e metterlo a suo agio.
Si è sporto dalla balaustra in bambù e ha guardato in basso, invitandomi a fare lo stesso.
Sono rimasto senza parole. Una scheggia, larga non più di cinquanta centimetri, era ormeggiata sotto di me, al riparo di alcuni cespugli. La scheggia sarà stata lunga quattro metri, e terminava con una punta lunga e acuta. A poppa, circondato da un groviglio di tubature e cavi, un mostruoso motore assolutamente sproporzionato sembrava essere stato posato sulla esile imbarcazione quasi per scherzo, più per farla affondare che per muoverla. La poppa della speed boat è sotto il livello dell'acqua, quando la barca è ferma, per il peso del motore. Sembrava la cosa più lontana dal concetto di barca che io avessi mai visto.
Mai e poi mai mi affiderei ad una cosa del genere.
Non fatelo, se dovesse capitarvi l'occasione, anche perché in questo modo si perderebbe il piacere di vedere il paese dal punto di vista di chi naviga il fiume. Dalla speed boat non ci si gode certo il paesaggio!
Ripresi i bagagli, sono andato alla stazione degli autobus, e mi son rassegnato ad arrivare a Luang Prabang via terra.
Ieri, con un banale tour organizzato, sono andato a vedere le grotte "dei seimila Buddha" sul Mekong. Da bravi turisti si prende la barchetta e si va verso le grotte in un'ora di sonnolenta navigazione, col motore che borbotta. Ad un certo punto un urlo lontano ha fatto voltare tutti. Tempo di girarsi e l'urlo era già di fianco a noi, un urlo meccanico. Una speed boat ci era appena passata di fianco a tutta velocità. Quando il muro d'acqua sollevato dal motore è ricaduto spruzzandoci tutti la speed boat era già lontana, il folle urlo meccanico la seguiva.

DAG

Villaggi sperduti 2.

La televisione è arrivata solo in parte a rovinare questi posti, la si può vedere solo di sera quando c'è la corrente. Spesso si riesce a prendere solo un canale thailandese, oppure un canale laotiano che trasmette video musicali. Quasi tutti i video musicali sono accompagnati dal testo scritto della canzone e le ragazze si divertono, appena ne hanno la possibilità, a prendere un microfono in mano e cantare seguendo le parole. Questo viene fatto in compagnia o anche quando sono da sole. Dev'essere una cosa che le rilassa o le diverte molto. Se vengono sorprese si vergognano e ridono, ma non per questo smettono.
Il video musicale, legato all'idea di karaoke, ha in Asia una diffusione enorme. Di solito la canzone è melodica, parla di un amore triste che poi finisce bene. Le situazioni ritraggono la vita comune di questi posti: Lui fa il meccanico e la pensa sognante, lei lavora in ufficio e non può rispondere alle telefonate di lui perché il capo la vessa, lui pensa che lei non lo ami più e si dispera. Va sotto casa di lei mentre imperversa il diluvio (nelle scene tristi c'è sempre la pioggia) e vede che lei non c'è. Disperato, cade in ginocchio incurante dell'acquazzone che lo bagna tutto e si dispera ancora di più. Poi lei arriva dall'ufficio in bicicletta, lo vede, lascia cadere la bici e corre ad abbracciarlo. II video sfuma con loro che si guardano felici.
Ma torniamo allo sterrato paesino, pieno di polli e bambini.
E' inevitabile seguire i ritmi del villaggio in cui ci si trova, perché una volta calate le tenebre, ovvero quando l'ultimo generatore si è spento, la cosa migliore da fare è andare a letto, ben protetti dalla zanzariera. Andare in giro per il paese con una torcia accesa significherebbe attirare i milioni e milioni di insetti in cerca di una sorgente di luce. E siccome alcuni arrivano con la grazia di una sassata il piacere di una romantica passeggiata passerebbe in secondo piano. Oltre al dubbio piacere di passeggiare in un paesino in cui nessuno è più in giro per strada, solo i cani randagi.
In questi villaggi la gente si sveglia la mattina presto e si alza col sole, che quasi sempre è nascosto dietro una spessa bruma dovuta all'umidità notturna.
Io pure mi alzo presto, perché la sera vado a letto alle nove.
Accesi i fuochi e cominciata a scaldare l'acqua per fare la zuppa, parte la processione dei monaci che fanno la questua di casa in casa, con la ciotola per raccogliere il riso. Quasi tutte le case del paese offrono qualcosa, soprattutto riso, poi si mangia. Nel villaggio di Pha Pho ogni famiglia mangia nel cortile di casa propria, a Mouong Ngoi vengono allestiti tavolini lungo la strada sterrata che divide il villaggio in due e la gente mangia sulle panche, gomito a gomito. Giovani, anziani, studenti con l'impeccabile camicia bianca e muratori a torso nudo dalla pelle scura e i capelli impolverati, ragazze dall'aspetto giovanissimo che mangiano la zuppa mentre allattano il figlio, la camicetta alzata quanto basta per permettere l'allattamento. La donnina che ha fatto la zuppa la distribuisce in porzioni e impila le ciotole da lavare. Periodicamente la figlia prende la cesta con le stoviglie, va al fiume, lava e torna su.
Le attività della giornata occupano ciascuno degli abitanti del villaggio. L'attività non è frenetica ma è costante, fino alle otto di sera circa. Una buona parte della giornata viene utilizzata per conversare. La sera dopo cena (i laotiani cenano verso le cinque e mezza) gli uomini giocano a carte e bevono lao lao, il whisky locale, a metà strada fra la tequila e la senza piombo con pochi ottani.
I rapporti con noi, i falàng, sono molto distesi, anche se incentrati sulla enorme curiosità che suscitiamo nei locali. Ci studiano con curiosità da entomologi. A Pha Pho un ragazzo mi ha pizzicato i peli delle gambe e mi ha guardato con stupore, poi ha alzato il pollice e con ammirazione ha detto: "Gùs!" (Good!) per significarmi che apprezzava che io avessi i peli sulle gambe. Lo stesso tipo di curiosità lo ha avuto una ragazza in un altro villaggio. Mi ha scostato la camicia davanti e ha guardato sul petto. Poi ha fatto un commento con le amiche del tipo: "Quanti peli!" e tutti siamo scoppiati a ridere. Non hanno inibizioni nel contatto fisico, ma neppure lo fanno con intenti maliziosi o sessuali. Ci studiano, ecco tutto.
Calano le tenebre e le persone che camminano per il paese sono sempre di meno. Tutti, nel paese, sono in grado di camminare al buio, conoscono ogni pietra del posto. Se da lontano si vede una luce che si sposta, quello è un turista.
Le ore della notte sono dominate da presenze in movimento: rumori, ronzii, ticchettii, a volte tonfi di qualcosa che cade dall'albero sul tetto in lamiera. In questi villaggetti è meglio prendere sistemazioni in legno, non troppo protette dalla luce del giorno. Animali selvatici o insetti potrebbero sentirsi troppo protetti da una stanza in cemento e farvi la tana.

DAG

Villaggi sperduti 1.

Il Lao può davvero essere davvero un posto speciale. Se ad una prima impressione può sembrare che non ci sia granché da vedere o da fare, quando si arriva nei centri più isolati si capisce che quella è la vera parte preziosa del paese.
Si esce dal percorso che collega una città all'altra e le strade diventano subito sterrate; le case, quasi sempre piccolissime, hanno pareti di bambù intrecciato e tetti di paglia, sono sorrette da pali in legno e spesso appaiono tragicamente storte.
Polli, maiali e cani circondano la casa, bufali percorrono le vie del paese (quasi sempre una sola) e una miriade di bambini, vestiti, nudi, vestiti a metà, si rincorrono dentro e fuori abitazioni e cortili, si fermano a guardarci, due o più dita infangate in bocca; si vede che suscitiamo domande nei loro giovani cervelli. Le donne anziane camminano con cautela, un piede messo davanti all'altro con circospezione, a volte curve in modo estremo per gli anni di lavoro nelle risaie. Ci vedono, alzano la testa verso di noi e sorridenti la scuotono su e giù. Non gli serve l'inglese, aprono la bocca sdentata ma non emettono nessun suono, gli occhietti vispi parlano al posto loro. Ci seguono con gli occhi per un po', poi se ne vanno per la loro strada. I ragazzini sono fonte costante di saluti e richiami al nostro indirizzo. Giocano. Con poco. Una tanica legata ad uno spago è una macchinina da corsa, la palla di vimini intrecciato e il bastone per spingere una ruota sono i giocattoli più comuni. Ci vedono passare davanti alla casa e ci salutano, gli rispondiamo: "Sabaidee". Poi arrivano altri che ci salutano e vogliono essere salutati anche loro. Poi altri che erano in casa si affacciano, scoprono la novità entusiasmante del "falàng" che sta passando e corrono fuori per fare lo stesso, in un crescendo di strilli e risate.
I ragazzi e la ragazze più grandi, invece, hanno sviluppato, ovviamente, alcune inibizioni sociali in più, ma non molte. Se da un lato è bello sapere che c'è una parte del mondo in cui le ragazze ti salutano con un sorriso anche se non ti hanno mai visto, è interessante vedere come i gruppi di ragazzi intorno ai sedici - vent'anni ti guardino seri, seguendoti con lo sguardo torvo, tutti fieri nelle loro magliette con i teschi e le scritte più cattive e fosforescenti o dorate, ma poi si aprano anche loro in un saluto educato e sorridente quando gli rivolgiamo il nostro buongiorno.
L'altro giorno una ragazza poco distante da noi si è accucciata in un prato e ha fatto pipì, incurante di poter essere vista. In alcuni villaggi al nord gli uomini fanno la doccia nudi e all'aperto. Le donne del villaggio di solito, appena prima del tramonto, vanno a lavare i panni al fiume, poi si insaponano e si lavano slacciando la stoffa con cui si coprono solitamente e che fa loro da gonna.
Gli uomini pescano e si lavano (o lavano i panni anche loro) accanto alle donne. Tutti vivono a stretto contatto con il fiume, ma nessuno ha un costume da bagno. Gli uomini che pescano o lavorano nel fiume passano la giornata in mutande. Hanno questi slip in cotone che usano come costume da bagno. Con l'acqua la mutanda diventa molle, se casca la tirano sù, senza farsi troppi problemi e senza malizia nei gesti o negli sguardi.
Nel villaggio di Muong Ngoi la vita scorre tranquilla, i viaggiatori che arrivano qui cercano esattamente questo tipo di atmosfera, la speranza è che il posto non cambi. Non tanto in fretta, almeno.
Una costante, assurda e triste allo stesso tempo, è data dalla presenza di enormi bombe esplose lungo le strade dei villaggi. Pensare che questi posti, i più pacifici e simpatici che io abbia mai visto in vita mia, siano stati bombardati, e con bombe così grosse, mi sembra una cosa totalmente assurda e barbaramente insensata.
Gli abitanti di Muong Ngoi hanno riutilizzato le bombe nel modo più saggio e disincantato: come pareti di contenimento delle aiuole, come decorazione degli ingressi ai cortili delle case. Una mezza bomba era utilizzata come vaso: era piena di fiori.
Il posto in cui vado a mangiare (non mi sento di chiamarlo ristorante) è costituito da una panca lunga e da un tavolo messi al riparo di una tettoia in bambù. In fondo al tavolo, per terra, ci sono i fuochi, vasi di terracotta con le braci di legna sempre accese. A lato sta il tavolo per cucinare, sotto il tavolo, per terra, cipolle, patate, cavoli. Appesi alla parete in bambù, annerita dal fumo delle braci, stanno coltelli e pesci arrostiti o seccati al sole. La donnina che vi lavora di giorno e vi dorme di notte con la famiglia è in miniatura, in scala con il posto. Ogni tanto scaccia i polli o le papere che razzolano tra i piedi dei commensali. Quando un cane si infiltra fra le papere, affamato, la donnina lo scaccia e poi ride, vedendo che seguiamo la scena.
L'altro giorno, prima di partire ho chiesto alla donnina il riso col pollo. "Aspetta un attimo" mi ha detto, ed è sparita dietro alla parete di bambù. Avevo un po' fretta perché la mia barca sarebbe partita poco dopo. La donnina non torna, a me viene il sospetto di cosa stia facendo.Riappare dopo venti minuti circa, un po' trafelata. "Scusa", mi dice. "No pollo. Il pollo mi è scappato e non te lo posso cucinare. Non son più riuscita a riprenderlo. Vuoi il riso col cavolo? E' buono!" Trovo la cosa fantastica e cercando di restare serio le dico che va bene, mi piace il riso col cavolo. Spero che il cavolo non scappi. Mentre la donnina cucina penso al povero pollo, allo spavento che dev'essersi preso e rido da solo, seduto al nanotavolo. Mi sembra tutto assurdo e bellissimo insieme.
Ma il momento di partire si avvicina. Non ho il tempo di mangiarlo, il mio riso. Nessun problema, la donna capisce, rovescia il contenuto del mio piatto in un sacchetto di plastica qualsiasi, lo annoda e me lo da. Parto col mio sacchettino bello caldo in mano, lo mangerò lungo il tragitto in barca, con le mie bacchette personali.

DAG

Il ringhio dell'elefante.

Non so come dirvelo. Ve lo dico e basta, facciamo così.
Parlando con gente che ha avuto molte esperienze con gli elefanti ho scoperto che quando un elefante emette il verso che tanto mi ha spaventato vuol dire che è contento.
Un po' come fare le fusa per il gatto.
Solo che è un gatto di sei tonnellate.

No comment, please.

DAG

giovedì 17 aprile 2008

L'elefante.

Ho appena trovato una sistemazione nel villaggio di Pha Pho, dove mr. Bhom, il classico signore tuttofare (una figura comune anche nei nostri paesi più piccoli) affitta camere ai viandanti. Mr. Bhom, che parla un po' di francese, vive con la famiglia nella casa accanto, ma forse la sua famiglia si estende anche alle altre due case adiacenti. Tra figli e nipoti saranno una trentina di persone. E' anche il medico e il farmacista del paese, nonché veterinario.
Due sono le figlie che lavorano alla guesthouse, una parlicchia inglese, si chiama Dubi e fa da mangiare. Malissimo. Prima faceva la maestra nella scuola di Pakxé, la città più vicina.
L'altra non parla mai, sorride sempre e deve aver avuto un grave problema o subito un brutto incidente, perché ha il setto nasale sfondato e un occhio chiuso, la faccia deformata. E' la più simpatica, mi fa dei gran sorrisoni quando la saluto la mattina in laotiano, dicendole "Sabaidee!" Si inchina e ride.
Il signor Bhom mi parla della birra Lao, mentre mangio il terribile pastone zuccheroso preparatomi dalla sciagurata figlia (ma non poteva restare a fare la maestra? C'è tanto bisogno di istruzione, nel mondo...) e mi dice che è così buona perché per farla ci mettono dentro il riso e la frutta, mentre nelle altre birre non mettono neanche un po' di riso, solo la frutta.
Non si è mai finito di imparare...
Mentre mi parla vedo che brandeggia una siringa. Si china e fa un'iniezione nella pancia ad un altro signore, più anziano, che era sdraiato in silenzio su una panca. Io, aiutato dal delizioso pranzetto, ho un urto di vomito. Mi giro dall'altra parte.
Hai voluto andare nei villaggi in cerca della vita selvatica? Beccatela, adesso, e divertiti.
Mr Bhom mi dice che intorno al villaggio non c'è niente, solo campi, e più lontano, la giungla. "Bello!" dico io, "E come si può andare nella giungla?" "Con l'elefante".
Mi spiega che lui e un suo amico hanno un paio di elefanti, con cui trasportano i tronchi più pesanti per costruire le case, e che se voglio posso andare a fare un giro. Ovviamente accompagnato dal suo amico. Nove dollari. Ok, affare fatto.
Nel frattempo sono molto incuriosito dalla presenza di elefanti nella zona, decido di andare a vederli da vicino. Mr Bhom mi indica un campo, un campo immenso, diviso in due da una strada sterrata che si estende a perdita d'occhio.
Mi incammino per la strada, e ad un certo punto individuo due bestioni, lontani lontani, che ciondolano le proboscidi nel sole torrido, con movimenti lenti.
Mi avvicino sempre di più, esco dalla strada e mi inoltro nel campo. Vento e nessun altro rumore, a parte i campanacci al collo dei due giganti. I bestioni diventano sempre più grossi. Mi hanno visto da tempo, ogni tanto sbattono le orecchie. Sbuffano. Arrivo ad una ventina di metri. Se dovessero partire di corsa non ci sarebbero ripari per me, e non so quanto corra un elefante o che scatto possa avere. Ma lo posso sempre scoprire in un documentario, oppure leggere in un libro, no? Devo proprio sperimentarlo sulle mie cotiche?
Sì.
Devo.
Altrimenti potevo starmene a casa.
Mi avvicino altri cinque metri. Mi accorgo che i pachidermi hanno pesanti catene alle zampe davanti, che ne restringono i passi, rallentandoli in caso di nervosismi improvvisi. Tranquillizzato, mi avvicino lentamente, badando a dove metto i piedi. Gli elefanti non sono gli unici ad abitare questi prati ricchi di pozzanghere e acquitrini, circa un terzo dei serpenti velenosi del pianeta vive qui, e io sono in ciabatte.
Adesso sono fermo, ci guardiamo. I due colossi, bestie da lavoro, sono davvero enormi. Coperti di terra secca e fango, si stanno lentamente avvicinando. Mosche gli girano intorno, e tanti insetti. Uno dei due ha occhi gialli, dalla pupilla piccolissima. L'altro ha teneri occhi scuri, più tranquillizzanti. Si avvicinano ancora. Evito di farmi circondare dai due, mi danno l'impressione che potrebbero schiacciarmi fra loro senza neanche accorgersene. Sono buoni ed erbivori, mi ripeto, ma non mi sento molto tranquillo. Allora guardo a terra, tenendoli d'occhio in modo indiretto, e questi si avvicinano ancora. Quello con gli occhi gialli arriva ad un metro. Mi guarda, muove un orecchio e sbuffa. Alzo lentamente una mano, fino a toccare la proboscide, ruvida, polverosa, coperta di peli assolutamente sgraziati, radi e rigidi. L'elefante emette un ringhio sordo, profondissimo e basso.
Cazzo non sapevo ringhiassero.
Mi si gela il sangue.
Faccio un passo indietro. Un altro. Altri due. Ho i peli ritti e sento freddo. La loro testa enorme è due metri sopra di me. Come altre volte in questo viaggio, mi dò del pirla. Mi allontano controllando terreno e bestione.
Altri dieci passi, i due animali non si muovono. Torno al villaggio cercando di fischiettare, un po' irrigidito e intontito dallo spavento.
Non lo sapevo davvero, che gli elefanti ringhiassero.

DAG

Dopo la pacchia, verso l'interno sconosciuto.

Mi sono divertito, a Dhon Dhet, nonostante non ci fosse la corrente elettrica la vita era facile, tanti ristorantini in cui andare a mangiare, tutti con la terrazza sul Mekong ed un panorama meraviglioso, soprattutto al tramonto, tanta gente con cui parlare o almeno scambiare due chiacchiere, Jun che si è ritrovato a confrontarsi con altri turisti e a dover vincere la sua timidezza, il capodanno laotiano che dava un'atmosfera di festa e l'idea di essere in un posto fricchettone. Eravamo in pantaloncini e torso nudo da mane a sera, e col caldo più atroce, ci si buttava tutti in acqua, nelle morbide correnti del Mekong.
Addirittura alcuni bar con terrazza ti vendevano la birra e ti affittavano grosse camere d'aria da trattore, gonfiate ben bene. Volendo potevi sedertici dentro e berti la birra scivolando con la corrente. L'importante era, a fine corsa, aggrapparsi ad un ramo prima che finisse l'isola e iniziassero le cascate. I sentieri dell'isola, sterrati e senza auto, erano quasi costantemente percorsi da ragazzi e ragazze che camminavano, a piedi nudi e sgocciolanti, per riportare indietro i vuoti e le camere d'aria, tutti sorridenti e un po' brilli.

Ma come tutte le cose belle, anche la vacanzina a Dhon Dhet è finita. Stamattina, dopo quattro giorni di pacchia, sono partito alla volta di uno dei villaggi più remoti del paese, sconosciuto anche a molti Laotiani. Ho salutato Jun, il quale, per darvi un'idea di che persona sia, si è messo a piangere perché andavo via. E cedere alle emozioni per un giapponese è una cosa assolutamente inconsueta. L'ho abbracciato stretto, dicendogli che invece io ero molto contento di liberarmi di lui! Ci siamo messi a ridere.

Poche ore dopo (e pochi chilometri dopo) la scalcagnata carretta con cui ero partito dall'isola, guidata da un autista con un occhio di vetro (quello dal lato della carreggiata) e stipata fino all'impossibile di persone e merci di ogni tipo lasciava me e i miei bagagli ad un incrocio assolato, ripartendo in una nuvola di polvere e gas di scarico.
So che da lì dovrebbe passare un bus che si inoltra nella giungla, fino al villaggio di Pha Pho, territorio di etnie dagli scarsi contatti con il mondo civile e, soprattutto, dalla fauna incontaminata e sovrana.
Chiedo informazioni ai ragazzi che chiacchierano nelle baracche vicine all'incrocio, non sanno neanche cosa sia l'inglese. Non conoscono la parola "bus", per fare un esempio, e quando chiedo "stop?" mi guardano esterrefatti, poi scoppiano a ridere, mentre un bimbetto mi spruzza addosso acqua in continuazione bagnandomi tutto e ripetendo "Pì mai Lào!, Pì mai Lào!" (Buon anno, buon anno!)
Arrivano altri ragazzi per guardare da vicino il falang, che sarei io. Questi un po' di inglese lo sgangherano. Uno mi dice "No bus, moto!" Un altro mi dice che il bus è alle due, no alle quattro. Poi si guardano e, in due decidono di dirmi che il bus è domani, forse.
Ok, è una vecchia tecnica collaudata. Ti dicono che non c'è il bus così ti portano loro ad un prezzo cinque o sei volte più alto di quello del bus. Fermo un trabiccolo con passeggeri a bordo e l'autista mi dice che no, lui non va a Pha Pho, come a dire che non è mica matto, ma che se proprio voglio andarci devo aspettare in un altro punto, che mi indica. Tra un ora o forse due arriva un tràs, (truck) che ci va.
Metto la mia valigia a bordo strada e aspetto.
Miracolo, il tràs arriva, salgo nel cassone dietro, aperto ed esposto al polverone incredibile della strada (strada?) sterrata e tra un rimbalzo ed una botta sulle costole arrivo, dopo venti chilometri circa, al meraviglioso villaggio di Pha Pho.
Il mio ingresso nel villaggio è salutato da bambini entusiasti e da adulti ubriachi per i festeggiamenti del capodanno, per il resto mi sembra di vivere in prima persona la scena del film "Lo chiamavano trinità", quando Terence Hill arriva coperto di polvere al paesello disgustando tutti al solo apparire.

DAG

Al tempio per il nuovo anno.

La ragazzina che ha assegnato le camere a Jun e a me ha solo quattordici anni, ma è sveglia come una di trenta. Anzi, scusate, conoscendo un po' di ragazze intorno ai trenta mi sento di dire che è più sveglia della media delle trentenni che conosco io.
Ha un vocabolario di circa dieci parole di inglese, ma riesce a farsi capire. Dopo averci indicato con ordini precisi le stanze (tu dormi lì, tu dormi là) non si sa in base a quale criterio, si è messa a fare conversazione con Jun, il quale di parole inglesi ne conosce quindici. Non so come, dopo un po' l'ho vista andar via e tornare con un vassoio pieno di pezzi di anguria, tagliati di fresco. Si sono messi in un angolino a parlare, con il manuale di conversazione Giapponese-Lao di Jun. Non so e non voglio sapere di cosa parlassero, ma tra i due è nata una simpatia. Ovviamente per ragioni d'età nulla poteva succedere, ma siamo stati praticamente adottati dalla ragazzina e dalla famiglia di lei, composta da un numero indefinibile -e mai chiarito- di personaggi.
Una delle conseguenze più belle di questa adozione è stato l'invito al tempio per la cerimonia del nuovo anno.
In Laos il capodanno dura tre giorni, durante i quali si celebra anche il "Waterfestival" (cosa che avviene simultaneamente anche in Thailnadia). Nel primo giorno si celebra l'anno passato, riposandosi e bevendo birra Lao (la miglior birra del sud est asiatico, che raccoglie seguaci tra i turisti di ora in ora), nel secondo giorno si celebra il cambiamento, ovvero il passaggio dal vecchio anno al nuovo (andando al tempio e bevendo birra Lao) e nel terzo giorno si festeggia l'arrivo del nuovo anno, tirandosi gran secchiate d'acqua e bevendo (ma va?) birra Lao.
E' nel secondo giorno che siamo andati al tempio con le due ragazzine. Ci avevano dato appuntamento alle tre, e noi alle tre ci siamo fatti trovare pronti per andare al tempio, nonché vestiti bene (sì, io in camicia a righe e braghette a scacchi, ormai ho capito come ci si veste, altroché Armani). "Aspetta" ci dice Cìn, la ragazzina sveglia, "Go mama" e noi siamo andati dalla sua mamma che, tra parentesi, è più giovane di me di due anni. La mamma stava penosamente cercando di tagliare una radice arancione con un machete enorme, mettendo le fettine in un bicchiere. Era un'offerta rituale per il Buddha. Le ho prestato il mio coltellino svizzero, e con quello è riuscita a portare a termine l'impresa conservando tutte e dieci le dita. Abbiamo osservato la preparazione delle offerte con attenzione, senza poter aiutare ma memorizzando tutto. Una volta mescolate le fettine di radice arancione nell'acqua, viene aggiunto succo di limone e una boccetta di solvente prelevata da una scatola di decolorante per capelli. Questa ha il compito di sciogliere la radice e dà anche un buon profumo alla mistura. Altri due secchielli d'acqua con dentro fiori bianchi profumati vengono presi e messi da parte, poi ci vengono messe delle collane di fiori al collo e braccialetti in cotone bianco con una treccina per augurare buona fortuna nel nuovo anno. Così agghindati, distribuiti i bicchieri con la mistura e i secchielli con acqua e fiori, ci incamminiamo alla volta del tempio. Le due ragazzine ridono quando si girano a guardarci, rovesciando circa metà delle offerte durante il cammino a furia di ridere. Jun e io inizialmente siamo seri, tutti compresi nel cammino verso il tempio, poi cominciamo a farci sgambetti a vicenda, gridando allo scandalo quando l'altro rovescia un po' d'acqua per terra. Al tempio diventiamo seri di nuovo quando vediamo la moltitudine di fedeli radunati ad ascoltare le parole del monaco anziano. Tolte le ciabatte, ci uniamo agli altri, saremo stati in tutto trecento persone, tutte assorte nella preghiera, le mani giunte davanti. Finito il sermone, tutti in piedi! Si corre verso un punto in cui giovani monaci distribuiscono pezzi di vetro molto grossi e di vari colori, azzurro, verde, trasparente, giallo, ognuno cerca di prenderne uno, poi si torna ai secchielli portati al tempio, e si strofinano i vetri con foglie di bambù e mezzi limoni tagliati, per pulirli simbolicamente (credo dalla polvere dell'anno vecchio) si sciacqua tutto con acqua abbondante e poi si va a lavare le numerose statue del Buddha che sono state raccolte su un ripiano piastrellato. Sui Buddha si versano anche le misture che ognuno ha portato. Nei pochi minuti passati le misture si sono ossidate e hanno assunto un bellissimo color oro, sembra di versare oro liquido sui Buddha, è il massimo degli onori.
Nel momento dell'"oro colato" avviene qualcosa ce mai mi sarei aspettato. Una anziana signora prende lo slancio e tira una secchiata d'acqua lavando tutti: dai ragazzini ai monaci a qualche turista sopraggiunto con la macchina fotografica. Tutti ridiamo, e inizia una fantastica battaglia collettiva a secchiate, cui partecipano anche i monaci! E' come se dopo la messa di Natale il prete finisse di dire messa e iniziasse a tirare palle di neve a tutti, o come fare a gavettoni in chiesa, tutti contro tutti.
L'acqua è una benedizione, più si è bagnati più si sarà fortunati nel nuovo anno.
Credo che il prossimo anno sarò abbastanza fortunato, ma il più fortunato di tutti sarà Jun. Con la meticolosità e l'ingenuità tipica del giapponese, era venuto al tempio con i pantaloni da pioggia, impermeabili. Soffriva un caldo pazzesco, ma si sentiva al sicuro. "Sono impermeabili! Non mi bagno!" Mi aveva detto quando lo avevo guardato inorridito alla partenza.
Gli ho scostato l'elastico dei pantaloni e gli ho versato una intera secchiata nelle mutande.
Buon anno!

DAG

In mezzo ai laotiani.

Vi ho già detto del bus, di quel viaggio tanto scomodo, ma fatto in mezzo alla gente del posto. E' uno dei desideri di tanti viaggiatori incontrati, quello di poter davvero uscire dal ruolo del turista cui vengono riservate tutte le comodità e condividere con gli abitanti del paese le cose più comuni come uno spostamento in autobus, una cerimonia rituale o il cibo che viene mangiato ogni giorno nel modo in cui lo preparano e lo mangiano loro.
Se per il cibo ci possono essere, purtroppo, riserve dettate dalla prudenza (noi non siamo provvisti degli stessi anticorpi che hanno le popolazioni autoctone, quindi ci possiamo ammalare molto più facilmente di loro) e dal buonsenso, per quanto riguarda la vita di tutti i giorni possiamo tranquillamente unirci ai locali, sempre che questi ce lo permettano. In Thailandia è abbastanza difficile, in Laos è possibile, così come in Vietnam, soprattutto al sud.
Prendere un autobus scassato e scomodo non è soltanto un modo più economico di viaggiare, ma diventa una vera e propria esperienza perché ti fa capire come queste persone, che materialmente non hanno l'accesso a tutte le cose che per noi ormai sono date per scontate, diano profonda importanza all'educazione, alla generosità ed al rispetto reciproco. E fa riflettere su come viviamo noi.
Qualche esempio.
La signora anziana che era salita con la bambina in braccio, quella cui Jun ha ceduto il posto, ha avuto grandi difficoltà, per la prima parte del viaggio, a tenere la bimba, che era in preda ad una crisi di pianto isterico. La pargoletta cacciava strilli così forti che anche il guidatore ad un certo punto si è girato ridendo per chiedere se tutto andasse bene. Ognuno, nel bus, si è prodigato per far smettere le disperate lacrime della bambina: chi la chimava e iniziava a cantare, chi ha regalato un succo di frutta bevuto solo a metà, chi dei dolcini. Jun ha fatto l'origami della cicogna, vabbè, ovvio. La bambina lo ha sbavato subito rendendolo una disgustosa pallina di carta e muco. Ho riso con Jun. Io cercavo di fare come faccio con gli animali per catturare la loro attenzione. Non ve lo dico come faccio, ma con gli animali funziona. Quella bambina aveva un lato animale particolarmente poco sviluppato, perché ogni volta che incrociava il mio sguardo cacciava uno strillo più acuto degli altri e scuoteva la testa disperata. Fortuna che come autostima sono a posto. Comunque poco importa il pianto della bambina, fatto sta che tutti hanno fatto qualcosa per migliorare la situazione della povera nonna. E della bambina isterica.
Il bus popolare, lo chiameremo così, fa parecchie fermate. La maggior parte di queste è fatta al volo, l'autista vede una valigia o due per strada, o una cesta, e capisce che qualcuno le ha messe lì perché deve prendere il bus. Il bus arriva alle valigie, suona e la persona arriva corricchiando. Il ragazzo dei bagagli prende la valigia e mentre il bus riparte si arrampica sul tetto e lega i nuovi bagagli agli altri con cinghie o funi. Ad ogni fermata il bus viene preso d'assalto da ragazze che vendono da mangiare: mezzi polli alla brace tenuti da due stecchi di legno o uova sode, in genere tre in fila, infilzate in un altro stecco di legno. Tutto fatto al momento, a bordo strada, su brace di legno. Un cibo fantastico. I ragazzi che stavano di fianco a me non parlavano inglese, ma due cose sole mi hanno saputo dire: "Can you speak Lao?" (Puoi parlare in Lao?) e "Sorry for the bus" (Ci dispiace per questo bus). Se alla prima domanda ho dovuto rispettosamente dire che no, non parlavo la loro lingua, e me ne scusavo, la seconda frase mi ha fatto una gran tenerezza: capivano che se per loro era il modo usuale di muoversi, per me poteva essere una cosa brutta viaggiare così. Loro si vedono passare davanti agli occhi questi autobus a due piani, di fabbricazione coreana, che vanno spediti e prepotenti, con un'arrogante scritta "VIP BUS" sul parabrezza e immaginano che i "falang", gli stranieri, vogliano viaggiare solo su quei mezzi distanti e condizionati, esclusivi. Che brutto il termine "esclusivo". Davvero ignorante.
Beh, fatto sta che al ragazzo che mi chiede scusa per il bus offro il mio iPod da ascoltare, lui tutto felice si attacca alle cuffiette e ride con gli amici. Poco dopo mi sento bussare sulla spalla, un uovo già sbucciato mi compare davanti alla faccia. E' lui che per ricambiare mi offre un uovo. Lo ha sbucciato per me! Grazie! Gli dico con entusiasmo, e addento l'uovo sodo.
Per fortuna ho notato solo in un secondo momento le unghie del ragazzo. Nere.
Nere come le mie, però.
(Stessa scena dell'uovo mi è successa con due ragazze cui ho regalato una rivista di pettegolezzi laotiana trovata su un altro bus. Dopo aver guardato le figure e aver constatato che siamo tutti attratti dalle stesse morbosità gliel'ho passato: hanno pelato un mandarino e me lo hanno offerto).
Comunque quello che mi è rimasto impresso è il senso di comunità che anima questa gente: non si capisce mai se si conoscono oppure se siano estranei, perché fra loro pare non ci siano filtri: si passano le bottiglie d'acqua l'uno con l'altro, si scambiano da mangiare, si passano addirittura l'uno con l'altro i bambini da tenere in braccio senza nessuna preoccupazione, e se hanno sonno si addormentano uno sulla spalla dell'altro, maschi con maschi, senza paranoie di machismo. Il tutto con un senso di rispetto e pudore che esclude ogni forma di promiscuità o di fraintendimento. A proposito di machismo superato (o mai instauratosi) non è raro vedere ragazzi con le unghie laccate di blu o militari con graziosi cappellini rosa a fiori per proteggersi dal sole.
Certo, le regole dell'educazione sono diverse da quelle che vengono impartite a noi: Le unghie di uomini e donne vengono lasciate crescere lunghe e tenute da conto perché almeno ci si può pulire le orecchie o il naso, cosa che viene fatta in qualsiasi momento e di fronte a chiunque. Tagliarsi le unghie dei piedi dietro al bancone del proprio negozio, mentre si mostra una maglietta o una sciarpa al cliente, è considerata una cosa assolutamente normale, così come sputare per terra dopo aver raschiato ben bene bronchi, polmoni e gola, in un crescendo degno di una moka da dodici. La soffiata di naso avviene con la grazia di un calciatore, due dita a turare una narice, e slancio in avanti al momento giusto, magari appena fuori dal ristorante in cui si sta pranzando gomito a gomito. Stanno mangiando e trovano un osso, o il limone è stato spremuto sino in fondo? Tirano tutto per terra. A fine pasto una discarica di rifiuti viene spazzata da terra da una cameriera sorridente, vien data una passata di spazzola sul tavolo e via! Pronti per il prossimo cliente.
Ho avuto modo di chiedere, parlando con una persona del posto che parlava inglese meglio degli altri, come percepisse gli altri del proprio paese: "Come fratelli", mi ha risposto, ma la chiave di tutto è l'educazione che viene impartita loro sin da piccoli: Il figlio deve rispettare il padre e la madre e le persone anziane, deve addirittura seguire quello che gli dice il fratello o la sorella maggiore. La legge dello stato è una legge da seguire, concetto semplice e diretto.
Mi sembra di aver capito che il concetto di individuo è tenuto in considerazione, ma più ancora quello di collettività.
Poco mi cambia se le regole del bon ton sono diverse dalle nostre, il rispetto che sta alla base è quello che a me piace, soprattutto se si considera che questo, unitamente al modo di vivere buddhista, genera un clima socialmente rilassato, lontano dalla violenza che si vede in altre parti del mondo. Qui molte ragazze viaggiano da sole senza dover temere alcunché. In Turchia meglio non farlo, come dimostrano i recenti fatti.

DAG

Isoletta.

Tre giorni fa sono arrivato nell'estremo sud del paese. Al confine con la Cambogia il Mekong si allarga in un arcipelago, detto "le 4000 isole" o anche la Halong Bay del Mekong, perché ricorda la celebre baia nel nord del Vietnam. Si arriva al villaggio di Dhon Dhet con un pulmino che parte da Pakxé e si ferma nel fango a bordo fiume. Il viaggio procede su una canoa a motore che porta fino all'isoletta su cui si può dormire. Il Lao in questi giorni sta festeggiando il capodanno, per assicurarmi di avere un posto in cui dormire una volta arrivato al villaggio avevo precedentemente telefonato alla guesthouse che mi sembrava facesse al caso mio e ho prenotato una stanza, chiedendo che non ci fosse l'aria condizionata, ma solo il ventilatore, un po' perché odio l'aria condizionata, un po' per risparmiare. "Guarda, qui non abbiamo la corrente, quindi non c'è problema. Non avrai né il ventilatore né l'aria condizionata" mi dice il proprietario. Mi sono sentito un po' pirla, sempre a presupporre che ci siano tutte le comodità. Volevo andare in un posto isolato, primitivo, a contatto con il mondo dei locali? Ecco, ci sono arrivato. Sull'isola esiste un collegamento internet, i computer sono alimentati da un generatore e la linea telefonica è via satellite (così almeno dice il cartello scritto fuori dalla baracca).
I costi sono da satellite, in ogni caso. Cerco di usare internet meno che posso. La ciliegina sulla torta è stata una bottiglia d'acqua che ha deciso di aprirsi nella mia fedelissima borsetta coi cagnolini, bagnando tutto: iPod, portafogli, busta coi soldi, piantine, ma soprattutto il telefonino. Centottanta euro buttati via, il telefonino non si accende più, nemmeno dopo essere stato esposto per due giorni al caldo dei tropici. E soprattutto sono isolato dalle comunicazioni via sms, molto comode. Sono infuriato per questa storia della bottiglia, il telefonino mi faceva anche da videocamera, da sveglia e da orologio. Prima di arrivare in un posto in cui trovarne un altro uguale devo aspettare di essere in Cina. In una città abbastanza grossa.
Ma veniamo agli aspetti più piacevoli del viaggio: nell'isoletta di Dhon Dhet la sera si cena alle sei e mezza, quando comincia a fare buio. La festa di capodanno di ieri è iniziata alle otto, finita alle dieci e mezza. I generatori che producono la corrente necessaria vengono accesi alle sei di sera e cessano di funzionare alle dieci. A quell'ora l'isola sprofonda rapidamente nel buio, diventa territorio degli insetti e degli animali notturni. Intossicato da spray antizanzare e circondato da zampironi fumanti me ne sto ad ascoltare appoggiato alla balaustra in legno del mio terrazzino, in un caldo umido che mi fa sgocciolare in continuazione. Suoni, versi e rumori nuovi ogni minuto giungono alle mie orecchie da lontano o mi sorprendono da pochi metri di distanza. Poi me ne vado a dormire. L'altra notte ero al riparo della mia zanzariera, sul mio giaciglio di legno (scordatevi i materassi) quando un potente scrollone ha fatto ballare tutto. Ho aperto gli occhi, ma era così buio che potevo anche tenerli chiusi. Non c'è la luna, in queste notti, a filtrare tra le assi sconnesse della mia baracca su pali. Mentre mi chiedevo cosa potesse essere, seduto sul letto e sinceramente un po' spaventato (un terremoto?) è arrivato un altro scrollone, più forte del primo. Sono uscito dal bungalow e ho intravisto, alla luce delle stelle, l'enorme schiena grigia di un bufalo che brucava tra i pali della mia casetta sospesa. Ogni tanto, nel girarsi, urtava con un fianco un palo e faceva ballare tutto. Sonori sbuffi dalle froge sembravano esprimere soddisfazione per il pascolo trovato. Sono stato a guardarlo per un po', poi sono tornato, tranquillo, a dormire.
A sudare, anzi.

DAG

Non accalcatevi

Ragazzi, piano, non c e bisogno che mi diate tutti un consiglio, eh?
ALtrimenti non so piu cosa scegliere come soluzione...
Ma ce ne fosse uno che mi ha detto qualcosa su come risolvere il problema del telefonino!
Ora i casi sono due: o il mio blog non lo legge piu nessuno, oppure nessuno sa una cippa di telefonini. Neanche quelli che in Sprea scrivono intere riviste al riguardo.... ehm... vero?
Beh, allora beccactevi questi altri post che vi ho scritto, e se a qualcuno suona il telefonino mentre sta leggendo, lo butti pure nell acqua. Tanto si vive lo stesso, e anche bene!

DAG

lunedì 14 aprile 2008

MESSAGGIO TECNICO

Messaggio tecnico per avvisare tutti che il mio telefonino non funziona piu.
Peccato proprio ora che sono in una delle zone piu isolate dalle comunicazioni!!
Mi si e aperta una bottiglia d acqua nella borsa e il telefonino non si e piu riacceso il modello e un nokia N70. Se qualcuno sapesse come farlo ripartire (l ho gia fatto asciugare per due giorni onde eliminare tutta l umidita interna) mi puo dare un consiglio?
Prima di averne uno che vada bene per me devo aspettare di essere in cina. Chi mi ha mandato messaggi non se la prenda se non rispondo.
Abbracci a tutti!

DAG

domenica 13 aprile 2008

Scomparsa Pippa Bacca.

Riporto qui di seguito la notizia segnalata da Elisabetta a proposito della scomparsa, avvenuta in Turchia, dell`artista Pippa Bacca, amica anche mia.

DAG

Istanbul: appello per l'artista scomparsa sul «Chi l'ha visto?» turco
La sorella e il ragazzo tappezzano Ankara di manifesti

ANKARA - La stazione di servizio della British Petroleum ha l'insegna verde, il suo colore preferito. Pippa si veste soltanto di verde; è color pisello anche il trolley che portava con sé quando è sparita da questo autogrill lungo la E5, la vecchia strada a quattro corsie che da Istanbul va verso Izmit e poi fino ad Ankara.
Giuseppina Pasqualino di Marineo (Cavicchi)
L'ultimo ad averla vista, intorno a mezzogiorno del 31 marzo, è stato uno dei benzinai: «Era ferma all'ingresso del piazzale — ha raccontato —. Ho notato una jeep frenare, fare retromarcia e andare verso di lei». Da allora di Giuseppina Pasqualino di Marineo, 33 anni, in arte Pippa Bacca, non si sa più nulla. È scomparsa mentre faceva l'autostop in abito da sposa undici giorni fa.

Un'eternità. Ma qui, e questa è la buona notizia, la cercano come se fosse viva. «I miei uomini tornano a casa solo il tempo necessario per cambiarsi » assicura Mehmet Tuzel, il capo della polizia di Ankara, che coordina le indagini. Sono giornate grigie e interminabili. Si inseguono voci, segnalazioni, verifiche e smentite. «Era a Dilova, fuori da un ristorante assieme a un barbone », l'avvistamento di una donna resterà senza conferme. «Hanno chiesto un riscatto», ma il falso allarme dura lo spazio di un controllo fatto al telefono. Da Milano la madre di Pippa lancia un appello drammatico: «O è morta o si trova in una situazione tragica. Speriamo sia un rapimento. In ogni caso non può essere scomparsa nel nulla». Credere che nessuno abbia visto qualcosa è difficile. L'autogrill di Bayramoglu, dove si è fermata quella jeep, è poco meno di un suk: ci sono bar, ristoranti, un McDonald's, fermate di pullman e di taxi collettivi, centinaia di viaggiatori in transito. Ci sono anche molte telecamere. Gli investigatori hanno raccolto i filmati. Da quei nastri, e dalle tracce lasciate dal telefono cellulare della giovane artista, forse potrebbero arrivare indicazioni utili. Le ricerche per ora sono concentrate nella zona di Gebze, la città più vicina all'area di servizio. Sui cruscotti delle auto-pattuglia ci sono le foto segnaletiche di Giuseppina Pasqualino. Agenti in borghese fanno domande discrete, per non creare un clima che possa mettere paura a eventuali sequestratori. Il problema è che l'indagine è scattata in ritardo. Dal momento della scomparsa a quando in Italia è stato dato l'allarme sono passati quattro giorni e prima che la polizia turca potesse mobilitarsi ce ne sono voluti circa altrettanti.

Lunedì scorso su Kanal D è andato in onda l'appello del console italiano a Istanbul, Stefano Canzio. Da Roma la Farnesina ha attivato l'Interpol. Sul tavolo del pubblico ministero milanese Ilda Boccassini è arrivata la denuncia presentata dai familiari della giovane. E ad Ankara l'ambasciatore in Turchia Carlo Marsili ha preso contatto con le autorità locali: «Ci siamo rivolti ai più alti livelli di polizia e ministero dell'Interno — spiegava ieri all'Apcom —. Ci hanno assicurato che stanno lavorando al massimo per trovarla. Io posso dire che le forze dell'ordine hanno un controllo capillare del territorio». Il numero di persone scomparse in Turchia non è alto. Purtroppo la regione compresa tra Gebze e Sakarya non è un buon posto per perdersi. Criminalità, traffico di droga, islam militante, immigrazione clandestina: finisce spesso sulle pagine di cronaca nera. Il caso di Pippa qui viene definito «anomalo», ma l'idea che una giovane donna sparisca in questo modo non è facile da digerire per Ankara. E poi l'Italia è un Paese amico. Insomma, di sicuro Giuseppina Pasqualino la stanno cercando sul serio. Finora, però, nessuna notizia. I controlli negli ospedali e negli obitori hanno dato esito negativo. Così restano in piedi tutte le ipotesi: un incidente, il sequestro, oppure una tragedia. Per esorcizzare la paura che lo accompagna da giorni, il terrore che la sua fidanzata sia morta, Giovanni Chiari prova a scherzare: «Se la ritroviamo, la strada per tornare a casa la fa a calci nel sedere».

Da martedì sera Giovanni è in Turchia insieme con Antonietta, una delle quattro sorelle di Pippa. Due giorni fa sono comparsi tutti e due in diretta al programma tv di Lerzan Mutlu, una cosa a metà tra Chi l'ha visto? e uno show di Maria De Filippi. La Mutlu, bionda platinata, chiede aiuto ai telespettatori per risolvere misteri e casi lacrimevoli. Dopo la trasmissione hanno telefonato una dozzina di persone, ma nessuna aveva notizie decisive. Allora Antonietta e Giovanni si sono messi in viaggio assieme a Laleham Karadeniz, la loro interprete. Hanno seguito le tracce di Pippa dalla periferia di Istanbul fino a Gezbe e ancora più in là, lasciandosi dietro una scia di manifesti: la foto di lei che aspetta un passaggio vestita da sposa e un appello. Gruppi di uomini turchi lo leggono, poi salutano con i loro Inshallah. Ieri assieme a Silvia Moro, compagna di Pippa nella performance «spose in viaggio», i ragazzi venuti dall'Italia hanno tappezzato il centro di Ankara. Silvia ha smesso l'abito bianco per non creare confusione e falsi avvistamenti. Ricorda i giorni passati per strada, prima di dividersi per alcune divergenze sulla natura del progetto — forse anche una lite — quando chi le raccoglieva diceva: «Siete due angeli».